Abitare i Confini

di Luca Cascone

In questa settimana, particolarmente intensa per me e per molti altri, ho considerato a lungo il concetto di confine: in molte consulenze e in diversi eventi della vita privata, ho incontrato l’esigenza di riflettere profondamente sulla sua importanza.
Ho già scritto, l’anno scorso, un articolo su questa materia, soffermandomi soprattutto sugli aspetti relazionali dei confini, e degli spazi prossemici in cui viviamo quotidianamente. Questa volta, avevo necessità di concentrarmi sugli aspetti dei confini che riguardano l’autodisciplina e il nostro stesso modo di percepirci.
Come faccio spesso, ho cercato un aforisma che mi ispirasse, e ho letto queste parole:

“I sani confini non sono muri. Sono cancelli e staccionate che ti permettono di godere della bellezza del tuo giardino“.
[Lydia Hall]

Mi ha colpito un’intuizione che aleggiava da alcuni giorni, complici alcune esperienze che mi hanno aperto uno spazio di riflessione: ci sentiamo spesso in balia degli eventi, senza una reale capacità di mutare il corso delle nostre vite, invasi e compressi dal resto del mondo con le sue richieste, aspettative e pretese, ma la verità è che il più delle volte rinunciamo a prenderci la responsabilità di decidere in piena consapevolezza quali sono i confini che nutrono e difendono la nostra integrità e il nostro benessere.

Immaginiamo la nostra vita come un insieme di bolle una dentro l’altra: dalla più vicina, che contiene noi e le nostre relazioni più intime, alla più lontana, che contiene il mondo che appena ci sfiora, tutto ciò che ci attraversa lo fa perché si inserisce nel nostro sistema percettivo, con gradi e intensità diverse a seconda dell’intimità che concediamo.
Anche quando non li percepiamo, i confini definiscono la nostra disponibilità e i rapporti che viviamo: non tutti possono toccarci fisicamente allo stesso modo, per esempio accarezzandoci, e nemmeno baciarci; è un privilegio di pochi. Allo stesso modo, alcune persone possono parlarci confidenzialmente e in modo diretto, e con altri intratteniamo rapporti più formali. Alcune parole o espressioni ci toccano di più, mentre altre non sono per noi motivo di riflessione o di disagio. Alcuni fenomeni naturali ci fanno più paura (ovvero irrigidiscono i nostri confini), mentre altri sono fonte di piacere (li ammorbidiscono e ci rendono disponibili).

Il confine emerge di concerto tra ciò che noi siamo disposti a concedere, e l’obiettivo che l’interlocutore è intenzionato a raggiungere.
Spesso siamo portati a credere che essere disponibili significhi non stabilire confini, ma non ci potrebbe essere idea più fuorviante: è proprio senza stabilire confini che ci esponiamo a subire tutto ciò che ci accade come incontrollabile, traumatico e distruttivo.
Esattamente come un bambino necessita di confini e di disciplina, oltre che della soddisfazione degli altri bisogni primari, per crescere e diventare un adulto responsabile, allo stesso modo la nostra vita ha bisogno di confini, per essere vissuta davvero e in profondità.

Un esempio che faccio spesso: se il mio interlocutore estrae un coltello intenzionato a farmi del male, io ho tutto il diritto di difendermi. Il come sarà una questione di capacità e di scelte: i grandi Maestri hanno fermato la violenza con la loro sola presenza (vi invito a cercare gli episodi del Buddha con il criminale Angulimala che divenne Ahimsaka, o di Gesù con i soldati che attaccarono gli apostoli nell’orto del Getsemani), altri, meno carismatici, usano la loro forza per disarmare l’avversario senza danneggiarlo, e altri ancora, molto meno carismatici, impugnano a loro volta le armi e ingaggiano la lotta.
Qual è il mio confine?
Se sta nel non alimentare la violenza, sceglierò la seconda soluzione. Se sta nella difesa personale, potrò lottare e rischiare di danneggiare me o il mio opponente.

