Amare i difetti

Di Nicoletta Giancola

Se ti mostrassi i miei difetti, mi ameresti ancora allo stesso modo?
Recitava così il ritornello di una canzone che stavo ascoltando, quando ho riflettuto che questa domanda racchiude l’essenza di una paura piuttosto comune, ovvero la paura di mostrarsi per come veramente si è. Questo fa paura.

Non a caso, una delle paure più diffuse al mondo è parlare in pubblico, proprio perché la voce è l’espressione più pura, insieme agli occhi, di chi siamo veramente, è la nostra essenza.

Provate a rivolgere questa domanda innanzi tutto a voi stessi: riusciamo ad amarci nonostante ciò che noi vediamo come difetto?

Come sempre, se riusciamo a farlo con noi stessi, insieme alla costanza di farlo ogni giorno, decadrà la paura e il bisogno di rivolgere questa domanda all’esterno. Smetteremo di chiedere all’altro, che sia un genitore, un figlio, un marito, una moglie o un amico, di amarci per come siamo.
È una conquista difficile provare amore per se stessi, poiché amare è comprendere prima di tutto la molteplicità di aspetti di cui siamo fatti ed iniziare a vedere oltre tutte quelle caratteristiche di noi che non ci piacciono, cosa che normalmente ci viene naturale. È vedere le nostre qualità e gli aspetti che fanno di noi ciò che siamo, la nostra unicità, al di là che ci piaccia o meno.

Una semplice pratica è quella di soffermarsi ad osservarsi davanti allo specchio, se si tratta di una parte fisica, oppure si può osservare la qualità di una parte del nostro carattere che critichiamo, chiedendoci: quando e come è utile questo aspetto di me?
Ad esempio un’eccessiva rigidità nei cambiamenti può nascondere una capacità di portare avanti un obiettivo: allo stesso tempo, se emerge troppo non permetterà di adattarci ai cambiamenti necessari per portarlo a termine.

Ogni volta che riusciamo ad osservare diversamente un aspetto, e lo integriamo nel nostro campo di consapevolezza, proseguiamo con un altro e poi un altro ancora fino a farlo diventare un gioco in cui con leggerezza impariamo a conoscerci ed amarci di più.

La metafora dell’Arpista sul cammino della salute.

di Luca Cascone

Sebbene l’arpa sia diffusa in tutto il mondo con diverse varianti, e detenga il primato di anzianità tra gli strumenti a corde, ha un’importanza insuperata in quell’area geografica denominata “celtica” (sintetizzando, tutto il nord-ovest Europeo, continentale ed insulare), specialmente in Irlanda, dove sopravvive ancora oggi una cultura fortemente radicata di questo strumento come identitario di un popolo e del suo patrimonio musicale e folklorico, tanto da farne l’emblema nazionale.
Non mi addentrerò qui nella complessa e affascinante storia di questo legame etnomusicologico e antropologico, ma prenderò in prestito due delle sue emanazioni per legarle al concetto di Salute.

L’arpa porta con sé un’interessante metafora, tramandata dall’antica scuola sapienziale dei Druidi e dei Bardi: ognuna delle sue parti strutturali ha una corrispondenza con il nostro sistema-corpo. La mensola, la parte superiore, a cui si fissano le corde e da cui si possono allentare e tendere, corrisponde alla mente, che può regolare o influenzare i processi del nostro sistema in modo da renderli più o meno intensi. La colonna, che regge e connette la mensola e la cassa, garantisce la trasmissione della tensione e della vibrazione, ed è equiparabile alla nostra dimensione emotiva. In altri esempi – che personalmente preferisco – è la tavola armonica, a cui si agganciano inferiormente le corde e che ne struttura il timbro di base, ad essere presa ad esempio per l’analogia con le emozioni. La cassa, infine, amplifica e modula il suono, sostenendo il resto dello strumento, esattamente come fa il corpo fisico con i nostri vissuti mentali ed emozionali.
Ognuna delle parti, va da sé, deve essere il più possibile solida e in stretta connessione con le altre perché lo strumento funzioni: è questo il primo principio della Salute come processo integrato non solo tra i diversi sistemi biologici, ma anche tra le diverse dimensioni del nostro vissuto, personale e sociale.

In Irlanda esiste un detto, passato oralmente di maestro in allievo, come vuole la tradizione, per generazioni che si perdono nella storia: “Un arpista passa metà della sua vita ad accordare, e l’altra metà della vita a suonare uno strumento scordato”.
Da arpista, vi posso garantire che è una legge universale: un refolo d’aria, una variazione d’umidità improvvisa, un pensiero passato di traverso tra voi e gli ascoltatori, e scordatevi (appunto) un’accordatura decente.
Al di là dei sorrisi (molti) del pubblico e (pochi) miei quando racconto questa storia, vi invito a riflettere sul fatto che la nostra salute funziona esattamente secondo lo stesso principio.
Siamo infatti costantemente immersi in un processo che vede oscillare il nostro sistema corpo-mente-emozioni tra due tensioni opposte: quella all’aggregazione e alla stabilità strutturale e quella al disordine, alla disgregazione e all’instabilità. In due parole, all’Ordine e al Caos, all’Accordatura e alla Scordatura.
Viviamo spesso l’impressione erronea che la prima corrisponda alla salute/benessere/integrità, e la seconda alla malattia/disagio/disabilità: entrambe non sono situazioni statiche, ma processi dinamici e complessi che si intercorrelano. L’oscillazione tra Ordine/Accordatura e Disordine/Scordatura è necessaria al bilanciamento costante delle informazioni che il sistema riceve ed emette, e alle sue capacità di far fronte agli stimoli. In gergo scientifico, questo processo si chiama equilibrio allostatico, ed è il fondamento della salute: avere sufficienti riferimenti, conoscenze e riserve di energia per adattarsi ai cambiamenti esterni ed interni, senza che, prevalendo sul proprio contrario, l’ordine diventi congelamento e staticità, e il disordine diventi disgregazione e distruzione.
Questo vale ad ogni livello, dall’organismo umano a quello sociale, planetario e cosmico (non è la gravità a mantenere in relazione due stelle, mentre la distanza impedisce loro di collassare l’una sull’altra?).


