A Corpo Libero: “I Piedi, il contatto con la Terra”

di Nicoletta Giancola

Il laboratorio di movimento chiamato “A Corpo Libero” nasce dall’idea di proporre un vero e proprio momento di movimento consapevole.

Quando si fa attività di movimento accade spesso che ci si ritrova a rincorrere i movimenti proposti senza aver tempo di ascoltare il corpo, e pretendendo che esso ci segui nella nostra idea di come vorremmo si muovesse. Se questa situazione è accompagnata da musica ad alto volume questa non ci permette di entrare dentro l’esperienza che alla fine risulterà più performativa e di scarico che di ascolto e cura.

Con le attività proposte all’interno di questo laboratorio, che seguono temi legati alle parti corporee o alla sua fisiologia, si vuole portare il partecipante a sperimentare un nuovo modo di fare movimento: quello di essere consapevoli sia nel farlo sia in ciò che il corpo vive e può fare durante. Vengono riconosciute così le connessioni che una parte del corpo ha con tutto il resto per giungere ad una sensazione di appagamento e integrità che, una volta sperimentata, sarà possibile portarla con sé nella vita quotidiana, perché avremo con noi il senso del come e non del cosa muovere.

Questa sera, in occasione del Solstizio d’estate, andremo a sperimentare la connessione che i piedi hanno con la terra. Essi ci fanno da base per poter percepire la gravità e la “messa a terra”, la stessa degli impianti elettrici.

I piedi sono infatti collegati al primo chakra, il chakra della base o della radice. Attraverso questo centro energetico sentiamo il corpo nella sua parte più fisica e lavorare sulla connessione attraverso i piedi ci riconsegna la possibilità di sentirci più ancorati alla terra e quindi ci sentiamo più dentro il nostro corpo, letteralmente più incarnati. 

Il risultato di questo? 

Una rinnovata capacità di sentire e sentirci e così la possibilità di ricollegarci a ciò che la nostra anima attraverso il suo veicolo, la macchina biologica, vuole comunicarci.

Un corpo libero di sentire è un corpo nuovo a cui non siamo più abituati e spesso può farci sentire cose che non ci piacciono o ci fanno stare male, ma è la via che l’anima ha per farsi ascoltare.

Il nostro compito è quello di condurvi alla comprensione dei suoi messaggi dopo avergli restituito la libertà di espressione e di movimento.

Che l’energia del sole possa sostenervi in questa scoperta.

Buon Solstizio a tutti e a stasera!

Ciò che possiamo essere al nostro meglio

di Luca Cascone

Il 17 febbraio è una data da ricordare per molti motivi: nel 1652 muore Gregorio Allegri, ed esattamente un anno dopo nasce Arcangelo Corelli, nel 1867 viene per la prima volta attraversato il canale di Suez, nel 1929 nasce Alejandro Jodorowsky, nel 1980 viene proiettato per la prima volta C’era una volta in America, nel 1990 viene istituita in Italia la festa del gatto, nel 1998 muore Marie-Louise Von-Franz, e tante altre amenità.
Per inciso, nel 1600 in Campo dei Fiori a Roma succede che un tale, di nome Giordano Bruno, nato Filippo, originario di Nola, filosofo, sapiente e frate domenicano, venga imbavagliato con una briglia di ferro affinché non possa parlare, e arso vivo sul rogo per il peccato di eresia.

È un racconto comune, quello di un mondo in cui i dissensi e le divergenze vengono risolti con la violenza. I libri di storia sono pieni di questi esempi, e le occasioni di dialogo sono ridottissime, come piccole candele in un mare di buio. Bruno divenne fisicamente, a dispetto dei suoi accusatori, una torcia accesa in nome della libertà di pensiero e della coerenza con il proprio sentire profondo: trovandosi davanti a chi non voleva ascoltarlo – più volte asserì che il suo pensiero non era in contrasto con la dottrina, ma era tanto radicale da minarne profondamente le basi, e la convinzione di coloro che lo processarono – preferì la morte atroce delle fiamme, più che smentire ciò che credeva e insegnava su Dio, sulla Natura e sulle qualità dell’anima.

