Il potere del fegato

Eccoci giunti alla fine della settimana, con una considerazione: avrete certamente notato che, praticando costantemente gli esercizi che vi proponiamo, viene stimolata anche la vostra consapevolezza, sia durante la pratica che durante la giornata. Con il tempo, diventate sempre più coscienti del fatto che mentre vivete e fate “le vostre cose”, al vostro interno accadono (e sono osservabili) tutte quelle funzioni che stanno alla base della vita stessa.
Diventare consapevoli di questo è come diventare coscienti di essere i capi di un’azienda che grazie ai suoi meccanismi procede in autonomia, ma il presenziare ad alcuni processi vi rende consapevoli della situazione generale, di cosa veramente accade e di ciò che si può migliorare, invece di non fare nulla e usufruire soltanto del guadagno finale.
Vi auguriamo di fare sempre più spesso questa esperienza, per prendervi cura di voi stessi in modo sempre più efficace.

Andiamo ora ad analizzare meglio l’argomento della settimana, ovvero il sistema epatico.
Dal punto di vista anatomico, il fegato è un organo veramente vasto, con una forma che ricorda vagamente un triangolo/piramide allungato verso sinistra con la base più voluminosa a destra. È situato in gran parte nella parte alta a destra dell’addome, con una parte meno voluminosa che si sposta verso la porzione superiore sinistra, e si posiziona subito al di sotto del diaframma. Il suo alloggiamento è localizzato appunto tra il diaframma, il colon trasverso e lo stomaco.
Rispetto al resto del corpo, il fegato ha una quantità significativa di sangue che scorre al suo interno: si stima che il 13% del sangue del corpo sia, in ogni istante, transiti all’interno del suo sistema vascolare di depurazione (pensateci…è veramente tanto!).

Come vi abbiamo già accennato, quest’organo riveste un ruolo fondamentale sia sul piano funzionale che energetico.

Sul piano fisiologico, il suo ruolo è quello di depurazione del sangue, di produzione e immagazzinamento di glicogeno (la forma di immagazzinamento del glucosio), trigliceridi e colesterolo, di produzione della bile (l’emulsionante dei grassi a livello intestinale), di immagazzinamento di ferro, rame e vitamina B12 – necessari al metabolismo cellulare – e di filtrazione ed eliminazione delle tossine derivanti da agenti chimici provenienti dall’esterno (come i farmaci).

Sul piano psicosomatico, il fegato è l’organo preposto, nella sua funzione purificata e sana, al discernimento, inteso come capacità di valutare tutto quello che ci accade per separare e dividere ciò che ci è tossico da ciò che invece ci fa bene: in sostanza pianifica, progetta, decide, sceglie e agisce.
Nella lettura psicosomatica il fegato inizia ad essere in sovraccarico, quindi a dare segni disfunzionali, quando perdiamo la capacità di discernere e arriviamo ad una intossicazione. Ad esempio un eccesso, non soltanto di cibo ma anche (e soprattutto) emotivo, può sovraccaricarlo, ed è per questo che spesso necessita di disintossicazioni effettuate periodicamente, soprattutto nei cambi di stagione.
Invece, quando siamo nel flusso, ci adattiamo facilmente ai cambiamenti e siamo in grado naturalmente di lasciar andare tutto ciò che “ci appesantisce”. In questo modo il fegato è in equilibrio.

Nel sistema energetico dei 7 Chakra (argomento che tratteremo in dettaglio più avanti), o centri energetici principali, i disturbi del fegato, in base alla localizzazione, sono connessi ad un disequilibrio del terzo Chakra (Manipura), che è, a sua volta correlato, a:

– autostima
– attività mentale
– potere personale
– controllo sulla propria vita e su quella degli altri
– capacità di realizzarsi ed essere pienamente se stessi.

L’emozione fondamentale correlata al terzo Chakra è la rabbia. I disturbi del fegato, infatti, in linea generale, sono correlati ad una difficoltà nel metabolizzare la rabbia, intesa sia come scoppio d’ira, sia come emozione trattenuta e inespressa, che può nascere, ad esempio, dal fatto di non essere in sintonia con la propria natura, dalla difficoltà nel manifestare il proprio potenziale, o anche da un rifiuto rabbioso ad adattarsi al flusso della vita. In questo caso, l’intervento della cistifellea è fondamentale: sul piano energetico, infatti, essa è la custode delle emozioni rimaste inespresse per molto tempo, e il suo veleno più grande è il rancore.

Mano a mano mano che proponiamo diversi esercizi, raccomandiamo di prestare attenzione agli aspetti emotivi ed energetici in generale, non si può lavorare sul corpo senza far arrivare un impulso concorde al corpo emotivo.
Imparare ad osservare questi aspetti porta a comprendere meglio come si manifestano e a cosa sono correlati per giungere ad una migliore conoscenza e cura di noi stessi.
Infine, non dimenticate di osservare i cambiamenti dell’attività onirica, ovvero i vostri sogni. Quando si liberano tensioni nel corpo scendendo in profondità come nel lavoro sugli organi, può accadere che in sogno riceviamo messaggi, relativi sia allo scioglimento della situazione interessata o a una nuova visione o strada da intraprendere.

Come sempre, siamo a disposizione per guidarvi e, dove possibile, farvi luce: voi continuate a praticare!

Un abbraccio

Luca e Nicoletta

I Polmoni e la Vitalità

Come forse avrete notato questa settimana, i polmoni, tra gli organi corporei, così come il respiro tra le funzioni, sono spesso dati per scontati (e la lista, vi assicuriamo, non finisce qui!). 
Gli esercizi vi avranno certamente aiutato a prendervene cura e a percepirli anche quando non ci stavate pensando, e a rendervi conto del fatto che, senza esercitare un’attenzione volontaria, ci immergiamo completamente nelle azioni, dimenticandoci della basilare – ma potente – sensazione di essere vivi.
È proprio il senso della vitalità, da un punto di vista energetico, la qualità a cui sono legati i polmoni. Proviamo a comprendere meglio come.

Partiamo dall’aria che respiriamo: essa è fatta di atomi ed essenze, la parte più impalpabile e rarefatta della materia, che provengono da tutto ciò che abbiamo intorno. Respirare è far entrare letteralmente la sostanza di cui sono fatte le cose e le persone, dal più minuscolo granello di sabbia alla più calda e massiva delle stelle. Di conseguenza, non sempre vogliamo o possiamo accettare il contatto e la relazione con ciò che stiamo inspirando (vi è mai capitato di iniziare a starnutire senza motivo?).

Il torace, il luogo fisico in cui “vivono” i polmoni, è una regione altamente influenzata dalle modalità relazionali di ogni individuo, basti pensare che in quanto “gabbia” racchiude e protegge, ma un’eccessiva rigidità, dei muscoli e del carattere, porta ad un torace compresso e contratto, che può avere difficoltà ad essere libero sia nei movimenti che dai propri condizionamenti, fino ad una difficoltà di espressione fluida delle proprie emozioni e della propria affettività.
Le connessioni del polmone fisico sono l’estensione di quelle del diaframma e del cuore: oltre al loro ruolo fisiologico fondamentale, i polmoni hanno anche una parte da protagonisti in un sistema meccanico teso in sospensione dalla parte alta del torace e dalla colonna cervicale (fino alla base del cranio) che ne fa una sorta di “galleggianti” al contrario. La loro libertà è direttamente collegata alla libertà (meccanica, chimica ed energetica) dell’intero torace, della spalla, del collo e della testa.