È a questo punto che dobbiamo far entrare in gioco i tre elementi che danno ragione dell’esistenza dell’arpa – e anche del corpo umano: le corde, il suono e il suonatore.

Partiamo dalle corde: sono la voce stessa dello strumento, che se ben costruito e mantenuto può sopportarne l’immensa forza tensiva (a seconda delle corde e del tipo di strumento, la cordiera di un’arpa sviluppa una tensione tra i 400 e i 500 kg!) e garantirne la purezza di suono. Perfetta combinazione delle tre componenti descritte prima, le corde sono il vero cuore dello strumento, così come il cuore dell’uomo si esprime puramente solo se corpo, mente ed emozioni sono in armonia tra loro.

Il suono corrisponde alla voce dell’essere umano, talmente caratteristica e fondamentale da essere un fattore identitario: alcuni studi definiscono la voce umana come “volto sonoro”. Non a caso, a meno di impedimenti, nella nostra cultura sono la Voce e la Parola a veicolare pienamente chi siamo, ed è il Logos/Verbo il principio determinante della realtà.

Infine, giungiamo all’Arpista, senza il quale le corde non produrrebbero suono, e nemmeno lo strumento potrebbe essere accordato e tenuto in buono stato: la nostra Anima, allo stesso modo, infonde vita, calore e direzione alla nostra macchina corporea, insieme a tutti i suoi Alleati e alle Forze che la sostengono.

Lo dimentichiamo molto spesso, ma la nostra personalità e i nostri corpi devono accordarsi per mettersi al servizio dell’Arpista, e solo così il canto che produrranno sarà davvero puro e degno di essere cantato ed ascoltato.
Il nostro compito è continuare ad accordarci per essere strumenti in mani più capaci delle nostre. Solo così potremo aspirare alla vera e profonda Salute globale.

Holistic Experience 2022

Continua la collaborazione con Fondazione Oasi con un evento che si estenderà per tutta l’estate del 2022: ogni mercoledì alle 19 apriremo i cancelli a chiunque vorrà raggiungerci per un’esperienza all’insegna del benessere, della comunità e della bellezza.
Sette laboratori continuativi e workshop esperienziali apriranno la serata tra yoga, pratiche sonore, consapevolezza corporea e meditazione.
La serata continuerà alle 21 con un aperitivo sulla terrazza panoramica, accompagnato da concerti, conferenze e cinema.

Il nostro impegno, insieme a Fondazione Oasi, è quello di fornire a tutti un servizio di qualità, con professionisti selezionati e capaci, in grado di guidarvi in esperienze di grande impatto sulla salute personale, sociale e ambientale: Holistic Experience è un evento unico nel suo genere nel nostro territorio e in tutta Italia.

Dalle 19.30 di ogni mercoledì sera fino al 21 settembre, saremo presenti con due laboratori esperienziali.
Qui sotto e sulle pagine di Fondazione trovate tutte le informazioni essenziali.
Vi aspettiamo per i laboratori e per passare una piacevole serata insieme, ammirando il tramonto dal magnifico panorama del Parco.


A Corpo Libero con Nicoletta (6 luglio – 21 settembre)

A partire dall’esplorazione sensoriale di un’area corporea, i partecipanti vengono condotti alla sua integrazione nel sistema dinamico dell’intero corpo, e nelle relazioni che esso intreccia con gli altri e l’ambiente. L’attività, accompagnata dalla musica, permette un’immersione profonda e sicura, per promuovere libertà di movimento e di espressione.
A chi si rivolge: a tutti, non è necessario essere allenati poichè l’attenzione sarà alle possibilità ed alle qualità di movimento e percezione disponibili nell’adesso, per giungere ad una nuova consapevolezza e sensibilità dei corpi che abitiamo.
Occorrente: abbigliamento comodo, acqua, tappetino o telo


InCanto con Luca (13 luglio – 21 settembre)

Laboratorio di sperimentazione vocale e benessere sonoro.
13 luglio – “Suoni Primi”: iniziamo il percorso esplorando la nostra voce come farebbe un bambino, nel gioco e nella semplicità dell’esperienza, a contatto con l’ambiente naturale, con il corpo e con il Cerchio.

A chi si rivolge: a tutti coloro che sono interessati a scoprire il potere e le capacità della propria voce. Non è necessaria una pregressa esperienza vocale, solo voglia di sperimentarsi.
Occorrente: abbigliamento comodo, acqua, tappetino o telo, cuscino se preferito.