Molte volte ci troviamo di fronte a piccole, ma identiche sfide: a volte siamo noi a rifiutare il dialogo, e a volte lo cerchiamo disperatamente, ma dall’altra parte abbiamo qualcuno che, semplicemente, nella maggior parte dei casi ha troppa paura per ascoltare. E dalla paura, si sa, non possono che nascere rabbia, frustrazione, violenza e negazione.
Da qualche giorno mi rimbalzano tra la mente e il cuore le parole di Jim Forest, scrittore e teologo cristiano, grande sostenitore dei movimenti pacifisti e amico di Thich Nhat Hanh, monaco buddhista vietnamita che accompagnò nei suoi discorsi ed eventi in America tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Della loro collaborazione si può leggere nel libro “Eyes of Compassion: Learning from Thich Nhat Hanh”, di cui riporto la traduzione di un passo.


Una sera, in una grande chiesa Protestante di St. Louis, dove Thich Nhat Hanh stava tenendo un discorso, un uomo si alzò nel momento riservato alle domande, e parlò con tagliente sarcasmo della “supposta compassione del Signor Hanh”. Chiese: “Se Le importa così tanto della sua gente, Signor Hanh, perché è qui? Se Le importa così tanto delle persone che vengono ferite, perché non passa il Suo tempo con loro?”
Quando l’uomo ebbe finito, guardai verso Thay, stupito. Che cosa poteva dire, e cosa avrebbe potuto dire chiunque? Lo spirito della guerra aveva improvvisamente invaso la chiesa. Si respirava a malapena.

Ci fu un lungo silenzio. Poi Thay cominciò a parlare, con calma, quiete, e con un senso di personale attenzione per l’uomo che lo aveva appena bombardato. Sembrò che le parole di Thay fossero acqua che piove sul fuoco. “Se vuole che un albero cresca”, disse, “non ha senso annaffiare le foglie. Dovrà annaffiare le radici. Molte delle radici della guerra nel mio Paese sono qui, nel Suo Paese. Per aiutare le persone che vengono bombardate, per tentare di proteggerle dalla sofferenza, è necessario venire qui”.
L’atmosfera nella stanza si era trasformata. Nella furia dell’uomo avevamo sperimentato la nostra stessa furia. Avevamo visto il mondo attraverso un campo minato. Nella risposta di Thay avevamo sperimentato un’opzione alternativa: la possibilità – portata a Cristiani da un Buddhista, e ad Americani da un “Nemico” – di oltrepassare l’odio con l’amore, di rompere l’apparente inesauribile catena di reazioni violente.

Ma dopo questa risposta, Thay sussurrò qualcosa al presentatore e uscì d’improvviso dalla stanza. Sentendo che qualcosa non andava, lo seguii fuori. Era una notte chiara e fresca. Thay stava in piedi nel vialetto di servizio, a fianco del parcheggio della chiesa. Stava lottando per respirare, come qualcuno che fosse stato sott’acqua e fosse appena riuscito a nuotare in superficie prima di affogare. Non lo avevo mai visto così. Impiegai molti minuti prima di osare chiedergli come stesse, o cosa gli fosse successo.
Mi spiegò che i commenti dell’uomo lo avevano terribilmente scosso, e che era stato tentato di rispondere con rabbia. Invece, si era imposto di respirare profondamente e molto lentamente, per trovare un modo di rispondere all’uomo con calma e comprensione. Ma il respiro era stato troppo lento e troppo profondo.

“Ma perché non arrabbiarsi?”, gli chiesi. “Anche i pacifisti hanno il diritto di arrabbiarsi”.

“Sì, se fosse stato solo per me”, disse Thay. “Ma sono qui per rappresentare i contadini del Vietnam. Ho il dovere di mostrare a coloro che sono venuti qui stasera ciò che possiamo essere al nostro meglio”.