Partendo dal fatto che in generale la pulizia degli organi è uno dei precetti fondamentali per prendersi cura di sé, e nelle prossime settimane vi accompagneremo in questo, di certo la pulizia dei polmoni è una delle più importanti.
Possiamo facilmente renderci conto che non basta lavarsi per definirsi “puliti”. La pulizia vera e propria inizia sempre da dentro, innanzitutto dall’energia che ci attraversa: essendo nella trattazione dei polmoni facciamo riferimento alla qualità sottile, allo spirito vitale delle cose, ciò che nei testi antichi è definito prana (sanscrito), pneuma (greco), qi (cinese), ruah (ebraico), awen (gallese), eccetera.
In definitiva, comunque vogliate chiamarla, essa è l’energia che ci attraversa, il collegamento energetico tra lo spirito e la materia, tra i piani sottili e quelli fisici.

Avrete sicuramente visto spesso i polmoni rappresentati da un albero (ed in effetti il sistema dei bronchi e dei polmoni viene anche chiamato albero broncopolmonare) che si nutre dalle radici per poi irradiarsi verso l’esterno. I nostri polmoni lavorano in qualche modo al contrario: prendono energia dall’ambiente esterno (ovvero, hanno radici nel naso) e ci consentono di incamerare ossigeno e di espellere anidride carbonica (ovvero, le loro foglie sono negli alveoli). Curiosamente, l’albero polmonare e l’albero vegetale hanno funzioni inverse ma profondamente interconnesse: il primo usa l’ossigeno e fornisce anidride carbonica, che il secondo utilizza per fornire a sua volta ossigeno. In altre parole, viviamo in un ciclo vitale comune ogni volta che respiriamo.
Come tutti gli alberi, il sistema polmonare ha bisogno d’acqua per lavorare (il vapore acqueo che si deposita al livello degli alveoli) e crescere rigoglioso e funzionante (la faringe e la laringe attraversate dall’aria).
Ripulire i polmoni significa rafforzare la vitalità, il coraggio e la gioia, in una parola la fiducia, che si contrappongono a tristezza e paura.

I polmoni rappresentano infatti, nella loro componente negativa, l’energia della tristezza profonda e dei forti traumi: spaventi improvvisi, cambi repentini, malinconia e lutti di diverso genere (un lutto non è solo la morte di una persona cara, ma lo è anche la fine di una relazione, che sia affettiva o lavorativa, se non addirittura l’abbandono di una parte di noi).
Il complesso processo di elaborazione del trauma (di qualunque genere) ha in qualche modo a che fare con la raffinazione e la digestione, ovvero la capacità di incorporare ciò che di benefico e utile ci dà l’evento/processo, e di dissipare e disperdere ciò che invece può diventare sostanza tossica.
Non respirare, ovvero non alternare le fasi di assimilazione e di espulsione, in questo processo, significa arrestare il corso stesso della vita. Nonostante infatti il sistema polmonare sia l’ultimo che l’organismo utilizza nello sviluppo embriologico (respiriamo solo alla nascita, non prima), e il suo fallimento segni la fine della vita (ma l’ultimo a funzionare è sempre il cuore), passiamo molto tempo a bloccare le sue qualità e il grande dono che ci dà ad ogni ciclo di funzionamento: quello di renderci vivi attraverso lo scambio energetico con il mondo, in modo così immediato e semplice da essere la prima delle più potenti medicine presenti in natura di cui non usufruiamo.
Non a caso la respirazione, come abbiamo detto tante volte, è la base di ogni tecnica di consapevolezza e di guarigione del mondo.

In aggiunta all’esercizio che vi abbiamo mostrato in video, perciò, oggi vi proponiamo una semplice ma potente tecnica di pulizia dei polmoni:

Prendetevi qualche minuto, posizionandovi in un ambiente tranquillo, eretti, con i piedi paralleli a una distanza uguale alla distanza tra le spalle. Trovate una posizione comoda ma stabile, mantenendo morbide le ginocchia e le braccia rilassate.
Quando ve la sentite, iniziate a ondeggiare avanti e  indietro le braccia, partendo con il movimento dalla spalla, proseguendo al gomito, e successivamente ampliate il movimento come quello di un pendolo, lanciando le braccia in alto e lasciandole ricadere senza irrigidirle, proseguendo verso dietro e lasciandole ricadere di nuovo. Lasciate fare al peso del vostro corpo: lentamente, noterete che anche il viso inizia a seguire le mani che si sollevano sopra la testa, e si flette verso lo sterno quando le braccia proseguono all’indietro.
Seguendo il movimento pendolare degli arti superiori, anche le ginocchia dovrebbero iniziare spontaneamente a piegarsi e stendersi a ritmo con l’oscillazione.
Quando avete trovato un ritmo adeguato, iniziate a regolarizzare il respiro, inspirando con il naso quando portate le braccia in alto, ed espirando con un soffio dalla bocca quando le braccia vanno in basso e indietro.

Potete ripetere questo esercizio inizialmente per la durata di 20 oscillazioni, e ripetendolo ogni giorno iniziare ad aumentare fino al vostro limite, rispettando le reazioni del vostro corpo.
Dopo questo esercizio potreste avere colpi di tosse o catarro, che verrà espulso naturalmente dopo la rivitalizzazione della sfera polmonare.

Insieme allo stretching della pleura e all’esercizio di respirazione diaframmatica che abbiamo mostrato questa settimana (li trovate anche qui sotto), avete ora tre strumenti che vi potranno aiutare in tutte le situazioni di sovraccarico, siano esse di origine energetica, emotiva o fisica, a carico del sistema polmonare.
Provare per credere, e per qualsiasi confronto commentate direttamente l’articolo o contattateci direttamente: saremo felici di dialogare con voi!


Buon weekend

Luca e Nicoletta

Respira, sei vivo!

Da quando abbiamo iniziato a scrivere sui social e qui sul blog, ci avete sentito spesso parlare dell’importanza della respirazione, di come essa sia la base della vita e di come sia utile per tornare a sentirci pienamente qui e ora anche durante le attività della vita quotidiana e le pratiche di benessere (alla fine di questo articolo vi mettiamo il collegamento a due vecchi articoli).

Oggi vogliamo parlarvi delle relazioni che il respiro ha con il resto del corpo e di come il semplice osservarlo serva a ristabilire la giusta calma per proseguire quando, ad esempio, veniamo assaliti dall’ansia.
Partiamo da qui, da una pratica: provate a mettervi comodi nella posizione in cui siete, sia che siate seduti o in piedi, cercando di stare eretti con la schiena; ora chiudete gli occhi e portate attenzione all’aria fresca che entra dalla punta del naso e all’aria calda che esce.
Prendetevi il tempo di fare qualche atto di seguito, poi riprendete la lettura.

A cosa avete pensato durante l’esercizio? Dov’era la vostra mente, e dove eravate voi? Quasi certamente eravate in buona parte lì, facendo l’esercizio e nient’altro. Questo è quello che accade ogni volta che portate attenzione a voi attraverso il respiro. Interessante, vero?
In definitiva, è molto semplice ritornare a se stessi e allontanare lo stato di oppressione che spesso ci assale. C’è solo un ostacolo: ricordarsi di farlo. In questo non possiamo aiutarvi molto, ma possiamo stimolarvi a farlo raccontandovi quante cose trovano giovamento da una buona respirazione.