Gli Spazi del Rispetto

“La bellezza del cerchio è che non possiamo guardarci alle spalle, e la forza del cerchio è che possiamo solo vedere la bellezza di ognuno”.
(Angaangaq Angakkorsuaq)

Il concetto di rispetto è utilizzato in varie forme nella nostra società, in maggioranza legate alla capacità di avere riguardo per il nostro prossimo. È infatti il guardare a fondo, e quindi curarsi di, a costituirne il maggior significato.
La parola è infatti collegata alla facoltà umana di osservare e valutare in profondità: la parola latina respectus, da cui deriva, è infatti un composto che mette in relazione la particella re- (a fondo, di nuovo), e del verbo spicere, che porta con sé il significato di osservare, considerare, guardare, ed è strettamente collegata a diverse parole che hanno a che fare con queste facoltà. Rispetto, specchio e scopo hanno infatti la stessa provenienza, rintracciabile nella radice indoeuropea SPAC- che ha prodotto spicere (guardare) – da cui rispetto e specchio – e σκοπός (osservatore) – da cui scopo. Curiosamente, dalla stessa radice deriva σκέπτομαι (considerare) – da cui scettico, ovvero uno che osserva, che specula.
La stessa parola specie, a cui il latino species riconosce il significato di forma, apparenza, conformazione, deriva da questa area: le parole derivate dalla radice SPAC- (o SPEC-) hanno a che fare con la capacità di vedere, riflettere, considerare qualcosa o qualcuno in modo profondo e preciso, ovvero non grossolano, avventato o parziale.
Il rispetto è per lo più considerato come la capacità di essere consapevoli delle caratteristiche di una persona, di una cosa o di un contesto, osservandone per così dire le regole proprie, senza scavalcare i loro confini.

Da un punto di vista del corpo sociale, l’essere umano si può riconoscere in diversi spazi in cui vive diverse sfumature di esperienza: come già sottolineato dall’antropologo Edward T. Hall negli anni ’60, esistono diversi e variabili spazi prossemici (da proximitas, vicinanza), che delineano il nostro vissuto sociale. A grandi linee, almeno nella cultura occidentale, possiamo identificare quattro fasce di spazio, in cui all’accorciarsi della distanza aumenta il grado di intimità, e diminuiscono gli altri che vi hanno libero accesso: un primo di tipo pubblico, dai 3 ai 7 metri di distanza dal nostro corpo; uno sociale, da 1 a 3 metri; uno personale, da 40 cm circa a 1 metro; e uno intimo, al di sotto dei 40 cm fino al contatto diretto.
In base al contesto, alla natura della relazione tra gli interlocutori e alla cultura di appartenenza, le distanze possono variare o modularsi, ma restano importanti nello stabilire la qualità della relazione interpersonale, nel valutarne rischi e benefici, e nel modulare il comportamento fisico, vocale, e psichico.
Ogni relazione – anche quella terapeutica – si muove in qualche modo attraverso questi spazi, preferendone a seconda dei propri scopi e delle proprie modalità uno o molti. Le discipline corporee, ad esempio, ognuna a suo modo, hanno maggiormente a che fare con lo spazio intimo e quello personale, rispetto alle discipline basate sul dialogo, che spesso si svolgono nello spazio sociale, per mantenere una distanza fisica sufficiente a concentrarsi su un dialogo intimo.
In questi spazi giocano fondamentale importanza il vissuto sensoriale, la regolazione delle emozioni e la sintonizzazione cognitiva con l’altro: se uno di questi tre elementi viene meno, l’impressione di sentirsi rispettati può vacillare. Una visita medica si svolge mediamente nello spazio sociale e personale, ma l’esperienza può essere molto diversa: quante volte le persone raccontano di essere state a malapena guardate dalla persona di fronte a loro, al di là di una scrivania che viene vissuta come un muro? Con un familiare, soprattutto se è un partner, condividiamo liberamente lo spazio intimo, ma quante volte può capitarci di non sentirci rispettati da una sua frase o da una sua parola? 
Il concetto di rispetto, come forma di osservazione degli spazi prossemici e delle loro regole, è sicuramente il più comune e considerato nella nostra società: anche prima del dibattito semantico tra distanziamento fisico e distanziamento sociale emerso con le attuali norme sanitarie, lo spazio fisico e sensoriale si mescolava e si confondeva con il vissuto sociale.
Tuttavia, molto spesso questo concetto è a senso unico; è infatti facilmente concepibile dall’altro o dall’esterno verso il nostro interno (in senso afferente), ma difficilmente ci chiediamo davvero se siamo noi a rispettare gli altri o l’esterno (in senso efferente).

Un significato differente, più affine al secondo esempio, è quello che lega il rispetto al rispecchiamento, così come le due parole sono collegate semanticamente attraverso la parola latina respicio.
Ogni persona, oggetto o evento che entri in uno dei nostri quattro spazi può essere osservato come esterno, oppure come se fosse uno specchio che restituisce alla nostra percezione le fattezze (species), e le caratteristiche del nostro spazio.
Nel corpo, inteso come sistema biologico, questo fenomeno è molto studiato: è infatti alla base dei complessi meccanismi che orientano il nostro corpo e ne scolpiscono le forme in relazione allo spazio circostante (interocezione, propriocezione, esterocezione).
È molto più difficile accedere a questa forma di osservazione nelle relazioni emozionali, poiché ci mette di fronte al fatto che ogni percezione che abbiamo del mondo emerge, in realtà, dai nostri filtri e dalle nostre chiarezze, più che da una realtà oggettiva: ne deriva che ogni evento, o meglio la lettura che ne facciamo, è in qualche modo sotto la nostra responsabilità. Difficilmente, infatti, chi ci taglia la strada in macchina vuole farlo per danneggiarci, ma noi lo percepiamo ugualmente come se fosse un atto direttamente rivolto a noi, sovrapponendo all’evento una lettura che deriva da uno schema interno preesistente, e non corrispondente all’evento stesso. È un meccanismo studiato da molte discipline differenti, da quelle spirituali – che spesso parlano della legge dello specchio, o del teatro interiore – alla psicologia – che ce lo descrive come parte delle distorsioni cognitive (Beck).
Siamo quindi testimoni di un gioco di specchi, in cui la realtà non è oggettivamene quella che percepiamo, ma emerge fenomenologicamente da ciò che noi leggiamo di essa. Tutto questo non è affatto privo di rischi, come ci racconta il mito di Narciso, condannato a innamorarsi della sua stessa immagine riflessa e infine suicidatosi perché non poteva raggiungerla in nessun modo: non dobbiamo confondere ciò che possiamo vedere di noi attraverso la realtà, come se fosse uno specchio, con il fatto di esserne gli unici padroni, evitando di metterci in relazione. Quest’ultima posizione può solo portare a un vissuto illusorio, e in definitiva distruttivo.