Il messaggio è chiaro: la retorica della guerra non porta a nulla, se non ad altra guerra, violenza, e sofferenza. Succede più spesso di quanto pensiamo: ogni giorno la sento nella voce di chi mi parla del dolore, della sofferenza, o della malattia.
Il dolore va contenuto, eliminato, o spento. Forse ci si convive, ma quasi mai lo si accetta o comprende.
Della sofferenza si parla con rifiuto, negazione, allontanamento. È raro trovare qualcuno che la abbracci, o che cerchi di prendersene cura.
La malattia va sconfitta, contro di essa si vincono battaglie e guerre, è un nemico da abbattere. È ancora spesso utopico che la malattia ci racconti qualcosa di noi, o che sia una via per guarire.

In questi ultimi anni abbiamo tutti fatto esperienza, a volte inconsapevole, di questo linguaggio, e delle conseguenze degli stati mentali, emotivi e fisici che esso comporta. Si cerca sempre un nemico, qualcosa o qualcuno da sconfiggere, per evitare di prendersi cura dell’unica cosa che ci separa davvero dal mondo e dai nostri simili, e in definitiva da noi stessi: la sofferenza di non comprendere, di sentirsi diversi, a volte perfino di sentirsi in pericolo. Siamo perennemente immersi in uno stato di sopravvivenza che ci spinge a trovare colpevoli, ad attaccare, a difendere confini che sono solo immaginari, muri che ci battiamo con le unghie e con i denti per non abbassare.

Eppure abbiamo la chiave sempre a portata di mano: riconoscere le reazioni dentro di noi, sapercene distaccare e sceglierle in base al contesto, e saper scegliere sempre l’amore in azione nei nostri gesti, parole, e pensieri. Jim Forest e Thich Nhat Hanh, dopo aver dedicato la vita a questo messaggio, hanno lasciato il proprio corpo fisico a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, nel gennaio 2022, ma ci continuano a dare, forte e chiaro, un messaggio di grande speranza: è attraverso il riconoscimento dentro di noi della dinamica della guerra, e attraverso la sua pacificazione che possiamo davvero cambiare le cose. Nessuna guerra si vince all’esterno, se non nella pace che viene da dentro. Dal cuore di quella pace, che è amorevole cura e attenzione, comprensione, dialogo e ascolto reciproco, vero contatto, possiamo oltrepassare tutte le differenze che apparentemente ci dividono, senza negare le nostre posizioni, ma trovando ciò che ci accomuna e aiutandoci l’un l’altro a superare la sofferenza.

Altrimenti, sarà sempre e solo guerra, e non conosceremo mai ciò che possiamo essere al nostro meglio.

Gli Spazi del Rispetto

“La bellezza del cerchio è che non possiamo guardarci alle spalle, e la forza del cerchio è che possiamo solo vedere la bellezza di ognuno”.
(Angaangaq Angakkorsuaq)

Il concetto di rispetto è utilizzato in varie forme nella nostra società, in maggioranza legate alla capacità di avere riguardo per il nostro prossimo. È infatti il guardare a fondo, e quindi curarsi di, a costituirne il maggior significato.
La parola è infatti collegata alla facoltà umana di osservare e valutare in profondità: la parola latina respectus, da cui deriva, è infatti un composto che mette in relazione la particella re- (a fondo, di nuovo), e del verbo spicere, che porta con sé il significato di osservare, considerare, guardare, ed è strettamente collegata a diverse parole che hanno a che fare con queste facoltà. Rispetto, specchio e scopo hanno infatti la stessa provenienza, rintracciabile nella radice indoeuropea SPAC- che ha prodotto spicere (guardare) – da cui rispetto e specchio – e σκοπός (osservatore) – da cui scopo. Curiosamente, dalla stessa radice deriva σκέπτομαι (considerare) – da cui scettico, ovvero uno che osserva, che specula.
La stessa parola specie, a cui il latino species riconosce il significato di forma, apparenza, conformazione, deriva da questa area: le parole derivate dalla radice SPAC- (o SPEC-) hanno a che fare con la capacità di vedere, riflettere, considerare qualcosa o qualcuno in modo profondo e preciso, ovvero non grossolano, avventato o parziale.
Il rispetto è per lo più considerato come la capacità di essere consapevoli delle caratteristiche di una persona, di una cosa o di un contesto, osservandone per così dire le regole proprie, senza scavalcare i loro confini.

