Il Cerchio della Luna – Ottobre 2021

Eccoci alla prima luna nuova che dà inizio a questo percorso di lavoro su di Sé attraverso le energie della Luna e degli astri. 
Come ogni inizio che si rispetti anche questo richiede di lasciare andare per poter comprendere il nuovo. 
Con questo mese vedremo spogliarsi gli alberi, nei giardini si poteranno le ultime piante e allo stesso modo anche l’uomo è invitato a spogliarsi di tutto ciò che non gli è più utile, che siano oggetti o falsi sé che si porta dietro, che siano relazioni o azioni, è questo il momento giusto.
Questo ciclo lunare, che culminerà con la Luna Piena, è chiamato “Luna del Cacciatore” perché in antichità questo mese era dedicato all’ultima caccia prima dell’inverno, prima che gli animali si ritirassero in letargo. L’uomo aveva la possibilità di fare le ultime scorte prima del lungo periodo di freddo.

Cosa significa fare scorte ora? E’ farsi guidare dall’energie della Bilancia, segno di questo mese, a trovare l’equilibrio tra gli opposti: tra tenere e lasciare, tra agire o attendere, poiché dal prossimo mese entreremo ancora più in profondità dentro di noi e come in ogni viaggio che si intraprende occorre avere tutto il necessario la lasciare tutto ciò che non serve per non avere un carico troppo pesante che ci stancherebbe inutilmente.
Buon cammino.

Luna Nuova 6 ottobre – Il Baffo della Tigre

Primo Quarto 13 ottobre – Prendere e Lasciare

Luna Piena 20 ottobre – Negli Occhi della Tigre


Luna Nuova 6 ottobre – Il Baffo della Tigre

In questo novilunio, Marte (l’azione oltre l’impulso) e Chirone (il guaritore ferito) ci invitano ad agire per guarire profondamente ciò che in noi ha necessità di coraggio, cura e dedizione.
Su queste onde vi presentiamo la prima storia per condurci alla riflessione sulla scelta di prendersi cura (di sé, dei propri cari, del proprio mondo). Si tratta di una storia tradizionale asiatica, con molte versioni nei diversi paesi (Cina, India, Sud-est asiatico, …) in cui è diffusa: si intitola “Il Baffo della Tigre”.

C’era una volta
una donna che viveva con il marito in un boschetto, in una casetta appartata dal mondo, in cui avevano sempre regnato la pace, l’amore e l’armonia.
Un giorno, il marito era stato costretto a partire per la guerra, e dopo molte sofferenze era tornato a casa, ma i suoi occhi, un tempo dolci e pieni di premura e di gioia, erano ora vuoti e spenti, e lui guardava il boschetto, la casetta, e la donna che aveva sempre amato senza davvero vederli.
La sua anima era lontana: era ancora sul campo di battaglia, e vagava nelle lunghe notti passate nel tormento.

Ogni giorno, la donna si struggeva per lui, per non poterlo aiutare, finché, disperata, decise di fare visita ad un vecchio saggio, che, si diceva, poteva curare ogni malattia.
La sua casa, una grotta sul fianco di un’alta montagna, era difficile da raggiungere, e si diceva che solo i più arditi potessero riuscire nell’impresa: nondimeno, la donna decise di affrontarla, e si mise in viaggio.
Dopo molto camminare, e molti rischi corsi, riuscì a giungere all’imboccatura della caverna, stanca e infreddolita. Una voce profonda la accolse dall’interno:

“Ti ho sentita. Qual è la tua richiesta?”

La donna non si fece intimidire dalla domanda del saggio, e gli disse di essere venuta fin lì in cerca di una cura per una persona cara.

“Una cura!”, esclamò lui, “Una cura! Tutti a chiedere una cura, senza mai preoccuparsi di trovare una soluzione! Quale sarebbe il suo problema?”.

La donna non si perse d’animo, e raccontò del boschetto, della casetta e dell’infelicità che provava per il marito che aveva perso la luce che gli splendeva negli occhi.
Sull’orlo delle lacrime, pregò il saggio di aiutarla.