C’è uno spazio in cui possiamo evitare questi rischi, e sperimentare rispetto e rispecchiamento con il giusto contenimento: il cerchio. Esso è una forma che l’essere umano frequenta e delinea da molto tempo, e di cui si è servito frequentemente nella propria storia sociale e comunitaria. Nel cerchio, infatti, a seconda della sua estensione e del numero di persone che lo compongono, è poco probabile che il nostro spazio personale venga invaso, ma piuttosto sperimentiamo l’accoglienza. Idealmente, pur aprendosi alla possibilità di essere osservati da altri, i nostri spazi sono rispettati e possiamo, in altre parole, essere vulnerabili senza sentirci esposti al pericolo.
C’è una grande varietà di attività che sono in tutto il mondo associate al cerchio, ma tutte coinvolgono almeno la danza/movimento, il canto/musica, e la narrazione. Mentre le prime due possono essere molto esplicite (molte forme di celebrazione sociale, così come di giochi infantili e di attività terapeutiche, si ricollegano alla danza e al canto in cerchio), la terza può essere sottesa e non dichiarata, ma è sempre presente. In un gioco in cerchio (Giro giro tondo, casca il mondo…), i bambini raccontano di sé attraverso il corpo, le movenze, gli sguardi e le voci molto più di quanto farebbero rispondendo a una domanda, senza usare altre parole che quelle della canzone che cantano tutti insieme.
Questa attività, che è il retaggio di un uso ben più antico e profondo, è connaturata a tutte le culture in diversi livelli, che hanno costruito in cerchio i loro luoghi più sacri, cercando per così dire di immortalare la figura che istintivamente crea un gruppo umano prendendosi per le mani, ma che si disperde con essi.

Ritorna quindi nel detto eschimese che apre questo articolo, il senso più profondo del cerchio, come luogo di aggregazione e sostegno, e di rispetto: nell’incapacità di parlarci alle spalle, la possibilità di guardare ai difetti dell’altro con la stessa compassione con cui guarderemmo i nostri; nel poterci guardare negli occhi, la possibilità di vedere la bellezza che sorge anche da quei difetti.

Il Cammino del Fuoco

“Io posso permettermi di prendere le cose con calma perché sono passato attraverso il fuoco. Non è lontano dal fuoco che puoi trovare la calma, ma dentro ad esso”.
(Bob Marley)

Il Fuoco è da sempre un elemento strettamente connesso all’umanità, altamente considerato e riverito in senso sociale, culturale e spirituale. L’abilità di domarlo e manipolarlo è universalmente riconosciuta come una delle conquiste principali che hanno guidato l’Uomo dalla dimensione selvaggia a quella civile, da quella preistorica a quella storica, da quella animale a quella umana.

Nella stragrande maggioranza delle culture umane, il Fuoco è l’elemento che maggiormente ricorre come simbolo e mezzo del rapporto con il Sacro: in tutti i templi che gli Uomini hanno costruito e custodito, sotto forma di Fiamma, Fulmine o Calore, presente o suggerito, esso è il simbolo del dialogo con il Divino e della sua presenza nel mondo naturale.
A partire dal substrato sciamanico delle culture ancestrali, dal Fuoco primordiale attorno a cui si riunivano le Tribù evocando miti e leggende, esso ha accompagnato l’evoluzione dell’Uomo come luogo centrale della comunità: non a caso, in italiano definiamo fuoco il centro di una circonferenza (o uno dei due di un ellisse), e attraverso il fuoco la capacità di concentrarsi su un oggetto (cfr. “focus”, “focalizzare” e “mettere a fuoco”).
Ancora oggi, non c’è luogo sacro che non ospiti candele, ceri, o fuochi veri e propri, concreti o simbolici; allo stesso modo, non c’è cerimonia che non sia collegata alla presenza del fuoco come catalizzatore e centro dell’esperienza.
Dalle sue manifestazioni transitorie – il Fulmine, la Scintilla, la Fiamma – a quella apparentemente immodificabili – il Sole e le Stelle – il Fuoco è l’elemento di trasformazione per eccellenza, e di comunione diretta con la Luce originaria.

Mentre nel contesto naturale il Fuoco può essere incontrollato, temibile e pericoloso, ed è infatti generalmente poco amato dagli animali selvatici, esso ha evoluto la propria capacità di consumare in quella di trasformare e modulare: da un carattere selvaggio e violento, ne ha sviluppato uno docile e creativo. Gli Antichi Greci avevano due parole per definirlo: nel primo caso era πῦρ (Pur), il fuoco che i latini definivano ignis, al suo stato naturale, grezzo e violento; nel secondo era φως (Fos), il focus latino, nel suo stato morbido, luminoso e benefico.