Da un punto di vista del corpo sociale, l’essere umano si può riconoscere in diversi spazi in cui vive diverse sfumature di esperienza: come già sottolineato dall’antropologo Edward T. Hall negli anni ’60, esistono diversi e variabili spazi prossemici (da proximitas, vicinanza), che delineano il nostro vissuto sociale. A grandi linee, almeno nella cultura occidentale, possiamo identificare quattro fasce di spazio, in cui all’accorciarsi della distanza aumenta il grado di intimità, e diminuiscono gli altri che vi hanno libero accesso: un primo di tipo pubblico, dai 3 ai 7 metri di distanza dal nostro corpo; uno sociale, da 1 a 3 metri; uno personale, da 40 cm circa a 1 metro; e uno intimo, al di sotto dei 40 cm fino al contatto diretto.
In base al contesto, alla natura della relazione tra gli interlocutori e alla cultura di appartenenza, le distanze possono variare o modularsi, ma restano importanti nello stabilire la qualità della relazione interpersonale, nel valutarne rischi e benefici, e nel modulare il comportamento fisico, vocale, e psichico.
Ogni relazione – anche quella terapeutica – si muove in qualche modo attraverso questi spazi, preferendone a seconda dei propri scopi e delle proprie modalità uno o molti. Le discipline corporee, ad esempio, ognuna a suo modo, hanno maggiormente a che fare con lo spazio intimo e quello personale, rispetto alle discipline basate sul dialogo, che spesso si svolgono nello spazio sociale, per mantenere una distanza fisica sufficiente a concentrarsi su un dialogo intimo.
In questi spazi giocano fondamentale importanza il vissuto sensoriale, la regolazione delle emozioni e la sintonizzazione cognitiva con l’altro: se uno di questi tre elementi viene meno, l’impressione di sentirsi rispettati può vacillare. Una visita medica si svolge mediamente nello spazio sociale e personale, ma l’esperienza può essere molto diversa: quante volte le persone raccontano di essere state a malapena guardate dalla persona di fronte a loro, al di là di una scrivania che viene vissuta come un muro? Con un familiare, soprattutto se è un partner, condividiamo liberamente lo spazio intimo, ma quante volte può capitarci di non sentirci rispettati da una sua frase o da una sua parola? 
Il concetto di rispetto, come forma di osservazione degli spazi prossemici e delle loro regole, è sicuramente il più comune e considerato nella nostra società: anche prima del dibattito semantico tra distanziamento fisico e distanziamento sociale emerso con le attuali norme sanitarie, lo spazio fisico e sensoriale si mescolava e si confondeva con il vissuto sociale.
Tuttavia, molto spesso questo concetto è a senso unico; è infatti facilmente concepibile dall’altro o dall’esterno verso il nostro interno (in senso afferente), ma difficilmente ci chiediamo davvero se siamo noi a rispettare gli altri o l’esterno (in senso efferente).