Partiamo innanzitutto con qualche considerazione sulla forma e le funzioni del diaframma. Esso ha una struttura prettamente orizzontale, e non è il solo nel corpo ad avere questo orientamento: insieme ad altre strutture (tentorio del cervelletto, pavimento buccale, orifizio toracico superiore, e pavimento pelvico sono le principali), è parte del sistema dei diaframmi, che contribuisce al bilanciamento delle pressioni corporee. Soprattutto, regola le pressioni in cavità toracica e addominale. Va da sé che ogni volta che viviamo un disagio che riguarda la pressione, dal mal di testa alle difficoltà di andare in bagno, la respirazione è in qualche modo coinvolta, e ci può venire in aiuto nella modulazione se non addirittura nella risoluzione dei sintomi.

Il diaframma, separando due cavità (toracica e addominale), è dotato di orifizi e passaggi per molte strutture: i vasi sanguigni, che dal cuore partono e al cuore devono tornare, tra cui aorta e vena cava, forse i due vasi più importanti in tutto il corpo; i nervi, tra cui spicca il nervo vago, X paio di Nervi Cranici, che origina a livello del midollo allungato, all’interno del cranio, e prima di passare il diaframma si fonde tra vago di destra e di sinistra per proseguire nell’addome; infine, non dimentichiamo l’esofago, che parte da dietro la bocca e raggiunge lo stomaco al di sotto del diaframma.
Nella sua parte superiore, il diaframma offre appoggio al cuore e al suo sacco di contenimento (il pericardio), e ancoraggio e sostegno al polmone e al suo involucro (la pleura). Al di sotto, oltre allo stomaco, anche fegato, milza, duodeno, pancreas e reni sono saldamente connessi a questo muscolo tramite tessuto connettivale (legamento coronario del fegato, legamento frenocolico, legamento di Treitz, capsula pancreatica, piccolo omento e fascia renale).
Dedicare tempo alla respirazione diaframmatica significa migliorare anche la mobilità di questi elementi, e di conseguenza le loro funzioni: il passaggio di cibo, l’innervazione degli organi, l’ossigenazione dei tessuti, la corretta successione delle fasi digestive, la circolazione, e così via.

C’è anche un altro interessante punto di vista da cui guardare al respiro: quello della relazione con il vissuto emozionale. Quando parliamo di modulazione delle emozioni attraverso il respiro non ci riferiamo solamente alla percezione “sottile” di una sensazione interna che diventa più fluida o meno intensa, ma alla vera e propria azione meccanica che il diaframma ha sugli organi, provocando una sorta di massaggio che armonizza e regolarizza l’attività dell’addome, sede principale della sensazione e percezione delle emozioni, almeno nella loro forma più grezza. Vedremo più avanti, parlando dei singoli organi, che diverse tradizioni attribuiscono ad ognuno di essi emozioni specifiche (spesso con corrispondenze esatte).
Possiamo parlare di azione meccanica perché gli organi prendono proprio contatto con il diaframma, e di conseguenza al movimento di uno corrisponde il movimento dell’altro. Tutti loro e le loro funzioni sono correlate alla respirazione.

Possiamo estendere ancora di più il tema: seppure la respirazione sia l’ultima funzione che il feto arriva ad espletare (cominciamo a respirare dopo il parto, ricordate?), è tra le due necessarie al sostentamento di base della vita (l’altra è quella cardiaca).
Deputata primariamente allo scambio gassoso tra ossigeno e anidride carbonica, la respirazione ha l’essenziale funzione di fornire al circolo sanguigno la materia chimica di base con cui le cellule espleteranno le loro funzioni metaboliche, e di eliminare i prodotti di scarto delle stesse.
Ne consegue che tutti i tessuti beneficiano di una buona pratica di repirazione, che miri ad elasticizzare e a rendere fluido e armonioso tutto il corpo. Si parla, in molti casi, di esercizi molto semplici con effetti diretti e sorprendenti su disturbi clinici di varia natura, da quelli ormonali, a quelli muscolo-articolari, perfino a quelli psichici.
Questo avviene per via delle connessioni profondissime del respiro (soprattutto del respiro consapevole) sul cervello: le dirette connessioni tra le vie aeree, attraverso l’osso etmoide, con il pavimento della fossa anteriore del cranio, con il sistema limbico, il midollo allungato e il cervelletto, fanno sì che il respiro, così come ne è influenzato, possa intervenire sulla regolazione degli stati eccitatori o depressivi tipici degli squilibri emozionali su base chimico-ormonale o comportamentale, riportando il sistema nervoso autonomo (e per conseguenza anche quello volontario) ad uno stato di calma e disponibilità.

In sintesi, questa è la base dell’uso del respiro in tutte le pratiche di consapevolezza sparse nel mondo: se il battito del cuore attiva e sostiene, il respiro è il vento che soffia sulle acque, le calma o le smuove a seconda della necessità. Tramite l’inserimento della coscienza nel processo, portiamo tutta la nostra attenzione all’attività più basilare, naturale e vitale che possiamo conoscere. Come recita un famoso motto del Maestro Zen Thich Nhat Hanh: “Respira, sei vivo!” (è anche il titolo di uno dei suoi libri più belli, che vi consigliamo).

Allora, cosa ne dite? Se non siete abituati a questa pratica, vi va di provare?
Un buon inizio, per tutti quelli che non potranno provare esercizi più complessi, ma soprattutto per chi ha poco tempo, è quello, durante la prossima volta in cui vi troverete in un momento di attesa, di sfruttare il tempo della pausa per qualche respiro consapevole, portando semplicemente attenzione alle azioni che il vostro corpo già sta compiendo in autonomia.
Questo semplice gesto (potete ripetervi mentalmente la frase: “inspirando, so che sto inspirando, espirando, so che sto espirando”) porterà immediata calma e molta più disponibilità energetica.

Se invece preferite sfruttare le pause per un’altra lettura sull’argomento, qui sotto vi lasciamo altri articoli in cui abbiamo parlato dell’importanza del respiro.
Vi ricordiamo che molte delle nostre attività si basano sul respiro e ne sfruttano il grande potere per suggerire nuove vie verso la Salute: se volete fare pratica con noi, non vi resta che contattarci.

Buona respirazione a tutti!

Luca e Nicoletta

La Medicina del Silenzio

di Luca Cascone

” Ti chiederanno: ‘Cos’è il silenzio?’. Tu rispondi: ‘È la pietra di fondazione del Tempio della Saggezza’. ”
Pitagora

Vi siete mai accorti di quanto il nostro tempo tema il silenzio?
Viviamo in un contesto storico, sociale e culturale mai visto prima nella storia dell’Uomo: abbiamo sempre a disposizione una fonte di copertura sonora per le nostre vite, che mima e incarna sempre più efficientemente il chiacchiericcio continuo della mente.
Girando per strada, vi sarete sicuramente accorti della massiccia e sempre più frequente presenza di cuffie più o meno voluminose che trasmettono musica in continuazione; entrando nei negozi, è d’uso comune ritrovarsi in un ambiente in cui aleggia (più o meno intensamente) musica di varia natura, di solito non scelta ad hoc; negli uffici, in molti accompagnano il proprio lavoro con la radio, o più recentemente con le playlist musicali trovate online; in macchina, sui mezzi, nei luoghi pubblici in certe occasioni (come in questo periodo natalizio) ci ritroviamo immersi in un paesaggio sonoro continuamente saturato.