Nel cammino comune lungo il corso dell’evoluzione, l’Uomo ha potuto riconoscere questi due aspetti del Fuoco non solo nel mondo intorno a sé, e nelle manifestazioni socio-culturali, ma anche dentro di sé.

Sappiamo che tutta l’attività del Corpo umano, come di quello animale (ma anche quella dei minerali e dell’intero pianeta) prevede l’interazione elettrica e magnetica tra fluidi (gas e liquidi) e solidi (tessuti), la più semplice delle quali è l’attività elettrica del Sistema Nervoso: esso è letteralmente un sistema di conduzione per l’energia del Fulmine: non è sicuramente un caso che l’attività mentale sia in tutte le culture associata alla Luce e al Fuoco, e che una mente particolarmente acuta e libera sia definita con le caratteristiche della luminosità (brillante, chiara, illuminata, …).
Per la Medicina Tradizionale Cinese, l’elemento Fuoco governa ben quattro sistemi energetici del corpo: Cuore, Intestino Tenue, Triplice Riscaldatore (grossolanamente identificabile con la regione del Plesso Solare) e Maestro del Cuore (ovvero il Pericardio, la membrana sierosa che avvolge e protegge il Cuore). Tutte queste strutture corporee hanno a che fare con la capacità del sistema di trasformare, fornire e stimolare energia vitale, ognuna a suo modo.

La violenza o il potere creativo del Fuoco sono simbolici anche del nostro vissuto emozionale.
Ognuno di noi ha avuto esperienza del fuoco distruttivo dell’ira, ma non tutti l’abbiamo sperimentata nella sua forma di sano impeto che regoli un atto empio e ingiusto.
Molti sono gli episodi mitico-religiosi che raccontano queste differenze: basti pensare alla cacciata dei mercanti dal Tempio operata da Gesù (con tanto di frusta!), o alle figure mostruose a protezione e guardia dei templi in tutto il mondo, come il Pitone di Delfi o i bodhisattva tibetani armati di spade fiammeggianti.
Non è allora l’allontanarsi dalle cosiddette emozioni negative o violente la soluzione per raggiungere uno stato più luminoso e libero dalle loro catene, ma il fatto di imparare a domare il loro fuoco per usarlo quando ce n’è bisogno, per riscaldare e dare vita.

Il Fuoco era in antichità la prerogativa di molti spiriti e divinità legati alla guarigione, all’ispirazione e alla creazione.
Tra loro, di certo è utile citare il greco Apollo e la celtica Brigid: entrambi avevano caratteri legati al Fuoco e alla Luce, alla Guarigione e all’Arte, quella Poetica in particolare.
Brigid, la cui festa di Imbolc diventò la Candelora che ricorrerà tra pochi giorni (1 febbraio) era una Dea del Fuoco e dell’Acqua contemporaneamente protettrice dei Poeti, dei Fabbri e dei Guaritori; i Celti definivano l’Ispirazione “fuoco nella testa”, ed è curioso che lo stesso fenomeno sia riportato nei Vangeli nella narrazione della notte di Pentecoste, quando lo Spirito Divino discese sugli Apostoli dopo la Resurrezione, illuminandone le menti e sciogliendone le lingue.
È la capacità della nostra mente rischiarata e illuminata dal Fuoco a permetterci di vedere e sentire le relazioni e le connessioni che la percezione ordinaria non ci permette: in altre parole, di vedere e sentire la Poesia e la Bellezza intorno a noi, grazie al Fuoco trasformatore.

Il nostro Cuore, Imperatore del Corpo fisico-energetico per la Medicina Cinese, così come per l’Osteopatia e tutte le Medicine tradizionali del mondo, è il testimone delle nostre energie e del loro stato: quante e quali scorrono in noi in modo incontrollato e violento, e quante e quali sono invece ben modulate e incanalate?

Proviamo a metterci in ascolto del Cuore due volte al giorno, al mattino e a sera, per una settimana: quante volte, ponendo una mano sul nostro petto, lo sentiamo agitato, e quante volte in perfetta calma?
Quali emozioni ci comunica il suo continuo movimento, la sua danza ritmata nel centro del nostro corpo?
Quali ispirazioni ci comunica, illuminando la via da percorrere con gioia e coraggio?

Vivere il Flusso

“Mentre ci illudiamo che le cose rimangano uguali, queste cambiano proprio sotto i nostri occhi, di anno in anno, di giorno in giorno”.
(Charlotte Perkins Gilman)

Da un punto di vista fisico, un fluido è un oggetto privo di una forma stabile, soggetto a cambiamenti di forma e all’adattabilità ad un contenitore, se costretto in uno spazio solido.
Per estensione, è definito fluido tutto ciò che è in grado di passare da una conformazione spaziotemporale ad un’altra con relativa facilità.

Il flusso, come azione di ciò che è fluido, è il processo attraverso cui un fenomeno (un fiore, una persona, un periodo di tempo, una roccia, un calzino, …) attraversa lo spazio e il tempo e in questi si modifica, con diverse velocità e dinamiche. La sua caratteristica è quella di non produrre attrito, o di produrne molto poco: come esseri umani, ci diciamo nel flusso quando riusciamo a passare attraverso cambiamenti di stato anche di grande entità con la minima resistenza possibile.