“Non mi stai chiedendo di riparare un osso o di rimediare a un’infezione. La ferita dell’uomo che ami è molto profonda”, rispose lui, poi tacque per molto tempo, tanto che lei cominciò a disperarsi. Poi, parlò di nuovo: “Conosco una pozione che potrebbe aiutarlo, ma mi servirà il tuo aiuto”.

“Qualsiasi cosa”, disse la donna, e ora le sue lacrime erano di gioia.

“Devi portarmi un baffo preso da una tigre viva”.

Lei ricadde nello sconforto: era impossibile ciò che il saggio le chiedeva! Lui, però, fu categorico: non poteva completare la pozione senza quel baffo.

La donna tornò al boschetto, alla casetta, e all’uomo che non la guardava più come un tempo. Si arrovellò per molti giorni e molte notti, finché ebbe un’idea.
Una notte, cucinò una ciotola di riso con salsa di carne, e uscì prima dell’alba senza avvisare il marito, perso nella sua tristezza. Si incamminò nel profondo della foresta, fino a raggiungere un’altra grotta, dove si diceva vivesse una grande tigre: cercando di muoversi silenziosamente, posò la ciotola all’ingresso, e tornò velocemente a casa. La notte seguente, cucinò di nuovo il riso con la salsa e lo portò alla grotta: la prima ciotola era rimasta piena.

La donna non si perse d’animo: ogni notte, per diversi mesi, cucinò una ciotola di riso con salsa e la portò portò all’ingresso della grotta, scambiandola con quella del giorno prima. Attese, senza mai vedere la tigre, ma senza mai saltare un giorno.
Una mattina, posata la ciotola a terra, la donna alzò lo sguardo e vide la testa della tigre, immensa e maestosa, sbucare dall’ingresso della grotta, fiutando l’aria alla luce dell’aurora. Attenta a non fare movimenti improvvisi, e tenendo a bada la propria impazienza, la donna tornò a casa. Con immensa gioia, il mattino dopo trovò la ciotola vuota, e proseguì con il suo piano con rinnovata convinzione.

Dopo alcune settimane, la tigre iniziò ad aspettarla prima dell’alba, ricambiando il cibo con fusa di ringraziamento, ma senza ancora farsi avvicinare: paziente, la donna continuò a portarle il riso, finché una mattina l’animale si spinse più in là, strofinando la sua enorme testa sulle mani della sua benefattrice. Accarezzandola dolcemente, lei esultò di gioia nel suo cuore.

Attese ancora qualche giorno, guadagnandosi la completa fiducia del grande felino, che ora si lasciava avvicinare e coccolare senza opporre resistenza: allo scadere del sesto mese, una lunga metà dell’anno passata a cucinare e a portare il cibo in dono, la donna seppe che era giunto il momento.
La mattina dopo, accarezzando la tigre distesa a terra, sazia dopo un lauto pranzo, lasciò che si addormentasse: si sorprese ad accorgersi di provare affetto per lei, dopo tutto questo tempo passato ad accudirla. Sorrise, e si ripromise di continuare anche dopo che il vecchio saggio avesse preparato la pozione per suo marito. Con delicatezza, attenta a non procurare dolore, staccò uno dei lunghi baffi della tigre e la lasciò dormire in pace, sussurrandole un ringraziamento.

Senza nemmeno fermarsi per gioire della vittoria, la donna corse con quanto più fiato aveva in corpo alla grotta sulla montagna: il vecchio saggio la sentì arrivare, e si presentò all’esterno, seduto davanti al fuoco. Lei, ancora ansimante, si limitò a porgergli il baffo della tigre, che aveva stretto in pugno per tutto il tempo.

“Vedo che l’hai trovato”, disse il vecchio, con una luce divertita e ammirata negli occhi. “Raccontami come hai fatto”.

La donna raccontò dei sei mesi passati, del suo piano e delle sue paure, della sua crescente sicurezza nel trattare con la tigre, della gioia della connessione che aveva stretto con l’animale, e della speranza crescente che nutriva per la sorte del marito.
Tenendo il baffo tra le dita, osservandolo alla luce dorata del fuoco, il vecchio saggio ascoltò tranquillo e silenzioso, finché, senza alcun preavviso, alla fine del racconto gettò il baffo nel fuoco.

In un istante, mentre il baffo scompariva tra le fiamme, la donna urlò disperata.