Un altro esempio: se mi mettono a disagio, non è necessario che io accetti certi tipi di contatto fisico. Non mi riferisco solo a contatti particolarmente abusivi, ma anche a certi confini sociali che non sono assolutamente scontati: personalmente, sono una persona che abbraccia molto facilmente, ma se ho uno sconosciuto di fronte, sto molto attento a chiedere il permesso (non solo verbalmente). Non è affatto scontato che l’altra persona sia disposta ad accettare un contatto così stretto, anche se per me è assolutamente naturale.
Qual è il confine che devo rispettare?
Non sarebbe saggio imporre il mio modo a chi non lo gradisce, poiché da gesto gentile diventerebbe una violenza. In una situazione del genere, posso portare la stessa qualità nelle mie parole?

Immaginate ora che il vostro spazio sia quello della citazione che mi ha ispirato: un meraviglioso giardino, da curare con grande attenzione. Se non aveste un confine, quanto passerebbe prima che animali affamati, persone di passaggio ed elementi naturali incontrollati devastino il giardino, rendendolo un ammasso confuso di terra sterile e incurata?
Al contrario, come potrebbe crescere rigoglioso se lo chiudeste completamente all’esterno, escludendo gli uccelli e il vento che portano semi, le api che fanno circolare i pollini, il calore del sole che dà vita ai semi, o la pioggia che dona forza alla linfa?
È quello che succede molto spesso alle nostre vite: a volte mettiamo confini troppo netti, che inaridiscono le nostre relazioni e i nostri rapporti, e rendono difficile lo scambio; a volte, al contrario, non mettiamo confini, e permettiamo a chiunque di entrare nel nostro spazio intimo e di depredarlo, lasciandoci spogli e sfibrati, e vaghiamo alla ricerca di altri spazi che trattiamo allo stesso modo.

Stabilire sani confini è necessario alla vita: significa curare il giardino con amore e dedizione, scegliendo a quale distanza e con quale forza tenere fuori le influenze negative, e permettendo a chi lo nutre di entrare nello spazio, attraverso i cancelli che noi stessi decidiamo di aprire e chiudere.
Questo vale in ogni ambito della nostra vita, da quello fisico, a quello relazionale, a quello professionale: solo costruendo i giusti spazi e curandoli con attenzione possiamo vivere davvero pienamente, nel massimo rispetto della nostra natura e di quella altrui.
Abitare i confini significa stare nello spazio del confine stesso, scegliendo di volta in volta quale sia la sua posizione migliore, chi o cosa può entrare, e chi o cosa no: è un esercizio continuo di consapevolezza e di dialogo tra noi e il mondo, nella mutua ricerca del migliore stato di Equilibrio e di Benessere.

Gli Spazi del Rispetto

“La bellezza del cerchio è che non possiamo guardarci alle spalle, e la forza del cerchio è che possiamo solo vedere la bellezza di ognuno”.
(Angaangaq Angakkorsuaq)

Il concetto di rispetto è utilizzato in varie forme nella nostra società, in maggioranza legate alla capacità di avere riguardo per il nostro prossimo. È infatti il guardare a fondo, e quindi curarsi di, a costituirne il maggior significato.
La parola è infatti collegata alla facoltà umana di osservare e valutare in profondità: la parola latina respectus, da cui deriva, è infatti un composto che mette in relazione la particella re- (a fondo, di nuovo), e del verbo spicere, che porta con sé il significato di osservare, considerare, guardare, ed è strettamente collegata a diverse parole che hanno a che fare con queste facoltà. Rispetto, specchio e scopo hanno infatti la stessa provenienza, rintracciabile nella radice indoeuropea SPAC- che ha prodotto spicere (guardare) – da cui rispetto e specchio – e σκοπός (osservatore) – da cui scopo. Curiosamente, dalla stessa radice deriva σκέπτομαι (considerare) – da cui scettico, ovvero uno che osserva, che specula.
La stessa parola specie, a cui il latino species riconosce il significato di forma, apparenza, conformazione, deriva da questa area: le parole derivate dalla radice SPAC- (o SPEC-) hanno a che fare con la capacità di vedere, riflettere, considerare qualcosa o qualcuno in modo profondo e preciso, ovvero non grossolano, avventato o parziale.
Il rispetto è per lo più considerato come la capacità di essere consapevoli delle caratteristiche di una persona, di una cosa o di un contesto, osservandone per così dire le regole proprie, senza scavalcare i loro confini.

