Vivere il Flusso

Da un punto di vista fisico, un fluido è un oggetto privo di una forma stabile, soggetto a cambiamenti di forma e all’adattabilità ad un contenitore, se costretto in uno spazio solido.
Per estensione, è definito fluido tutto ciò che è in grado di passare da una conformazione spaziotemporale ad un’altra con relativa facilità.

Il flusso, come azione di ciò che è fluido, è il processo attraverso cui un fenomeno (un fiore, una persona, un periodo di tempo, una roccia, un calzino, …) attraversa lo spazio e il tempo e in questi si modifica, con diverse velocità e dinamiche. La sua caratteristica è quella di non produrre attrito, o di produrne molto poco: come esseri umani, ci diciamo nel flusso quando riusciamo a passare attraverso cambiamenti di stato anche di grande entità con la minima resistenza possibile.

Diciamo di sentirci fluidi nel corpo quando sperimentiamo la sensazione di riuscire a compiere un movimento con facilità e il giusto grado di tensione, necessario a condurre in modo progressivo e consapevole il gesto, ma decisamente al di sotto della soglia della fatica e del dolore.
Un braccio può aiutarci a farne esperienza immediata: quale escursione riusciamo a coprire con il movimento, senza percepire eccessiva tensione? Essa, a prescindere dalla sua entità, è lo spazio che il nostro arto può raggiungere ed esplorare in modo fluido.
Se proviamo a testare le capacità di movimento del nostro braccio tutti i giorni, esse rimangono uguali, o cambiano in base al momento? Allenandoci a sentire il movimento fluido di una nostra parte, dopo quanto tempo essa raggiunge il suo massimo grado di libertà?
Allo stesso modo, possiamo testare e incoraggiare la fluidità del nostro respiro – cosa lo libera, cosa lo costringe? -, della nostra digestione – quali alimenti la rendono facile, quali la ostacolano? – e di tutte le attività del nostro corpo.

Quando ci rivolgiamo alla nostra dimensione emotiva, possiamo notare facilmente quali emozioni risultino fluide, osservabili ed esprimibili in modo libero e disteso, e quali al contrario siano caratterizzate da una certa densità, rigidità e difficoltà di caratterizzazione, catalogazione e verbalizzazione.
Come mammiferi, siamo profondamente inseriti in una dimensione emotiva che spesso neghiamo, immobilizziamo o tratteniamo a favore di una più apparentemente efficace razionalità: sollecitate dall’ambiente interno ed esterno, le emozioni sono una parte integrante della fisiologia umana, e un sano contatto con esse è caratterizzato da una capacità di osservarne il sorgere e il dissolversi, senza rimanere ancorati allo stato che esse ci inducono.
La prossima volta che proveremo un’emozione intensa, sia essa positiva o negativa, proviamo a fare questo esercizio di osservazione: dopo qualche tempo, i riverberi di quello stato sono ancora presenti? Rimaniamo ancorati alla grande gioia o alla grande rabbia che abbiamo provato dieci ore fa, anche se le condizioni che le hanno create si sono dissolte?
Se la risposta è sì, qualcosa in noi sta resistendo a un cambiamento che, in definitiva, è già avvenuto: siamo apparentemente usciti dal flusso, e possiamo ritornare ad esso nel momento in cui ci lasciamo scorrere di nuovo in ciò che è presente.

In psicologia, l’esperienza di flusso è stata descritta dall’ungherese Mihály Csíkszentmihályi, che lo ha identificata come uno stato di completo coinvolgimento dell’individuo, sul piano fisico, emotivo e mentale, in una certa attività, in uno stato che si situa tra la massima attivazione – senza sfociare nell’iperattivazione – e la massima distensione – senza divenire rilassamento passivo, o addirittura depressivo.
Il soggetto che si trovi in questo stato farà esperienza di una grande focalizzazione, a dispetto di una netta diminuzione del senso di sé (se non per quella parte di esso che è necessaria all’attività); di un’elasticizzazione o addirittura di un annullamento del senso del tempo; di uno stato di tensione ottimale (né troppa, né troppo poca); e, non da ultimo, di un piacere intrinseco all’attività stessa, che risulta naturale e, appunto fluida.
Non a caso, la definizione di questo stato è la stessa della trance e degli stati di massima concentrazione ascrivibili all’attività sportiva, alla danza, alla meditazione, alla musica, al sogno consapevole, e allo spazio del rito e della cerimonia, e a tutte quelle attività in cui l’esperienza umana è intrisa di una naturalità e di un senso di piacere che la rendono ottimale.
Ripensiamo all’ultima occasione in cui abbiamo vissuto un’esperienza simile davanti a un film, ascoltando una canzone, facendo attività fisica, leggendo un libro, o qualsiasi cosa ci dia piacere e agio: ci accorgeremo di riconoscere le caratteristiche del flusso, e soprattutto che esso è a portata di mano ogni giorno, in ogni istante.