Un significato differente, più affine al secondo esempio, è quello che lega il rispetto al rispecchiamento, così come le due parole sono collegate semanticamente attraverso la parola latina respicio.
Ogni persona, oggetto o evento che entri in uno dei nostri quattro spazi può essere osservato come esterno, oppure come se fosse uno specchio che restituisce alla nostra percezione le fattezze (species), e le caratteristiche del nostro spazio.
Nel corpo, inteso come sistema biologico, questo fenomeno è molto studiato: è infatti alla base dei complessi meccanismi che orientano il nostro corpo e ne scolpiscono le forme in relazione allo spazio circostante (interocezione, propriocezione, esterocezione).
È molto più difficile accedere a questa forma di osservazione nelle relazioni emozionali, poiché ci mette di fronte al fatto che ogni percezione che abbiamo del mondo emerge, in realtà, dai nostri filtri e dalle nostre chiarezze, più che da una realtà oggettiva: ne deriva che ogni evento, o meglio la lettura che ne facciamo, è in qualche modo sotto la nostra responsabilità. Difficilmente, infatti, chi ci taglia la strada in macchina vuole farlo per danneggiarci, ma noi lo percepiamo ugualmente come se fosse un atto direttamente rivolto a noi, sovrapponendo all’evento una lettura che deriva da uno schema interno preesistente, e non corrispondente all’evento stesso. È un meccanismo studiato da molte discipline differenti, da quelle spirituali – che spesso parlano della legge dello specchio, o del teatro interiore – alla psicologia – che ce lo descrive come parte delle distorsioni cognitive (Beck).
Siamo quindi testimoni di un gioco di specchi, in cui la realtà non è oggettivamene quella che percepiamo, ma emerge fenomenologicamente da ciò che noi leggiamo di essa. Tutto questo non è affatto privo di rischi, come ci racconta il mito di Narciso, condannato a innamorarsi della sua stessa immagine riflessa e infine suicidatosi perché non poteva raggiungerla in nessun modo: non dobbiamo confondere ciò che possiamo vedere di noi attraverso la realtà, come se fosse uno specchio, con il fatto di esserne gli unici padroni, evitando di metterci in relazione. Quest’ultima posizione può solo portare a un vissuto illusorio, e in definitiva distruttivo.

C’è uno spazio in cui possiamo evitare questi rischi, e sperimentare rispetto e rispecchiamento con il giusto contenimento: il cerchio. Esso è una forma che l’essere umano frequenta e delinea da molto tempo, e di cui si è servito frequentemente nella propria storia sociale e comunitaria. Nel cerchio, infatti, a seconda della sua estensione e del numero di persone che lo compongono, è poco probabile che il nostro spazio personale venga invaso, ma piuttosto sperimentiamo l’accoglienza. Idealmente, pur aprendosi alla possibilità di essere osservati da altri, i nostri spazi sono rispettati e possiamo, in altre parole, essere vulnerabili senza sentirci esposti al pericolo.
C’è una grande varietà di attività che sono in tutto il mondo associate al cerchio, ma tutte coinvolgono almeno la danza/movimento, il canto/musica, e la narrazione. Mentre le prime due possono essere molto esplicite (molte forme di celebrazione sociale, così come di giochi infantili e di attività terapeutiche, si ricollegano alla danza e al canto in cerchio), la terza può essere sottesa e non dichiarata, ma è sempre presente. In un gioco in cerchio (Giro giro tondo, casca il mondo…), i bambini raccontano di sé attraverso il corpo, le movenze, gli sguardi e le voci molto più di quanto farebbero rispondendo a una domanda, senza usare altre parole che quelle della canzone che cantano tutti insieme.
Questa attività, che è il retaggio di un uso ben più antico e profondo, è connaturata a tutte le culture in diversi livelli, che hanno costruito in cerchio i loro luoghi più sacri, cercando per così dire di immortalare la figura che istintivamente crea un gruppo umano prendendosi per le mani, ma che si disperde con essi.

Ritorna quindi nel detto eschimese che apre questo articolo, il senso più profondo del cerchio, come luogo di aggregazione e sostegno, e di rispetto: nell’incapacità di parlarci alle spalle, la possibilità di guardare ai difetti dell’altro con la stessa compassione con cui guarderemmo i nostri; nel poterci guardare negli occhi, la possibilità di vedere la bellezza che sorge anche da quei difetti.