Da un punto di vista del corpo sociale, l’essere umano si può riconoscere in diversi spazi in cui vive diverse sfumature di esperienza: come già sottolineato dall’antropologo Edward T. Hall negli anni ’60, esistono diversi e variabili spazi prossemici (da proximitas, vicinanza), che delineano il nostro vissuto sociale. A grandi linee, almeno nella cultura occidentale, possiamo identificare quattro fasce di spazio, in cui all’accorciarsi della distanza aumenta il grado di intimità, e diminuiscono gli altri che vi hanno libero accesso: un primo di tipo pubblico, dai 3 ai 7 metri di distanza dal nostro corpo; uno sociale, da 1 a 3 metri; uno personale, da 40 cm circa a 1 metro; e uno intimo, al di sotto dei 40 cm fino al contatto diretto.
In base al contesto, alla natura della relazione tra gli interlocutori e alla cultura di appartenenza, le distanze possono variare o modularsi, ma restano importanti nello stabilire la qualità della relazione interpersonale, nel valutarne rischi e benefici, e nel modulare il comportamento fisico, vocale, e psichico.
Ogni relazione – anche quella terapeutica – si muove in qualche modo attraverso questi spazi, preferendone a seconda dei propri scopi e delle proprie modalità uno o molti. Le discipline corporee, ad esempio, ognuna a suo modo, hanno maggiormente a che fare con lo spazio intimo e quello personale, rispetto alle discipline basate sul dialogo, che spesso si svolgono nello spazio sociale, per mantenere una distanza fisica sufficiente a concentrarsi su un dialogo intimo.
In questi spazi giocano fondamentale importanza il vissuto sensoriale, la regolazione delle emozioni e la sintonizzazione cognitiva con l’altro: se uno di questi tre elementi viene meno, l’impressione di sentirsi rispettati può vacillare. Una visita medica si svolge mediamente nello spazio sociale e personale, ma l’esperienza può essere molto diversa: quante volte le persone raccontano di essere state a malapena guardate dalla persona di fronte a loro, al di là di una scrivania che viene vissuta come un muro? Con un familiare, soprattutto se è un partner, condividiamo liberamente lo spazio intimo, ma quante volte può capitarci di non sentirci rispettati da una sua frase o da una sua parola? 
Il concetto di rispetto, come forma di osservazione degli spazi prossemici e delle loro regole, è sicuramente il più comune e considerato nella nostra società: anche prima del dibattito semantico tra distanziamento fisico e distanziamento sociale emerso con le attuali norme sanitarie, lo spazio fisico e sensoriale si mescolava e si confondeva con il vissuto sociale.
Tuttavia, molto spesso questo concetto è a senso unico; è infatti facilmente concepibile dall’altro o dall’esterno verso il nostro interno (in senso afferente), ma difficilmente ci chiediamo davvero se siamo noi a rispettare gli altri o l’esterno (in senso efferente).