“Cosa hai fatto?”

“Mia cara”, disse il vecchio, ridendo per la prima volta, “non hai più bisogno di quel baffo, né della pozione. Dimmi, un uomo può forse essere più difficile da aiutare di una grande tigre? Se un animale feroce e selvaggio può imparare ad amare grazie alle tue cure e la tua pazienza, potrà forse un uomo, il tuo compagno, non guarire grazie al tuo aiuto?”.

La donna stette in silenzio. Sorrise al vecchio saggio, annuendo in segno di ringraziamento, e si incamminò verso il boschetto, verso la casetta, verso l’uomo che amava.
Ed ora, anche verso una grande tigre, che era la sua più cara amica e le aveva insegnato la via per riportare la pace, l’amore e l’armonia.


Primo Quarto 13 ottobre – Prendere e Lasciare

Per il primo quarto della luna di ottobre vi proponiamo un esercizio semplice ma non banale: portare attenzione al respiro. Il respiro prima e più di ogni altra cosa ci porta a sperimentare il lasciar andare per poi, una volta creato nuovo spazio, poter prendere.

Trovate uno spazio all’interno o all’esterno dove potervi mettere comodamente seduti. Se il luogo in cui vi trovate è pressochè privo di rumori verrete facilitati nel portare attenzione a voi stessi.
Chiudete gli occhi e valutate se ci sono aree del vostro corpo che hanno necessità di essere aggiustate per non mantenerle in tensione.

Ora dolcemente iniziate a sentire come l’aria entra dalle vostre narici ed esce dalla bocca leggermente socchiusa: apprezzate le qualità di ciò che sta avvenendo: com’è l’aria? E’ fredda o calda? Le narici sono entrambe libere o in una c’è resistenza al fluire del respiro? Cosa sento muovere quando inspiro? La testa e il collo, le spalle e il torace o l’addome? Le braccia e le gambe rimangono rilassate o è come se volessero seguire il respiro? L’aria esce calda dalle labbra? Fatico a lasciarla uscire o è libera di farlo?

Datevi il tempo di rispondere a queste domande continuando a far fluire il respiro, state nell’esperienza, questo farà in modo che il vostro flusso non si interrompa, né che diventi meccanico. 
Alla fine proverete una sensazione simile a quella di andare sull’altalena: senza fretta di arrivare alla fase successiva si attende di completare l’espirazione, come quando si sale in alto per poi ricadere giù ed avere nuovamente la forza di salire indietro, la fase in cui si prende aria.
Quando avrete trovato l’armonia tra le due fasi, il punto d’equilibrio della bilancia, ri-osservate la presenza o l’assenza delle tensioni nel vostro corpo, aprite dolcemente gli occhi e portate questa ritrovata fluidità di lasciar andare e prendere nella vostra vita.


Luna Piena 20 ottobre – Negli Occhi della Tigre

In questa notte di luna piena, sotto il segno dell’Ariete, si muove l’energia della Tigre destata dal racconto della luna nuova. Se abbiamo imparato a prendercene cura, a domarla non con la forza ma con la gentilezza e la pazienza, nell’attesa e nel respiro, invece di mangiarci vivi sarà una valida alleata lungo il corso della vita.

Sono giorni di aspre battaglie in molti contesti, ma il campo più difficile è quello interiore: abbiamo domato la nostra tigre, o siamo ancora impauriti dal suo fuoco, quello dell’Ariete, il segno cardinale dell’elemento fuoco, il più impetuoso e impulsivo di tutti?

In questi giorni il carattere equilibratore della Bilancia, insieme al ritorno a più miti consigli di Mercurio, ci permette di mettere il Fuoco della Volontà al servizio di una vita dominata dalla Giustizia. In alternativa, il rischio è quello di disperderlo nell’Oppressione e nell’Ingiustizia.

Per ispirare i vostri passi, vi proponiamo una breve esperienza.
Leggete, in silenzio o ad alta voce, i versi qui sotto, dalla penna di William Blake.

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?

In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?

Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?

Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l’Agnello creò, creò anche te?

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?

