di Luca Cascone
Domani, 1 agosto, nel calendario neopagano basato sulle tradizioni spirituali europee, detto “Ruota dell’Anno“, si celebra la festa di Lughnasad, letteralmente “assemblea di Lugh”, derivato dalla tradizione irlandese. In Irlanda, appunto, ancora oggi si tratta di una festa nazionale. Nella tradizione mediterranea, è la metà del mese di agosto (il moderno Ferragosto), a custodire questa celebrazione, ma l’origine è particolarmente simile.
Nel cielo notturno, dopo qualche tempo di invisibilità, sorge la stella Sirio, che i latini chiamavano “canicula” (da cui “canicola” come caldo di grande potenza) dedicando celebrazioni a Diana, da cui derivano gli onori che la Chiesa ha attribuito all’Assunzione di Maria proprio il 15 agosto.
Nell’immaginario e nella simbologia che accompagna la sapienza europea, questo è il momento in cui coesistono due forze contrapposte: la potenza del caldo più glorioso di tutto l’anno, e l’inizio “ufficiale” della discesa verso la parte oscura. La fine degli sforzi, e il godimento dei risultati più luminosi.
È un paradosso che ognuno di noi ha vissuto diverse volte: questi sono i giorni di più grande calore, e insieme quelli in cui ci accorgiamo che le giornate durano meno, che la luce sta cominciando a calare, nella promessa dell’autunno che ancora sogna tra le foglie degli alberi.
Sono giorni in cui per eredità ancestrale abbiamo voglia di celebrare e di riposare, perché nell’antico uso contadino questo era il momento di godere dei primi raccolti, e di festeggiare i risultati raggiunti.
Per i nostri antenati, erano risultati molto concreti: se l’anno era stato buono, e le colture abbondanti, si poteva gioire perché ci sarebbero state provviste per l’inverno. Oggi forse non abbiamo più necessità di evitare la fame invernale, ma certamente in questo momento ci godiamo i frutti del lavoro annuale. Si potrebbe dire che le celebrate vacanze estive sono il corrispettivo dei mazzi di grano dorato dei nostri nonni!
Facciamo un breve, ma fondamentale passo indietro: tutto ciò che è cresciuto nella stagione passata, e maturato oggi, è stato seminato ad un certo punto del tardo inverno o della primavera. Simbolicamente, perciò, ciò che raccogliamo è sempre il frutto di qualcosa che abbiamo messo in atto come seme tempo prima, e che abbiamo innaffiato e nutrito per un certo periodo perché non morisse e potesse prosperare.
Come dice il proverbio: “Chi semina, raccoglie“.
E, in effetti, raccogliamo sia i semi positivi, portatori di felicità e benessere, sia quelli negativi, che sono distruttivi e velenosi.
Il dolore che provo oggi è frutto dei semi di rabbia, paura e chissà cos’altro che ho seminato in passato?
O forse è frutto del modo in cui ho trattato semi che erano positivi, ma non hanno avuto il giusto nutrimento?
Li ho protetti bene dalle intemperie e da chi invade il mio campo e non rispetta i miei confini?
Oppure sono felice perché raccolgo semi positivi e ben nutriti lungo il tempo?
Questi sono i giorni in cui onorare il lavoro e la fatica che ci hanno garantito i risultati di cui oggi possiamo godere, qualsiasi essi siano.
Onoriamo la Terra e il Sole, per l’enorme quantità di energia che hanno speso per garantirci di avere cibo, e per il loro viaggio verso il ricco autunno e il riposante inverno.
Onoriamo noi stessi, per il lavoro che abbiamo fatto durante i mesi precedenti, e ci regaliamo un attimo di riposo e di godimento.
Onoriamo i semi che abbiamo sparso e che abbiamo innaffiato, quali che siano.
E, allo stesso tempo, ci prepariamo a un lungo periodo, fino alle porte dell’inverno, in cui osservare tutto ciò che dobbiamo modificare per accedere alla nostra miglior versione della Prosperità, e insieme in cui godere di tutto ciò che oggi è al suo pieno potenziale.
A settembre, onoreremo questo processo con due settimane di profonda trasformazione e nutrimento personale e comunitario: ti aspettiamo per scoprire “Il Tempo del Raccolto” e celebrare insieme a noi la pienezza.







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