
Nel cerchio ci incontriamo, faccia a faccia, e condividiamo senza voltarci le spalle.
Alimentare questa buona pratica è un atto di Cura.
Da quando l’Uomo ha iniziato a condividere, lo ha fatto in Cerchio: ci sono moltissimi motivi, ma quello principale è sicuramente il fatto che da qualsiasi punto della circonferenza una persona si venga a trovare, può vedere tutti gli altri in volto, e nessuno dà le spalle agli altri.
Per quanto la nostra società ci abbia abituato sempre di più a situazioni “frontali” (convegni, lezioni, conferenze… persino tv e cinema!) la forma circolare è rimasta nel nostro immaginario e nella nostra memoria corporea, tanto che i bambini la rinnovano spontaneamente quando si ritrovano in gruppo. Non temete, succede anche agli adulti, se sono messi nelle condizioni giuste!
Che sia in un percorso individuale, o in un laboratorio di gruppo, la relazione con l’altro e con noi stessi in uno spazio protetto, fatto di gioco e semplicità, di profondità e sostegno, ci permette di raggiungere luoghi o parti di noi che da soli non affronteremmo, o quanto meno non con la stessa leggerezza.
Vi ricordate il meraviglioso film di animazione in cui una pesciolina blu aiuta un pesciolino arancione a suon di “Nuota e nuota! Zitto e nuota!”?
Insieme, percorrendo le profondità, si arriva all’obiettivo, senza mai preoccuparsi di raggiungerlo, ma vivendo il momento e facendo esperienza comune.
In alcuni ambienti esoterici, esiste una formula molto evocativa che chiude i momenti rituali: “Possa il cerchio essere aperto, ma mai spezzato”.
Alla fine dell’esperienza insieme arriva sempre il momento cruciale in cui ci si rende conto che presto ognuno lascerà la mano dell’altro, e si tornerà a camminare apparentemente soli: resterà la consapevolezza del legame intessuto, e di essere parte di un tutto che è sempre più della somma delle singole parti.
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