Ora chiudete gli occhi, e respirando dolcemente lasciate che l’immagine della Tigre, la vostra, si presenti all’immaginazione: accogliete quanto vi comunica insieme agli echi della poesia.
Che sensazione vi dona? Come vi sentite nell’immaginarla?
Quali emozioni si muovono alla sua presenza?
Prendetevi tutto il tempo necessario, e lasciatevi infondere del suo potere.
Quando avrete finito, continuate a respirare fluidamente e tornate ad aprire gli occhi, portando con voi tutta l’energia di questa notte nei giorni a venire.


Il Cammino del Fuoco

Il Fuoco è da sempre un elemento strettamente connesso all’umanità, altamente considerato e riverito in senso sociale, culturale e spirituale. L’abilità di domarlo e manipolarlo è universalmente riconosciuta come una delle conquiste principali che hanno guidato l’Uomo dalla dimensione selvaggia a quella civile, da quella preistorica a quella storica, da quella animale a quella umana.

Nella stragrande maggioranza delle culture umane, il Fuoco è l’elemento che maggiormente ricorre come simbolo e mezzo del rapporto con il Sacro: in tutti i templi che gli Uomini hanno costruito e custodito, sotto forma di Fiamma, Fulmine o Calore, presente o suggerito, esso è il simbolo del dialogo con il Divino e della sua presenza nel mondo naturale.
A partire dal substrato sciamanico delle culture ancestrali, dal Fuoco primordiale attorno a cui si riunivano le Tribù evocando miti e leggende, esso ha accompagnato l’evoluzione dell’Uomo come luogo centrale della comunità: non a caso, in italiano definiamo fuoco il centro di una circonferenza (o uno dei due di un ellisse), e attraverso il fuoco la capacità di concentrarsi su un oggetto (cfr. “focus”, “focalizzare” e “mettere a fuoco”).
Ancora oggi, non c’è luogo sacro che non ospiti candele, ceri, o fuochi veri e propri, concreti o simbolici; allo stesso modo, non c’è cerimonia che non sia collegata alla presenza del fuoco come catalizzatore e centro dell’esperienza.
Dalle sue manifestazioni transitorie – il Fulmine, la Scintilla, la Fiamma – a quella apparentemente immodificabili – il Sole e le Stelle – il Fuoco è l’elemento di trasformazione per eccellenza, e di comunione diretta con la Luce originaria.

Mentre nel contesto naturale il Fuoco può essere incontrollato, temibile e pericoloso, ed è infatti generalmente poco amato dagli animali selvatici, esso ha evoluto la propria capacità di consumare in quella di trasformare e modulare: da un carattere selvaggio e violento, ne ha sviluppato uno docile e creativo. Gli Antichi Greci avevano due parole per definirlo: nel primo caso era πῦρ (Pur), il fuoco che i latini definivano ignis, al suo stato naturale, grezzo e violento; nel secondo era φως (Fos), il focus latino, nel suo stato morbido, luminoso e benefico.

Nel cammino comune lungo il corso dell’evoluzione, l’Uomo ha potuto riconoscere questi due aspetti del Fuoco non solo nel mondo intorno a sé, e nelle manifestazioni socio-culturali, ma anche dentro di sé.

Sappiamo che tutta l’attività del Corpo umano, come di quello animale (ma anche quella dei minerali e dell’intero pianeta) prevede l’interazione elettrica e magnetica tra fluidi (gas e liquidi) e solidi (tessuti), la più semplice delle quali è l’attività elettrica del Sistema Nervoso: esso è letteralmente un sistema di conduzione per l’energia del Fulmine: non è sicuramente un caso che l’attività mentale sia in tutte le culture associata alla Luce e al Fuoco, e che una mente particolarmente acuta e libera sia definita con le caratteristiche della luminosità (brillante, chiara, illuminata, …).
Per la Medicina Tradizionale Cinese, l’elemento Fuoco governa ben quattro sistemi energetici del corpo: Cuore, Intestino Tenue, Triplice Riscaldatore (grossolanamente identificabile con la regione del Duodeno e del Plesso Solare) e Maestro del Cuore (ovvero il Pericardio, la membrana sierosa che avvolge e protegge il Cuore). Tutte queste strutture corporee hanno a che fare con la capacità del sistema di trasformare, fornire e stimolare energia vitale, ognuna a suo modo.