Non è solo questione di musica, in effetti: la stessa saturazione sonora è data dal rumore di fondo di moltissimi contesti più o meno urbanizzati: nelle città o nei centri di media grandezza, è rarissimo trovarsi in una condizione di silenzio, o per così dire il silenzio è determinato dalla minor soglia di rumore possibile, che è comunque molto alta rispetto alla normalità a cui siamo stati abituati nella storia.
Anche se l’Uomo incrementa il suo livello di rumore a livello naturale, e la Natura stessa ha i suoi picchi di rumorosità (si pensi a certi suoni di animali, o anche all’immane potenza sonora di certi eventi naturali, come il fulmine), l’attuale continuità del rumore causato dall’Uomo e dalla società industrializzata sta diventando un problema importante, disturbando il comportamento di molte specie animali – un caso molto famoso è quello dei grandi cetacei, spesso disorientati dall’inquinamento acustico ed elettromagnetico – ma anche la salute stessa degli esseri umani: si ritiene che lo stress acustico sia una concausa molto frequente di diversi disturbi, dalla stanchezza cronica, alla difficoltà di concentrazione, a turbe neurovegetative più serie – come i disturbi del sonno -, fino a patologie anche molto gravi, come certe presentazioni del diabete o malattie cardiovascolari anche letali.

Il rumore della nostra mente mai sazia di informazioni e di stimoli, che fino a pochi decenni fa era solo un flusso di pensieri non sempre materializzato, è diventato a tutti gli effetti completamente fisico, e avvolge e permea ogni momento della nostra vita: dalla musica di cui sopra, alla televisione “accesa per farci compagnia“, ai rumori del traffico, a quelli dei trasporti.
Un’esperienza molto comune durante il lockdown dell’inizio del 2020 è stata proprio quella di riscoprire il silenzio (o almeno qualcosa di molto vicino ad esso): per darvi una stima, considerate che secondo alcuni studi il rumore di fondo nelle città industrializzate si ridusse anche del 50%, incidendo positivamente anche su diversi disturbi clinici legati all’inquinamento acustico.

Come esseri umani (e soprattutto animali) abbiamo un vitale bisogno di silenzio.
Non è per questo che abbiamo cominciato a pregare, o a meditare, o a ricavare spazi nelle comunità crescenti e sempre più complesse per prendere una pausa e ascoltare profondamente dentro e intorno a noi?
Il periodo natalizio ne è una prova tangibile (e spesso non in positivo): almeno nell’emisfero boreale, stagionalmente parlando, questo è un periodo di riposo e di introspezione per tutta la Natura. Gli animali si acquietano, molti vanno perfino in letargo; le piante rallentano il loro metabolismo; la Terra stessa, secondo le antiche tradizioni, dorme in attesa di risvegliarsi.
Il periodo natalizio nasce proprio per celebrare questo momento, nel clima successivo alla ricchezza autunnale e al progressivo addormentamento, celebrando con gioia la promessa del Solstizio d’Inverno: la nascita di un nuovo calore, e di nuova energia vitale, che però rimane ancora lontana, mentre il buio è al massimo della sua estensione.
È (o dovrebbe essere) un periodo di raccoglimento, di intimità e di silenziosa osservazione.
Cosa ci spinge a trasformare tutto questo in un caos rumoroso e cacofonico?

Forse temiamo il Silenzio.
Nel silenzio è difficile ammantarsi di un chiacchiericcio rassicurante, ed è molto complesso continuare a cercare stimoli esterni. È anche molto difficile ascoltare il proprio corpo, nel silenzio: è molto meglio muoversi sull’onda di uno stimolo esterno, soprattutto se acustico. Avete mai provato la sgradevole sensazione (per la mente, ovviamente) di danzare senza una musica ad accompagnarvi?
Il silenzio ci costringe ad avere a che fare con noi stessi, così come siamo, senza alcun intermediario.
Certo, ovviamente aveva ragione il Maestro Pitagora: senza questa premessa, nessuna Saggezza può essere davvero raggiunta. Ma, forse, non aveva considerato che il coraggio di stare è qualcosa che molti di noi fanno fatica ad alimentare, e che anche i più saggi a volte perdono.

Senza pretese di diventare grandi Saggi, proviamo a concedere a noi stessi alcuni momenti di silenzio al giorno: al risveglio, prima di dormire, in un momento di tranquillità o prima di parlare, prendiamo brevi attimi di pausa dal continuo e indiscriminato fare, e proviamo a goderne.
Si dice che a Natale si sia tutti più buoni: proviamo a essere più silenziosi, e scopriamo se questo ci conduce a uno stato di maggiore disponibilità, benessere e apertura.

La Medicina del Silenzio è antica quanto la prima Alba e la prima Neve: diamole lo spazio che si merita, e lei ci porterà Doni inaspettati.

Abitare i Confini

di Luca Cascone

In questa settimana, particolarmente intensa per me e per molti altri, ho considerato a lungo il concetto di confine: in molte consulenze e in diversi eventi della vita privata, ho incontrato l’esigenza di riflettere profondamente sulla sua importanza.
Ho già scritto, l’anno scorso, un articolo su questa materia, soffermandomi soprattutto sugli aspetti relazionali dei confini, e degli spazi prossemici in cui viviamo quotidianamente. Questa volta, avevo necessità di concentrarmi sugli aspetti dei confini che riguardano l’autodisciplina e il nostro stesso modo di percepirci.
Come faccio spesso, ho cercato un aforisma che mi ispirasse, e ho letto queste parole:

“I sani confini non sono muri. Sono cancelli e staccionate che ti permettono di godere della bellezza del tuo giardino“.
[Lydia Hall]

Mi ha colpito un’intuizione che aleggiava da alcuni giorni, complici alcune esperienze che mi hanno aperto uno spazio di riflessione: ci sentiamo spesso in balia degli eventi, senza una reale capacità di mutare il corso delle nostre vite, invasi e compressi dal resto del mondo con le sue richieste, aspettative e pretese, ma la verità è che il più delle volte rinunciamo a prenderci la responsabilità di decidere in piena consapevolezza quali sono i confini che nutrono e difendono la nostra integrità e il nostro benessere.

Immaginiamo la nostra vita come un insieme di bolle una dentro l’altra: dalla più vicina, che contiene noi e le nostre relazioni più intime, alla più lontana, che contiene il mondo che appena ci sfiora, tutto ciò che ci attraversa lo fa perché si inserisce nel nostro sistema percettivo, con gradi e intensità diverse a seconda dell’intimità che concediamo.
Anche quando non li percepiamo, i confini definiscono la nostra disponibilità e i rapporti che viviamo: non tutti possono toccarci fisicamente allo stesso modo, per esempio accarezzandoci, e nemmeno baciarci; è un privilegio di pochi. Allo stesso modo, alcune persone possono parlarci confidenzialmente e in modo diretto, e con altri intratteniamo rapporti più formali. Alcune parole o espressioni ci toccano di più, mentre altre non sono per noi motivo di riflessione o di disagio. Alcuni fenomeni naturali ci fanno più paura (ovvero irrigidiscono i nostri confini), mentre altri sono fonte di piacere (li ammorbidiscono e ci rendono disponibili).