Diciamo di sentirci fluidi nel corpo quando sperimentiamo la sensazione di riuscire a compiere un movimento con facilità e il giusto grado di tensione, necessario a condurre in modo progressivo e consapevole il gesto, ma decisamente al di sotto della soglia della fatica e del dolore.
Un braccio può aiutarci a farne esperienza immediata: quale escursione riusciamo a coprire con il movimento, senza percepire eccessiva tensione? Essa, a prescindere dalla sua entità, è lo spazio che il nostro arto può raggiungere ed esplorare in modo fluido.
Se proviamo a testare le capacità di movimento del nostro braccio tutti i giorni, esse rimangono uguali, o cambiano in base al momento? Allenandoci a sentire il movimento fluido di una nostra parte, dopo quanto tempo essa raggiunge il suo massimo grado di libertà?
Allo stesso modo, possiamo testare e incoraggiare la fluidità del nostro respiro – cosa lo libera, cosa lo costringe? -, della nostra digestione – quali alimenti la rendono facile, quali la ostacolano? – e di tutte le attività del nostro corpo.

Quando ci rivolgiamo alla nostra dimensione emotiva, possiamo notare facilmente quali emozioni risultino fluide, osservabili ed esprimibili in modo libero e disteso, e quali al contrario siano caratterizzate da una certa densità, rigidità e difficoltà di caratterizzazione, catalogazione e verbalizzazione.
Come mammiferi, siamo profondamente inseriti in una dimensione emotiva che spesso neghiamo, immobilizziamo o tratteniamo a favore di una più apparentemente efficace razionalità: sollecitate dall’ambiente interno ed esterno, le emozioni sono una parte integrante della fisiologia umana, e un sano contatto con esse è caratterizzato da una capacità di osservarne il sorgere e il dissolversi, senza rimanere ancorati allo stato che esse ci inducono.
La prossima volta che proveremo un’emozione intensa, sia essa positiva o negativa, proviamo a fare questo esercizio di osservazione: dopo qualche tempo, i riverberi di quello stato sono ancora presenti? Rimaniamo ancorati alla grande gioia o alla grande rabbia che abbiamo provato dieci ore fa, anche se le condizioni che le hanno create si sono dissolte?
Se la risposta è sì, qualcosa in noi sta resistendo a un cambiamento che, in definitiva, è già avvenuto: siamo apparentemente usciti dal flusso, e possiamo ritornare ad esso nel momento in cui ci lasciamo scorrere di nuovo in ciò che è presente.

In psicologia, l’esperienza di flusso è stata descritta dall’ungherese Mihály Csíkszentmihályi, che lo ha identificata come uno stato di completo coinvolgimento dell’individuo, sul piano fisico, emotivo e mentale, in una certa attività, in uno stato che si situa tra la massima attivazione – senza sfociare nell’iperattivazione – e la massima distensione – senza divenire rilassamento passivo, o addirittura depressivo.
Il soggetto che si trovi in questo stato farà esperienza di una grande focalizzazione, a dispetto di una netta diminuzione del senso di sé (se non per quella parte di esso che è necessaria all’attività); di un’elasticizzazione o addirittura di un annullamento del senso del tempo; di uno stato di tensione ottimale (né troppa, né troppo poca); e, non da ultimo, di un piacere intrinseco all’attività stessa, che risulta naturale e, appunto fluida.
Non a caso, la definizione di questo stato è la stessa della trance e degli stati di massima concentrazione ascrivibili all’attività sportiva, alla danza, alla meditazione, alla musica, al sogno consapevole, e allo spazio del rito e della cerimonia, e a tutte quelle attività in cui l’esperienza umana è intrisa di una naturalità e di un senso di piacere che la rendono ottimale.
Ripensiamo all’ultima occasione in cui abbiamo vissuto un’esperienza simile davanti a un film, ascoltando una canzone, facendo attività fisica, leggendo un libro, o qualsiasi cosa ci dia piacere e agio: ci accorgeremo di riconoscere le caratteristiche del flusso, e soprattutto che esso è a portata di mano ogni giorno, in ogni istante.

Che sia del corpo, del cuore o della mente, la fluidità permette l’adattamento all’ambiente e alle nostre modifiche interne, ampliando ciò che possiamo fare per alimentarla: lavorare sul corpo in modo consapevole, alimentarci a sostegno del nostro sistema, esercitarci a pensare sempre almeno da un’altra prospettiva e confrontarci almeno con un’altra persona su un dubbio o un problema.
Scopriremo presto molti modi di ammorbidire quelle rigidità che solo poco prima ci sarebbero sembrate insormontabili.

Radicarsi per essere Liberi

“Metti radici nella terra, così potrai ergerti alto nel cielo: metti radici nel mondo visibile così da raggiungere l’invisibile”
Osho

Il termine “radicamento” è molto spesso usato in italiano per tradurre il più ampio termine anglosassone “grounding”, rendendone il significato legato alla capacità di aderire e di aggrapparsi al suolo, sia fisicamente che simbolicamente. Questa capacità, che negli alberi è appunto collegata alle radici, negli animali e di conseguenza nell’essere umano si esprime in una diversa relazione con il piano d’appoggio: mentre l’albero penetra nel suolo e vi si ancora, il nostro corpo aderisce e al tempo stesso reagisce ad esso, principalmente attraverso i piedi. Per questo, alcuni traducono il termine “grounding” con “atterramento”; sebbene sia forse meno elegante, può darci una diversa visione e un diverso risvolto pratico.

Attraverso il grounding, mettendoci in comunicazione con il nostro centro di gravità (che è situato tra il pube e l’ombelico, all’interno dell’addome), attiviamo una percezione di stabilità ed equilibrio per un’infinita possibilità dinamica, sentendoci sostenuti e non vincolati al terreno. Ogni volta che scegliamo di eseguire un movimento, che sia veloce ed automatico o studiato e cosciente, dobbiamo essere radicati: un movimento efficace parte dal centro, dal nostro interno per raggiungere la periferia e l’esterno.