Che sia del corpo, del cuore o della mente, la fluidità permette l’adattamento all’ambiente e alle nostre modifiche interne, ampliando ciò che possiamo fare per alimentarla: lavorare sul corpo in modo consapevole, alimentarci a sostegno del nostro sistema, esercitarci a pensare sempre almeno da un’altra prospettiva e confrontarci almeno con un’altra persona su un dubbio o un problema.
Scopriremo presto molti modi di ammorbidire quelle rigidità che solo poco prima ci sarebbero sembrate insormontabili.

L’importanza dell’Elasticità

Da molti poco considerato, lo stretching – come ben sanno millenarie tradizioni come lo yoga – è in realtà importantissimo. Spesso non gli si dona il giusto valore, considerandolo alla stregua di una veloce formalità senza altro scopo che quello di “riscaldamento”.

Chiunque faccia sport o si alleni in palestra sa che solitamente si riservano i primi o (e?) gli ultimi minuti dell’allenamento all’allungamento, prestando attenzione ai gruppi muscolari che hanno lavorato maggiormente. Generalmente, si utilizza un approccio detto “statico”: ogni posizione è mantenuta al massimo dell’allungamento per non più di 30 sec., e molto spesso – ahinoi! – associata ad un “molleggio”.
Su quest’ultimo, chiariamoci immediatamente: non serve a nulla ai fini dell’allungamento vero e proprio, ma la sua – piacevole – funzione è quella di far percepire un momentaneo senso di liberazione e controllo dell’area sottoposta all’esercizio.
In questo caso, meglio sarebbe effettuare esercizi di tipo “dinamico”, specifici per l’attività atletica.

Quanto al tempo di allungamento, il mantenimento per meno di 30” è molto utile se il nostro bersaglio sono le fibre muscolari: per preparare il muscolo a un’attività, o per distenderlo alla fine, è un’ottima soluzione.

Cosa succede se proviamo ad estendere il tempo di allungamento?

Accade che il bersaglio non sarà più il muscolo, ma il tessuto connettivo, che lo avvolge e lo mantiene “in forma”, e che allungandosi dona alla massa delle fibre muscolari un contenitore “più comodo”.
In questo caso, il tempo di mantenimento è di almeno un minuto e mezzo, aumentando progressivamente il grado di tensione mano a mano che il tessuto connettivo si “rilassa”.
Con questo approccio, inoltre, possiamo passare ad una tipologia di stretching che – guarda caso – si avvicina alle sequenze dello yoga: si tratta del cosiddetto “stretching globale attivo”, che si rivolge non al singolo muscolo, ma agli interi gruppi (o “catene”) muscolari, agendo direttamente sul controllo posturale.

Di una cosa possiamo essere certi: lo stretching richiede pazienza.

Significa fermarsi, respirare e prendere coscienza di una parte (non solo muscolare) del corpo che si allunga e si distende, e di altre parti che devono invece contrarsi e sostenerci. Significa dare il tempo al sistema nervoso centrale di immagazzinare e modulare informazioni microscopiche, e di allenarlo alla precisione e alla consapevolezza.
Osservando gli animali possiamo intuire il vero scopo e beneficio di
quest’attività.

Pensate a un gatto che abbia passato un intero pomeriggio a dormire:
quando si sveglia, per prima cosa si “stiracchia” in modo lento, attento e meticoloso, senza tralasciare nemmeno la lingua o la punta della coda.
Un secondo dopo, è già pronto a dare la caccia alla prima preda
disponibile (uccellino, topo o giocattolo poco importa!). E appena prima
di dormire, dopo essersi lavato, tornerà a stiracchiarsi prima di
distendersi comodamente.

Il gatto lo sa: lo “stiramento” (questa la traduzione letterale di “stretching”) serve a rimanere in uno stato di elasticità, e a modulare le risposte di attacco/fuga e riposo/digestione, ovvero le due attività del sistema nervoso autonomo (o “neurovegetativo”) che regola la nostra vita interna: un po’ come al gatto, appena alzati potrebbe capitarci di inseguire l’autobus, la preda moderna; e alla fine della giornata, potremmo aver bisogno di scrollarci di dosso le tensioni prima di una
sana dormita.
Elasticizzata così la nostra fonte di movimento, la struttura muscolo-scheletrica, potremo godere di un rinnovato benessere, dovuto alle conseguenze sulla circolazione arteriosa e venosa e sull’attività di conduzione nervosa: questa triade inseparabile è infatti in stretta connessione funzionale con lo stato di tensione del muscolo, ed è proprio attraverso il sistema di archi riflessi con il sistema nervoso centrale che possiamo modulare lo stato tensivo di tutto il sistema, con conseguenze a cascata anche sullo stato delle ossa e delle
articolazioni, e degli organi interni (questo è alla base, tra l’altro, dell’efficacia di un buon trattamento manuale).

Il beneficio, quindi, è dell’intero organismo: mantenendosi elastico, esso gode di un’attività metabolica più armonica, e il sistema nervoso centrale impara a riconoscere, modellare e modulare con sempre maggior precisione tutto il corpo, donandoci un notevole aumento della nostra presenza fisica, in ogni senso possibile.