Il confine emerge di concerto tra ciò che noi siamo disposti a concedere, e l’obiettivo che l’interlocutore è intenzionato a raggiungere.
Spesso siamo portati a credere che essere disponibili significhi non stabilire confini, ma non ci potrebbe essere idea più fuorviante: è proprio senza stabilire confini che ci esponiamo a subire tutto ciò che ci accade come incontrollabile, traumatico e distruttivo.
Esattamente come un bambino necessita di confini e di disciplina, oltre che della soddisfazione degli altri bisogni primari, per crescere e diventare un adulto responsabile, allo stesso modo la nostra vita ha bisogno di confini, per essere vissuta davvero e in profondità.

Un esempio che faccio spesso: se il mio interlocutore estrae un coltello intenzionato a farmi del male, io ho tutto il diritto di difendermi. Il come sarà una questione di capacità e di scelte: i grandi Maestri hanno fermato la violenza con la loro sola presenza (vi invito a cercare gli episodi del Buddha con il criminale Angulimala che divenne Ahimsaka, o di Gesù con i soldati che attaccarono gli apostoli nell’orto del Getsemani), altri, meno carismatici, usano la loro forza per disarmare l’avversario senza danneggiarlo, e altri ancora, molto meno carismatici, impugnano a loro volta le armi e ingaggiano la lotta.
Qual è il mio confine?
Se sta nel non alimentare la violenza, sceglierò la seconda soluzione. Se sta nella difesa personale, potrò lottare e rischiare di danneggiare me o il mio opponente.

Un altro esempio: se mi mettono a disagio, non è necessario che io accetti certi tipi di contatto fisico. Non mi riferisco solo a contatti particolarmente abusivi, ma anche a certi confini sociali che non sono assolutamente scontati: personalmente, sono una persona che abbraccia molto facilmente, ma se ho uno sconosciuto di fronte, sto molto attento a chiedere il permesso (non solo verbalmente). Non è affatto scontato che l’altra persona sia disposta ad accettare un contatto così stretto, anche se per me è assolutamente naturale.
Qual è il confine che devo rispettare?
Non sarebbe saggio imporre il mio modo a chi non lo gradisce, poiché da gesto gentile diventerebbe una violenza. In una situazione del genere, posso portare la stessa qualità nelle mie parole?

Immaginate ora che il vostro spazio sia quello della citazione che mi ha ispirato: un meraviglioso giardino, da curare con grande attenzione. Se non aveste un confine, quanto passerebbe prima che animali affamati, persone di passaggio ed elementi naturali incontrollati devastino il giardino, rendendolo un ammasso confuso di terra sterile e incurata?
Al contrario, come potrebbe crescere rigoglioso se lo chiudeste completamente all’esterno, escludendo gli uccelli e il vento che portano semi, le api che fanno circolare i pollini, il calore del sole che dà vita ai semi, o la pioggia che dona forza alla linfa?
È quello che succede molto spesso alle nostre vite: a volte mettiamo confini troppo netti, che inaridiscono le nostre relazioni e i nostri rapporti, e rendono difficile lo scambio; a volte, al contrario, non mettiamo confini, e permettiamo a chiunque di entrare nel nostro spazio intimo e di depredarlo, lasciandoci spogli e sfibrati, e vaghiamo alla ricerca di altri spazi che trattiamo allo stesso modo.

Stabilire sani confini è necessario alla vita: significa curare il giardino con amore e dedizione, scegliendo a quale distanza e con quale forza tenere fuori le influenze negative, e permettendo a chi lo nutre di entrare nello spazio, attraverso i cancelli che noi stessi decidiamo di aprire e chiudere.
Questo vale in ogni ambito della nostra vita, da quello fisico, a quello relazionale, a quello professionale: solo costruendo i giusti spazi e curandoli con attenzione possiamo vivere davvero pienamente, nel massimo rispetto della nostra natura e di quella altrui.
Abitare i confini significa stare nello spazio del confine stesso, scegliendo di volta in volta quale sia la sua posizione migliore, chi o cosa può entrare, e chi o cosa no: è un esercizio continuo di consapevolezza e di dialogo tra noi e il mondo, nella mutua ricerca del migliore stato di Equilibrio e di Benessere.

Amare i difetti

Di Nicoletta Giancola

Se ti mostrassi i miei difetti, mi ameresti ancora allo stesso modo?
Recitava così il ritornello di una canzone che stavo ascoltando, quando ho riflettuto che questa domanda racchiude l’essenza di una paura piuttosto comune, ovvero la paura di mostrarsi per come veramente si è. Questo fa paura.

Non a caso, una delle paure più diffuse al mondo è parlare in pubblico, proprio perché la voce è l’espressione più pura, insieme agli occhi, di chi siamo veramente, è la nostra essenza.

Provate a rivolgere questa domanda innanzi tutto a voi stessi: riusciamo ad amarci nonostante ciò che noi vediamo come difetto?

Come sempre, se riusciamo a farlo con noi stessi, insieme alla costanza di farlo ogni giorno, decadrà la paura e il bisogno di rivolgere questa domanda all’esterno. Smetteremo di chiedere all’altro, che sia un genitore, un figlio, un marito, una moglie o un amico, di amarci per come siamo.
È una conquista difficile provare amore per se stessi, poiché amare è comprendere prima di tutto la molteplicità di aspetti di cui siamo fatti ed iniziare a vedere oltre tutte quelle caratteristiche di noi che non ci piacciono, cosa che normalmente ci viene naturale. È vedere le nostre qualità e gli aspetti che fanno di noi ciò che siamo, la nostra unicità, al di là che ci piaccia o meno.

Una semplice pratica è quella di soffermarsi ad osservarsi davanti allo specchio, se si tratta di una parte fisica, oppure si può osservare la qualità di una parte del nostro carattere che critichiamo, chiedendoci: quando e come è utile questo aspetto di me?
Ad esempio un’eccessiva rigidità nei cambiamenti può nascondere una capacità di portare avanti un obiettivo: allo stesso tempo, se emerge troppo non permetterà di adattarci ai cambiamenti necessari per portarlo a termine.

Ogni volta che riusciamo ad osservare diversamente un aspetto, e lo integriamo nel nostro campo di consapevolezza, proseguiamo con un altro e poi un altro ancora fino a farlo diventare un gioco in cui con leggerezza impariamo a conoscerci ed amarci di più.

Essere come la Terra

di Nicoletta Giancola

Ancora una volta in macchina, ancora una volta una situazione vista tante altre volte oggi mi ha colpita, forse non l’avevo mai guardata, forse oggi ho sentito che dovevo soffermarmi più a lungo. Quanto a lungo? Un’istante. Ma concederci di stare nel momento senza affrettarci (illusoriamente) a raggiungere quello successivo ci apre alla grazia di essere disponibili ad accogliere meglio ciò che stiamo vivendo.

Un campo di terra, marrone, umida, con zolle come onde che facevano intravedere ciuffi d’erba, alcuni più esili alternati ad erbe più cicciotte di un verde intenso.
Presa ad osservare quante nuove piante ci fossero sono stata sorpresa da una riflessione: imparare ad essere come la terra. Per quante volte viene smossa, tagliando e sradicando ciò che è sorto da essa, non cessa di rifiorire, incessantemente.
Alla prima domanda: “riesco ad essere come la terra? Riesco a continuare ad essere fertile e creativa quando tutto viene tolto, quando non c’è più nulla?” Alla disfatta e all’impotenza segue un senso forte e saldo: “sono come la terra”. Ma c’è un limite: ricordarselo. Ricordarsi di essere vivi e di percepire l’energia vitale scorrere, non dobbiamo fare altro, semplicemente permettere che sia.
La terra non sceglie quali piante cresceranno o quante, ma è disponibile. Impariamo ad essere altrettanto disponibili e lasciamo che spontaneamente nascano le situazioni che, come le piante, sono le più adatte a noi. Magari noi ne vorremmo delle altre ma come su ogni terreno crescono le specie più adatte, così in noi, nella nostra vita, incontriamo esattamente ciò che più si adatta a noi e come non c’è nemmeno un filo d’erba nato sbagliato, così è per ciò che viviamo.