I modi per sperimentare questa capacità sono moltissimi. In definitiva, tutti quelli che ci permettono di sentire il nostro centro.

Tra questi, è molto utile esercitarsi a sentire il peso.
Posizionandoci in piedi, giocando con l’appoggio dei nostri piedi, possiamo percepire la forza di gravità che ci attira al suolo attraversando tutto il corpo, ogni parte del quale reagisce in un gioco di equilibrio dinamico. Anche da seduti, o da sdraiati, possiamo porre l’attenzione su come e quanto riusciamo a lasciare il nostro peso verso terra, e percepire il sostegno uguale e contrario che essa ci restituisce. Anche se non è necessario muoversi per allenarsi in questa pratica, sperimentare diverse sensazioni di tensione e di peso aiuta moltissimo a percepire il gioco gravitario.

Anche la consapevolezza del respiro è un utile strumento di radicamento.
Connettendoci al respiro, lasciamo che l’inspirazione e l’espirazione raggiungano uno stato di equilibrio senza lasciare pause: arrivati a un buon equilibrio, possiamo scendere in profondità con l’attenzione, seguendo la via verticale che ci percorre dalla testa ai piedi, l’asse cielo-terra che ricorda il tronco dell’albero, fino a toccare nell’addome un punto di equilibrio tra la parte superiore e quella inferiore del corpo. Da qui, possiamo esplorare la dinamica del respiro che si sviluppa nella dimensione orizzontale, contattando la sensazione di espansione e di retrazione antero-posteriore e laterale, all’intersezione tra il piano frontale e quello trasversale.

In terza e ultima battuta, possiamo rendere ancora più viva la sensazione del radicamento e del centro quando il respiro si fa vibrazione e suono: la vocalizzazione, naturale conseguenza della respirazione, è da sempre strumento di esplorazione e di centratura dentro di sé. Molto utile a questo scopo è la vocalizzazione della lettera “M”, detta “humming”, che garantisce la massima percezione interna del suono: le labbra sono infatti chiuse, e l’aria che esce dal naso disperde la minima quantità di vibrazione, massaggiando dall’interno tutto il nostro corpo, dalle cavità fino alle ossa, e distendendo anche le tensioni più profonde.

Pochi minuti al giorno di queste pratiche, eseguite in successione o singolarmente, secondo il bisogno, garantiscono non solo un grande senso di presenza corporea, ma anche un profondo senso di benessere e di vitalità. Il corpo ne risulterà rinvigorito e alleggerito al tempo stesso, e con lui si appianeranno gli stati emotivi più turbolenti. Anche la mente, concentrandosi sul processo dell’esercizio e sui suoi effetti, smetterà di inseguire febbrilmente i pensieri, accorgendosi di poter fare una pausa ristoratrice.

Radicati al nostro centro, fisico, emotivo e mentale, possiamo procedere liberamente nel mondo, godendoci il cammino, sapendo di essere sempre a casa dentro noi stessi.

In Cammino verso la Luce

Ci troviamo nel cuore dell’Inverno, al culmine della fase buia dell’anno. Il Sole ha completato la sua discesa ed è al minimo della sua maestosità. Nel lungo periodo buio che ci lasciamo alle spalle, abbiamo affrontato molte sfide e molte distanze.

Oggi torniamo alla Luce.
Non la Luce trionfale del Solstizio d’Estate, bruciante di energia e sprizzante di gioia, ma la luce morbida e intensa della Nascita che sorge nell’intimo di ciascuno di noi.
Per tre giorni il Sole resterà al suo culmine inferiore, restando immobile a ricordarci che per tornare a splendere dobbiamo saperci riposare, e per apprezzare la gioia del contatto e della condivisione dobbiamo saper restare soli e lontani.

Poi ricomincerà a crescere, proprio in quel giorno in cui la quasi totalità delle culture che hanno generato la nostra celebrava la Rinascita Divina, che noi chiamiamo Natale.
Quest’anno avviene in condizioni particolari, molto celebrate da alcuni, guardate con sospetto da altri: oltre alle condizioni particolari che stiamo vivendo, desta grande attenzione la congiunzione astrologica tra Giove e Saturno nella costellazione dell’Acquario, che raggiungono insieme una luminosità senza pari: alcuni dicono che proprio questo fenomeno fosse quella Cometa che guidò i Magi al Bambino di Betlemme.

Che cominci oppure no la celebrata Era dell’Acquario, il Potere (Giove/Zeus) e il Tempo (Saturno/Crono) ci ricordano i loro lati più oscuri e quelli più luminosi, e ci spingono a decidere da che parte stare in questi tempi difficili.
La scelta è sempre nostra, e il Mito che sempre si rinnova nella Natura ci mostra entrambe le strade in modo equo.

Saremo impotenti e costretti dalla paura dell’ignoto, o celebreremo i limiti e ci affideremo con coraggio al nuovo che verrà?

Buon Solstizio, in cammino verso la Luce.

“Corpo, Suono, Parola: l’arte della Narrazione che cura”

Secondo alcune ricerche, nel rapporto tra un bambino e un adulto si scambia una narrazione ogni 7 minuti (Kottler): si potrebbe sostenere, come fanno alcuni studiosi, che il pensiero simbolico-narrativo sia alla base di tutte le attività umane, fin dagli albori della specie (Bruner).
Fin da quando le prime comunità hanno cominciato a formarsi e stabilizzarsi, esso è insito nella comunicazione a tutti i livelli: comunichiamo per raccontarci e raccontiamo per comunicare, per costruire esperienze condivise.
Fin dal remoto tempo dei nostri progenitori preistorici, usiamo un complesso sistema di interconnessioni e sinergie per mettere in contatto il nostro mondo interno verso l’altro, il mondo, l’Altrove.