Un significato differente, più affine al secondo esempio, è quello che lega il rispetto al rispecchiamento, così come le due parole sono collegate semanticamente attraverso la parola latina respicio.
Ogni persona, oggetto o evento che entri in uno dei nostri quattro spazi può essere osservato come esterno, oppure come se fosse uno specchio che restituisce alla nostra percezione le fattezze (species), e le caratteristiche del nostro spazio.
Nel corpo, inteso come sistema biologico, questo fenomeno è molto studiato: è infatti alla base dei complessi meccanismi che orientano il nostro corpo e ne scolpiscono le forme in relazione allo spazio circostante (interocezione, propriocezione, esterocezione).
È molto più difficile accedere a questa forma di osservazione nelle relazioni emozionali, poiché ci mette di fronte al fatto che ogni percezione che abbiamo del mondo emerge, in realtà, dai nostri filtri e dalle nostre chiarezze, più che da una realtà oggettiva: ne deriva che ogni evento, o meglio la lettura che ne facciamo, è in qualche modo sotto la nostra responsabilità. Difficilmente, infatti, chi ci taglia la strada in macchina vuole farlo per danneggiarci, ma noi lo percepiamo ugualmente come se fosse un atto direttamente rivolto a noi, sovrapponendo all’evento una lettura che deriva da uno schema interno preesistente, e non corrispondente all’evento stesso. È un meccanismo studiato da molte discipline differenti, da quelle spirituali – che spesso parlano della legge dello specchio, o del teatro interiore – alla psicologia – che ce lo descrive come parte delle distorsioni cognitive (Beck).
Siamo quindi testimoni di un gioco di specchi, in cui la realtà non è oggettivamene quella che percepiamo, ma emerge fenomenologicamente da ciò che noi leggiamo di essa. Tutto questo non è affatto privo di rischi, come ci racconta il mito di Narciso, condannato a innamorarsi della sua stessa immagine riflessa e infine suicidatosi perché non poteva raggiungerla in nessun modo: non dobbiamo confondere ciò che possiamo vedere di noi attraverso la realtà, come se fosse uno specchio, con il fatto di esserne gli unici padroni, evitando di metterci in relazione. Quest’ultima posizione può solo portare a un vissuto illusorio, e in definitiva distruttivo.

C’è uno spazio in cui possiamo evitare questi rischi, e sperimentare rispetto e rispecchiamento con il giusto contenimento: il cerchio. Esso è una forma che l’essere umano frequenta e delinea da molto tempo, e di cui si è servito frequentemente nella propria storia sociale e comunitaria. Nel cerchio, infatti, a seconda della sua estensione e del numero di persone che lo compongono, è poco probabile che il nostro spazio personale venga invaso, ma piuttosto sperimentiamo l’accoglienza. Idealmente, pur aprendosi alla possibilità di essere osservati da altri, i nostri spazi sono rispettati e possiamo, in altre parole, essere vulnerabili senza sentirci esposti al pericolo.
C’è una grande varietà di attività che sono in tutto il mondo associate al cerchio, ma tutte coinvolgono almeno la danza/movimento, il canto/musica, e la narrazione. Mentre le prime due possono essere molto esplicite (molte forme di celebrazione sociale, così come di giochi infantili e di attività terapeutiche, si ricollegano alla danza e al canto in cerchio), la terza può essere sottesa e non dichiarata, ma è sempre presente. In un gioco in cerchio (Giro giro tondo, casca il mondo…), i bambini raccontano di sé attraverso il corpo, le movenze, gli sguardi e le voci molto più di quanto farebbero rispondendo a una domanda, senza usare altre parole che quelle della canzone che cantano tutti insieme.
Questa attività, che è il retaggio di un uso ben più antico e profondo, è connaturata a tutte le culture in diversi livelli, che hanno costruito in cerchio i loro luoghi più sacri, cercando per così dire di immortalare la figura che istintivamente crea un gruppo umano prendendosi per le mani, ma che si disperde con essi.

Ritorna quindi nel detto eschimese che apre questo articolo, il senso più profondo del cerchio, come luogo di aggregazione e sostegno, e di rispetto: nell’incapacità di parlarci alle spalle, la possibilità di guardare ai difetti dell’altro con la stessa compassione con cui guarderemmo i nostri; nel poterci guardare negli occhi, la possibilità di vedere la bellezza che sorge anche da quei difetti.