Impariamo ad osservare questo ogni giorno e impariamo a nutrirci della perfezione che osserviamo intorno a noi in modo da imparare a riconoscerla in noi stessi.
Citando un autore che condivido spesso: “il mondo è bello, siamo noi ad essere ciechi“.

Essere nel corpo, non del corpo

Di Luca Cascone

Ci sono molti modi per avere a che fare con il corpo umano, e molti di questi modi nel nostro mondo lo osservano come una sorta di alieno, o di macchina eccezionalmente complicata, da scoprire, smontare, oliare ed aggiustare.
Questo approccio, che è proprio della nostra società in modo quasi maniacale, arriva ad essere confuso con una buona conoscenza della macchina, o ancora di più con una sorta di riverenza verso di essa.
In realtà, non c’è niente di più lontano dalla verità.

In una realtà sociale e storica come quella in cui viviamo, dominata dal pensiero occidentale “traviato”, il corpo è il corrispettivo biologico dell’automobile o dell’ascensore: un mezzo con cui spostarsi. Certo, un mezzo da conoscere estesamente, a cui fare una manutenzione a volte quasi eccessiva nella sua meticolosità, ma niente di più, niente di più vicino a un’osservazione davvero partecipata, vicina, attenta, e in definitiva realmente umana.

Il corpo, oggi, è un oggetto a cui ci si riferisce di volta in volta secondo modelli e linguaggi di tipo estetico (bello e brutto), erotico (attraente o non attraente), medico-sanitario (sano o ammalato), performativo (sportivo o sedentario), eccetera. Raramente, però, usciamo dai linguaggi che usiamo per descrivere il corpo, o descriverne quelle parti che in quel momento sono funzionale all’incasellamento analitico che stiamo portando avanti, o che la società sta portando avanti su di noi.


Quando ci fermiamo ad osservare il corpo così com’è?

La massima che dà il titolo a questo articolo è presente in diverse tradizioni sapienziali, sotto la forma di un apparente distacco dalla corporeità per cercare la libertà della mente e dello spirito.
In realtà, se guardiamo in profondità questo concetto, ci accorgiamo che è proprio il contrario: attraverso il riconoscimento, da parte della coscienza, del non essere solo un corpo, ci è data la possibilità di osservarlo senza renderlo necessariamente uno strumento funzionale all’obiettivo del momento. Ci è data la possibilità di vivere il corpo in modo indipendente e autonomo da ciò che pensiamo su di esso o da ciò che vogliamo fare di esso, ma quasi nessuno approfitta di questa straordinaria abilità e possibilità.

Quando starnutiamo, ci fermiamo ad osservare il processo con cui il corpo cerca di eliminare gli agenti patogeni, meravigliandoci delle strategie millenarie che ha elaborato, o pensiamo subito di essere ammalati?
Quando camminiamo, ci fermiamo ad osservare la complessa e affascinante serie di coordinamenti necessari a realizzare ogni singolo passo, godendo della precisione di lavoro del nostro sistema nervoso e del nostro sistema muscoloscheletrico, o usiamo tutto questo solo per raggiungere la meta che abbiamo fissato in quel momento?
Quando ascoltiamo qualcuno che parla, sappiamo riservare una parte della nostra attenzione all’incredibile atto della comunicazione, e agli effetti e reazioni che il discorso del nostro interlocutore causa su di noi, o siamo interamente proiettati verso la risposta che già stiamo costruendo nella mente, per portarci avanti senza nemmeno aver finito?


Per la maggior parte del tempo, sfruttiamo il corpo senza mai osservarlo davvero.

Di solito, cominciamo a mettere l’attenzione su questa delicata e sovrumana capacità solo quando qualcosa non va: se ad esempio ci ammaliamo, anche in modo lieve, improvvisamente il corpo acquista una centralità quasi ossessiva, che spinge molti di noi a cercare l’esatta definizione della propria condizione o patologia, senza mai fermarsi ad osservare cosa sta succedendo.
Il corpo ha una capacità comunicativa incredibile, e nulla di ciò che fa è mai casuale, al contrario di ciò che vorrebbero credere alcuni: ogni azione mediata dal sistema nervoso e incarnata nei tessuti del corpo ha un significato e una finalità di tipo comunicativo, e in definitiva espressivo e relazionale.
Purtroppo, questi messaggi che il corpo invia non possono essere colti, se siamo troppo occupati a gestirlo con altri linguaggi e altri obiettivi: dobbiamo dare spazio alla sensorialità, se vogliamo accedere a questo livello di dialogo.

È una cosa che vedo praticamente ogni volta che qualcuno si rivolge a me: tutti parlano del proprio corpo, ma quasi nessuno lo vive.
Lavorando in un contesto terapeutico, mi trovo spessissimo a dialogare prima di tutto sul senso (e non sul significato!) che il dolore, la difficoltà o la patologia assumono per la persona, e di solito scopro che è un terreno che nessuno ha ancora battuto.
È come se, chiedendoci costantemente il perché delle cose, perdessimo lungo la strada il come, e il come stiamo mentre accadono.

Una lezione inestimabile delle Medicine Tradizionali e dei sistemi di cura che si muovono da esse è proprio quella di rimettere al centro l’esperienza della persona prima ancora del dare un nome alla malattia, o di trovare il modo di guarirla. Dare una storia agli eventi non è un esercizio intellettuale, ma una profonda necessità che l’umano sembra dimenticare.


Non si può guarire davvero se prima non ci si ferma ad osservare il processo di malattia, perché è in esso che possiamo trovare la soluzione ai nostri problemi.

Non esiste pillola magica o soluzione miracolosa ai problemi fuori dai problemi stessi, anche se cerchiamo in tutti i modi, ogni volta, di aggrapparci a questa possibilità. Come dice un celebre aforisma zen: la via per uscire (dai problemi) è dentro (“the way out is in”).
Fermiamoci ad osservare il nostro corpo, e lui risponderà con l’unico linguaggio che conosce: quello dei sensi, e della verità.
Anche se quella verità sarà scomoda per la nostra mente, il nostro corpo saprà sempre cosa è meglio per noi, perché per nostra fortuna è un veicolo, ma molto più intelligente di qualsiasi macchina che noi potremo mai sperare di immaginare e costruire.

Fidiamoci del corpo, e lui saprà sempre indicarci la via giusta.

La legge dell’analogia

Di Nicoletta Giancola

L’articolo di oggi ci porta a mettere in pratica letteralmente il significato del nome assegnato a questa rubrica: risvegliare l’esploratore.

Chi è l’esploratore? È quella parte che, quando eravamo bambini, ha iniziato a chiedersi il “perché” delle cose. È ognuno di noi.
Perché è necessario che si risvegli? Perché nell’uomo è insita la ricerca, la voglia di scoprire e di capire, ma quella fiamma spesso si affievolisce a tal punto che smettiamo di porci domande e di ricercare, sia attraverso la conoscenza intellettuale che esperienziale.