La violenza o il potere creativo del Fuoco sono simbolici anche del nostro vissuto emozionale.
Ognuno di noi ha avuto esperienza del fuoco distruttivo dell’ira, ma non tutti l’abbiamo sperimentata nella sua forma di sano impeto che regoli un atto empio e ingiusto.
Molti sono gli episodi mitico-religiosi che raccontano queste differenze: basti pensare alla cacciata dei mercanti dal Tempio operata da Gesù (con tanto di frusta!), o alle figure mostruose a protezione e guardia dei templi in tutto il mondo, come il Pitone di Delfi o i bodhisattva tibetani armati di spade fiammeggianti.
Non è allora l’allontanarsi dalle cosiddette emozioni negative o violente la soluzione per raggiungere uno stato più luminoso e libero dalle loro catene, ma il fatto di imparare a domare il loro fuoco per usarlo quando ce n’è bisogno, per riscaldare e dare vita.

Il Fuoco era in antichità la prerogativa di molti spiriti e divinità legati alla guarigione, all’ispirazione e alla creazione.
Tra loro, di certo è utile citare il greco Apollo e la celtica Brigid: entrambi avevano caratteri legati al Fuoco e alla Luce, alla Guarigione e all’Arte, quella Poetica in particolare.
Brigid, la cui festa di Imbolc diventò la Candelora che ricorrerà tra pochi giorni (1 febbraio) era una Dea del Fuoco e dell’Acqua contemporaneamente protettrice dei Poeti, dei Fabbri e dei Guaritori; i Celti definivano l’Ispirazione “fuoco nella testa”, ed è curioso che lo stesso fenomeno sia riportato nei Vangeli nella narrazione della notte di Pentecoste, quando lo Spirito Divino discese sugli Apostoli dopo la Resurrezione, illuminandone le menti e sciogliendone le lingue.
È la capacità della nostra mente rischiarata e illuminata dal Fuoco a permetterci di vedere e sentire le relazioni e le connessioni che la percezione ordinaria non ci permette: in altre parole, di vedere e sentire la Poesia e la Bellezza intorno a noi, grazie al Fuoco trasformatore.

Il nostro Cuore, Imperatore del Corpo fisico-energetico per la Medicina Cinese, così come per l’Osteopatia e tutte le Medicine tradizionali del mondo, è il testimone delle nostre energie e del loro stato: quante e quali scorrono in noi in modo incontrollato e violento, e quante e quali sono invece ben modulate e incanalate?

Proviamo a metterci in ascolto del Cuore due volte al giorno, al mattino e a sera, per una settimana: quante volte, ponendo una mano sul nostro petto, lo sentiamo agitato, e quante volte in perfetta calma?
Quali emozioni ci comunica il suo continuo movimento, la sua danza ritmata nel centro del nostro corpo?
Quali ispirazioni ci comunica, illuminando la via da percorrere con gioia e coraggio?

Vivere il Flusso

Da un punto di vista fisico, un fluido è un oggetto privo di una forma stabile, soggetto a cambiamenti di forma e all’adattabilità ad un contenitore, se costretto in uno spazio solido.
Per estensione, è definito fluido tutto ciò che è in grado di passare da una conformazione spaziotemporale ad un’altra con relativa facilità.

Il flusso, come azione di ciò che è fluido, è il processo attraverso cui un fenomeno (un fiore, una persona, un periodo di tempo, una roccia, un calzino, …) attraversa lo spazio e il tempo e in questi si modifica, con diverse velocità e dinamiche. La sua caratteristica è quella di non produrre attrito, o di produrne molto poco: come esseri umani, ci diciamo nel flusso quando riusciamo a passare attraverso cambiamenti di stato anche di grande entità con la minima resistenza possibile.