Il Corpo, sicuramente, ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita della comunicazione umana, non solo come limite anatomico, ma anche come stimolo organizzatore: senza le strutture adatte, non ci saremmo spinti oltre una comunicazione basata su poche e ambigue informazioni veicolate da gesti e vocalizzazioni piuttosto grezze.
Per i più prossimi antenati della nostra specie, i Neanderthal, l’esigenza di coordinare gruppi di individui in un più veloce ed efficace sistema di comunicazione ha portato alla constatazione che il corpo non basta da solo a veicolare efficacemente un sistema complesso di informazioni, ma che contemporaneamente ne costituisce la base imprescindibile: è il mio vissuto somatosensoriale che, per primo ed ultimo, devo valutare e sintetizzare, per poi renderlo comunicabile.
Paradossalmente, per raccontare il vissuto del corpo, il corpo stesso non basta, e allo stesso tempo senza di esso non c’è nulla da raccontare.

Qui interviene il Suono.
Lo sanno bene gli animali, ognuno dei quali ha stabilito una propria forma di comunicazione basata sull’aspetto non verbale e su quello paraverbale, in diversa misura e complessità.
Le api danzano e cantano per comunicare ai propri simili il corso del sole, la posizione delle risorse, eccetera. I mammiferi hanno sviluppato forme sempre più complesse di comunicazione sonora in cui l’Uomo è stato immerso ancora prima di esistere, lungo tutta la linea evolutiva. È così che il racconto di noi è prima Canto, e solo dopo Parola: una musilingua fatta di corpo e suono puro (Mithen), che ritorna nel lattante che si esercita verso la parola, nel canto sacro e nel suono primordiale i cui echi impregnano la mitologia di tutti i popoli.

Con il tempo, e con l’evoluzione di sistemi sociali sempre più complessi e organizzati, dal puro suono nasce la Parola, espressione profonda dell’evoluzione dei suoi portatori. Le Storie si trasformano non più in cronache e descrizioni, ma in simboli che evocano e richiamano l’esperienza del reale, capaci in qualche modo di ricreare la realtà stessa. Pur distaccandosi dal puro suono a favore di un approccio più descrittivo, il linguaggio non fa che aumentarne il potere: fa sì che nasca e si organizzi il pensiero, e con esso la capacità dell’uomo di astrarsi, letteralmente “farsi vicino alle stelle“, agli Dei. Con la Parola l’uomo rende se stesso simile al Creatore, partecipando alla sua coscienza. 
Dal suono ancestrale delle caverne, in cui molteplici significati restavano ad aleggiare come fantasmi, dallo spazio sacro in cui nacquero le pitture rupestri e le voci degli sciamani, l’uomo va verso gli spazi della civiltà e della razionalità, portando con sé un potere immenso ma indistinto che sa di poter districare e organizzare, e con la Parola completa la triade che dà vita agli Incantesimi, alla Legge, al Pensiero.

Immaginate i nostri antenati, come le api che tornano all’arnia, tornare da una battuta di caccia e reincarnare in corpo e suono il proprio viaggio e le peripezie incontrate nel frattempo ai propri compagni e compagne, alla luce di un fuoco notturno.
Intorno a quel fuoco si susseguono i canti di innumerevoli vite, ognuna alla scoperta della propria voce e del battito del proprio cuore, e lentamente imparano a raccontare, a trasformare le nubi della Memoria in storie che la riportano continuamente in vita, fino a creare essi stessi nuovi mondi e nuove realtà.

È questo il senso dell’antica arte del racconto, diffusa in tutto il mondo come attività sacra, di tradizione e cambiamento. In tutte le culture il narratore custodisce la memoria della tribù, e ne evoca i mostri, le sfide, gli eroi e le mete intorno al fuoco.
Nel non-luogo del “c’era una volta“, che evoca e ricrea il tempo della memoria e del sogno, riscopriamo noi stessi e il canto del nostro cuore, ci prendiamo cura del nostro destino e ci mettiamo al servizio della comunità.

“Ben-essere al Castello” Piovera 2020

Siamo molto felici di essere stati invitati come espositori e conferenzieri al festival “Ben-essere al Castello”, che domenica 13 settembre riunirà diverse realtà e iniziative all’insegna del benessere, della consapevolezza e del vivere naturale al servizio dei visitatori.
L’evento, che si tiene nella stupenda cornice del Castello di Piovera, in provincia di Alessandria, è alla sua quinta edizione, ed è sempre più in crescita in quanto a iniziative e servizi che offre al suo interno.

Sarà la narrazione come forma di cura e sostegno per il singolo e la comunità ad avere ampio spazio nella conferenza dal titolo “Corpo, Suono, Parola: l’arte della Narrazione che cura” che terremo in mattinata nell’Area Prato, e nel laboratorio per bambini che si svolgerà nel pomeriggio nell’Area Fossato.
Per chi non potesse partecipare a queste due attività, per tutto il corso della giornata saremo presenti con il nostro stand in cui sarà possibile conoscerci ed usufruire di consulenze individuali basate sui nostri servizi (comprese le storie per i bambini che non parteciperanno al laboratorio!).

Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia.

Anonimo

Passate a trovarci, vi aspettiamo nel nostro stand a braccia aperte!