Tornare a vedere con gli occhi di un bambino” (cit.) è ricontattare quella purezza che permette di vedere le cose per come sono e accadono, e meravigliarsi di come possano farlo.
Mentre ero in viaggio verso una formazione, ieri mi è successo di incontrare una serie di rallentamenti in autostrada, che mi hanno permesso di notare con più precisione dove mi trovassi e cosa stessi facendo, allontanandomi dal semplice pensiero di percorrere una strada per arrivare a destinazione. Questo stato di maggiore quiete, a sua volta, ha fatto sì che osservassi i lavoratori in strada, ed in quel momento è sorta una domanda. Perché erano lì? Cosa stavano facendo? In realtà, era piuttosto ovvio, ma mentre mi incanalavo in un ulteriore restringimento di corsia, corrispondente ad un ulteriore rallentamento anche interno, è arrivata un’altra domanda: che analogia hanno gli operatori al lavoro in strada con il nostro corpo? 

Lo so, può sembrare un po’ strana come domanda, ma tutti gli eventi e tutto il mondo possono essere l’analogia di qualcos’altro, e a me piace provare ad intuire cosa sia.
La legge dell’analogia, una delle leggi universali che regolano il cosmo, si trova riportata sulle Tavole Smeraldine, il compendio di sapienza attribuito ad Ermete Trismegisto, e in breve viene descritta con le parole:

Come sopra – così sotto, come sotto – così sopra. Come dentro – così fuori, come fuori – così dentro. Come nel grande – così nel piccolo”.

In pratica, ciò che avviene dentro di noi influenza la realtà fuori di noi, e viceversa. Per capire il fuori dobbiamo vedere dentro, per capire il dentro dobbiamo vedere fuori.

E così, pensando che le grosse strade di collegamento vengono chiamate per analogia anche arterie, mi sono chiesta cosa potessero rappresentare i rallentamenti e i lavoratori.
Mi sono accorta che l’esempio più simile che sorgeva nella mia consapevolezza era quello del corpo, che rallenta il flusso sanguigno in una zona da riparare in modo da poter permeare il distretto e rilasciare gli elementi adatti alla riparazione tissutale, mentre altri elementi corpuscolari (per analogia, le automobili) continuano a scorrere all’interno dei fluidi nei vasi sanguigni (la strada), e laddove ci sia necessità di un intervento specializzato si fermano e si inseriscono nel processo di riparazione, come un mezzo di servizio. 
Questo è solo un semplice esempio di analogia. Di tanti altri avete sentito parlare molto spesso: è il caso dell’analogia tra forma di un cibo e forma dell’organo corrispondente, e anche di quella tra la forma dell’albero – che lavora con la produzione/scambio di ossigeno e anidride carbonica – e la forma dei polmoni – che producono/scambiano esattamente al contrario.

Quello che vi suggeriamo è di provare a farvi domande e di ritornare a giocare al gioco dei perché come fanno i bambini.
I loro perché, spesso surrealisti ma sempre dotati di un proprio senso, ci colgono il più delle volte impreparati. Quante volte ci capita di rispondere senza nemmeno pensare alla domanda? O rispondere con una frase fatta? O ignorarli nel modo più assoluto (magari distogliendoli dalla domanda)? 
Imparare a domandarci il perché delle cose ci aiuta a superare gli stereotipi e imparare a vedere il complesso dietro la banalità, ci porta a riflettere su di noi, sulla nostra vita e sulla natura dell’universo e per quanto possa apparire ai più una perdita di tempo, in realtà aiuta a riconnettersi alla parte più profonda di noi.

La Medicina Tradizionale tra olismo e olografia

di Luca Cascone

In molti contesti professionali che riguardano la salute e il benessere, dai più formali ai meno definibili, si è ormai diffuso in modo capillare il termine olistico, assumendo i più disparati significati e giustificando le più disparate pratiche. E, diciamolo pure senza remore, scadendo di significato e perdendo il suo originario potere. Per questo alcuni, per reazione, cominciano ad evitare il termine, distaccandosi da logiche superficiali che – assai spesso – danneggiano l’aspirazione che è stata racchiusa in questa difficile e maltrattata parola.

Il fatto di trovare un altro termine senza fermarci e interrogarci su questo fenomeno potrebbe metterci al riparo dallo scadere in una definizione potenzialmente pericolosa, certo, ma non va nel profondo della questione.
Partiamo dalla parola: “olistico”, aggettivazione di “olismo”, derivato da ὅλος (hòlos, “globale, totale”), compare per la prima volta come parola negli anni 20 del secolo scorso (J. Smuts, “Olismo ed Evoluzione”), sebbene le sue radici concettuali siano riconducibili a tempi ben più antichi in Occidente, e sicuramente in Oriente dove gran parte dei sistemi filosofici si basa sull’assunto (olistico, appunto) che un sistema non sia riducibile alla somma delle parti che lo compongono, ma debba essere visto nell’interezza della sua complessità.
Questo è l’assunto di base di ogni visione olistica, che per sua storia si contrappone, in qualche modo, ad una visione meccanicistica e riduzionistica di un qualsiasi sistema (in genere biologico): in parole povere, chiunque applichi questa idea al sistema-uomo ritiene che non basti spiegare “fenomeno uomo” in termini di aggregati di cellule, tessuti, fluidi, muscoli, articolazioni, organi, e meccanismi, pur sempre più raffinati fino ad arrivare alle strutture mentali, psichiche e – perché no – oltre. Ci deve essere “qualcosa in più” che dia il senso della complessità e delle relazioni tra le strutture, di una “teoria del tutto” che non riduca l’uomo a un omino di Lego, per quanto raffinati siano la progettazione, la realizzazione e l’assemblaggio delle parti.

Fin qui, non ci sarebbe niente da dire: è una prospettiva affascinante, dal mio punto di vista del tutto condivisibile in termini di pensiero intuitivo (per dirla con Jung), e che riporta immediatamente un sapore rinascimentale alla vita odierna.

L’ostacolo è, inevitabilmente, la realtà delle cose.
Posta l’innegabile natura “olistica” di un qualsiasi sistema, che alla somma della parti aggiunge il “più” del processo di metterle in relazione tra loro e con l’ambiente (il “tutto”) secondo una sua propria forma di “autonomia” e “coscienza” (cfr. olismo ontologico, teoria dei sistemi), non è possibile dall’esterno avere completa conoscenza di ogni parte e ogni relazione al suo interno: qualsiasi forma di conoscenza olistica di un sistema è quindi ascrivibile solo ad un sovra-sistema che contenga il sistema stesso, per cui si potrebbe azzardare il nome di coscienza collettiva.
Traslando il tutto nel contesto della salute, ogni persona-operatore che si approcci a una persona-cliente/paziente/utente (la scelta dei termini è di tipo contestuale e legale), inevitabilmente non sarà in grado di cogliere quel “tutto”, perché il suo sguardo sarà per forza di cose limitato: su tutti i piani, possiamo solo approcciarci a un’altra persona (ovvero ad un altro sistema) come singoli punti di osservazione, limitati e orientati da parametri fisici, emozionali, psichici. Il mondo “olistico” troppo spesso ha tradito la sua vocazione usandola come travestimento per potersi occupare di tutte le sfere dell’umano a piacimento dei singoli operatori, molto e troppo spesso senza nemmeno avere idea di quali queste siano, e di come (apparentemente) funzionino. Facendo ciò, non ha fatto altro che avvalorare l’idea che l’intero approccio non sia nient’altro che pseudoscienza e tuttologia da ciarlatani.