Diciamo di sentirci fluidi nel corpo quando sperimentiamo la sensazione di riuscire a compiere un movimento con facilità e il giusto grado di tensione, necessario a condurre in modo progressivo e consapevole il gesto, ma decisamente al di sotto della soglia della fatica e del dolore.
Un braccio può aiutarci a farne esperienza immediata: quale escursione riusciamo a coprire con il movimento, senza percepire eccessiva tensione? Essa, a prescindere dalla sua entità, è lo spazio che il nostro arto può raggiungere ed esplorare in modo fluido.
Se proviamo a testare le capacità di movimento del nostro braccio tutti i giorni, esse rimangono uguali, o cambiano in base al momento? Allenandoci a sentire il movimento fluido di una nostra parte, dopo quanto tempo essa raggiunge il suo massimo grado di libertà?
Allo stesso modo, possiamo testare e incoraggiare la fluidità del nostro respiro – cosa lo libera, cosa lo costringe? -, della nostra digestione – quali alimenti la rendono facile, quali la ostacolano? – e di tutte le attività del nostro corpo.

Quando ci rivolgiamo alla nostra dimensione emotiva, possiamo notare facilmente quali emozioni risultino fluide, osservabili ed esprimibili in modo libero e disteso, e quali al contrario siano caratterizzate da una certa densità, rigidità e difficoltà di caratterizzazione, catalogazione e verbalizzazione.
Come mammiferi, siamo profondamente inseriti in una dimensione emotiva che spesso neghiamo, immobilizziamo o tratteniamo a favore di una più apparentemente efficace razionalità: sollecitate dall’ambiente interno ed esterno, le emozioni sono una parte integrante della fisiologia umana, e un sano contatto con esse è caratterizzato da una capacità di osservarne il sorgere e il dissolversi, senza rimanere ancorati allo stato che esse ci inducono.
La prossima volta che proveremo un’emozione intensa, sia essa positiva o negativa, proviamo a fare questo esercizio di osservazione: dopo qualche tempo, i riverberi di quello stato sono ancora presenti? Rimaniamo ancorati alla grande gioia o alla grande rabbia che abbiamo provato dieci ore fa, anche se le condizioni che le hanno create si sono dissolte?
Se la risposta è sì, qualcosa in noi sta resistendo a un cambiamento che, in definitiva, è già avvenuto: siamo apparentemente usciti dal flusso, e possiamo ritornare ad esso nel momento in cui ci lasciamo scorrere di nuovo in ciò che è presente.

In psicologia, l’esperienza di flusso è stata descritta dall’ungherese Mihály Csíkszentmihályi, che lo ha identificata come uno stato di completo coinvolgimento dell’individuo, sul piano fisico, emotivo e mentale, in una certa attività, in uno stato che si situa tra la massima attivazione – senza sfociare nell’iperattivazione – e la massima distensione – senza divenire rilassamento passivo, o addirittura depressivo.
Il soggetto che si trovi in questo stato farà esperienza di una grande focalizzazione, a dispetto di una netta diminuzione del senso di sé (se non per quella parte di esso che è necessaria all’attività); di un’elasticizzazione o addirittura di un annullamento del senso del tempo; di uno stato di tensione ottimale (né troppa, né troppo poca); e, non da ultimo, di un piacere intrinseco all’attività stessa, che risulta naturale e, appunto fluida.
Non a caso, la definizione di questo stato è la stessa della trance e degli stati di massima concentrazione ascrivibili all’attività sportiva, alla danza, alla meditazione, alla musica, al sogno consapevole, e allo spazio del rito e della cerimonia, e a tutte quelle attività in cui l’esperienza umana è intrisa di una naturalità e di un senso di piacere che la rendono ottimale.
Ripensiamo all’ultima occasione in cui abbiamo vissuto un’esperienza simile davanti a un film, ascoltando una canzone, facendo attività fisica, leggendo un libro, o qualsiasi cosa ci dia piacere e agio: ci accorgeremo di riconoscere le caratteristiche del flusso, e soprattutto che esso è a portata di mano ogni giorno, in ogni istante.

Che sia del corpo, del cuore o della mente, la fluidità permette l’adattamento all’ambiente e alle nostre modifiche interne, ampliando ciò che possiamo fare per alimentarla: lavorare sul corpo in modo consapevole, alimentarci a sostegno del nostro sistema, esercitarci a pensare sempre almeno da un’altra prospettiva e confrontarci almeno con un’altra persona su un dubbio o un problema.
Scopriremo presto molti modi di ammorbidire quelle rigidità che solo poco prima ci sarebbero sembrate insormontabili.