Per questo ultimamente, sono portato a pensare che sarebbe più saggio spostarsi semanticamente sulla definizione di olografia.
Un ologramma è per definizione una stratificazione di diverse immagini bidimensionali di un oggetto in una tridimensionale, ottenuta tramite l’impiego di un laser, che impressiona l’immagine tridimensionale su una lastra bidimensionale. Visivamente, un ologramma ha la particolarità di contenere, in ogni propria parte, l’informazione di tutta l’immagine: tagliandolo in due parti, infatti, entrambe mostreranno l’intera immagine immagazzinata nella lastra.

Questo è un concetto molto interessante se si pensa alle professioni che si occupano della relazione d’aiuto, in tutte le sue forme: ognuna ha un suo sistema di riferimento, e si basa su logiche e mappature proprie del fenomeno-uomo, che hanno però dei limiti, anche consistenti. Ogni professione o specializzazione, infatti, vede una “fetta” dell’ologramma e, se ha una caratteristica olistica, la utilizza per leggere l’intero ologramma a partire dalla propria visione.
A pensarci bene, questo approccio è l’esatto contrario, ontologicamente ed epistemologicamente parlando, di quello utilizzato dalla medicina moderna occidentale nel suo sistema di specializzazione, dove uno specialista legge il sistema umano nei limiti della propria competenza, demandando ad altri la lettura di altre aree o funzioni: questo porta a una continua frammentazione delle cure, che non tiene conto della necessità di ricostruire l’ologramma.
Ma l’olismo come normalmente lo intendiamo non la supera, anzi le si contrappone soltanto con forza uguale e contraria.

Il problema di fondo è che non si può ricostruire l’ologramma presumendolo a partire da un solo punto di vista, ovvero ciò che accade ormai molto frequentemente nel campo olistico: questa non è altro che l’altra faccia della specializzazione.
Di una cosa sono molto sicuro: non è questa la strada per recuperare l’integrità nell’esperienza della cura. Di contro, non ho una ricetta per risolvere il problema, ma una prospettiva: affidarsi a una logica transpersonale e trans-posizionale.

Un primo livello di questa prospettiva è la collaborazione. Un singolo professionista “vede” l’ologramma-persona a partire da un punto di vista, che ne determina i percorsi di analisi e le strategie che proporrà per risolvere un problema o aumentare il benessere e l’integrità della persona. Ma per quante competenze possa accumulare, ci sarà sempre una parte dell’ologramma che potrà solo “intuire” tridimensionalmente dal proprio punto di vista, e che invece un altro professionista vedrà in modo più nitido, a partire dal proprio. La vera collaborazione tra i due (e non il continuo rimbalzare da uno studio all’altro) è costituita dal mantenere lo sguardo puntato sulla tridimensionalità, pur muovendosi ognuno nella propria fetta di ologramma. Non si tratta di confrontare le rispettive visioni, ma di guardare allo stesso obiettivo pur da angolazioni diverse.

C’è un secondo livello, più complesso: è quello centrato sull’esperienza della persona che richiede aiuto (etimologicamente, il cliente). Come abbiamo detto, è solo dall’interno del sistema che si possono esperire tutte le caratteristiche e le necessità di quel sistema. Ne consegue che passare dalla semplice partecipazione della persona al proprio processo di cura e alla propria storia di malattia (come si chiama in Medicina Narrativa) al suo effettivo riprendere il ruolo di protagonista è fondamentale per orientare il processo stesso, attraverso il continuo monitoraggio dall’interno, e non – come spesso succede – per aggiungere un tassello alla mole di specializzazioni a cui una persona si può rivolgere, magari nello stesso specialista.

Infine, c’è un terzo livello, che custodisce il senso profondo dell’ologramma: la relazione, base e sostegno del triangolo che si instaura tra paziente e terapeuta, vede come suo vertice il , la versione più pura dell’ologramma. A questo livello si accede solo se da parte del professionista la specializzazione lascia il posto alla visione più ampia del Servizio, e se l’occhio clinico, che vede caratteristiche peculiari di fenomeni conosciuti, lascia spazio alla visione simbolica, che si astrae dalle singole manifestazioni della realtà, riconducendo e includendo la persona e il terapeuta in un ambito più grande, quello della Creazione stessa che si ripercuote e si rinarra ogni volta che entriamo a contatto con la realtà.
Allo stesso tempo, per accedere a questo livello è necessario che la persona prenda coscienza della propria responsabilità totale nel processo, senza delegarla ad altri. In definitiva, infatti, per le Medicine Tradizionali non esiste il “guaritore” in senso stretto, ma esiste la persona che ti può accompagnare verso la guarigione (etimologicamente, il terapeuta).

Ogni parte di noi è inclusa in un sistema più grande, ma è allo stesso tempo la rappresentazione esatta di un macro-cosmo che vi si riflette pienamente e totalmente dentro: in questo grande labirinto ci si perde molto di frequente.
Come potrebbe una singola mappa, per quanto dettagliata, racchiudere tutte le informazioni di un Universo?

La Medicina Tradizionale in tutto il mondo vive e respira di questa continua connessione, cercando di renderla il più possibile viva e presente. Non è un tentativo di scappare dalla realtà, ma al contrario di includerla nel grande movimento della danza cosmica, senza ridurla a un mero meccanismo, e nemmeno pensare che le sue funzioni siano solo espressione di rapporti coordinati all’interno di un unico sistema. La realtà è un grande calderone in cui ogni più piccola parte contiene l’informazione di tutto il sistema, dell’interna Coscienza Universale che possiamo chiamare Dio.
Eppure, la gran parte di questo calderone è buia e oscura: è a tutti gli effetti un Mistero.

È solo recuperandone pienamente questa caratteristica che possiamo uscire dalla trappola della convinzione che vedere la complessità significhi vedere tutto in modo generale, contrapponendolo al vedere solo una cosa in modo molto approfondito.
La visione della complessità dell’ologramma può essere rispettata solo accettandone il Mistero, e non cercando di sovrapporre al territorio una o più mappe, per quanto complesse, stratificate o dettagliate.
Altrimenti, si sta solo declinando l’errore condiviso della nostra società, la convinzione di poter vedere, conoscere e sapere tutto, in modi apparentemente contrapposti, allontanandosi dalla possibilità di accogliere la complessità e mettersi al suo Servizio in modo incondizionato, accettando di non conoscere tutti i risultati che le nostre azioni produrranno, ma avendo piena Fede che saranno guidati e prodotti da un’intelligenza infinitamente più saggia, complessa e lungimirante della nostra.

Andrew Taylor Still, fondatore dell’Osteopatia, che molti credono essere un ciarlatano meccanicista, aveva entrambi gli occhi molto ben aperti su questo Mistero, e gli sono attribuite parole che riassumono perfettamente la mia riflessione:

“Io amo i miei pazienti, poiché vedo Dio nei loro volti e nelle loro fattezze”.

Tutto ciò che si allontana da questo grado di complessità, è solo un tentativo di mettere al sicuro il proprio ristretto campo visivo, senza affidarsi all’infinita conoscenza della Natura universale.