Gli Spazi del Rispetto

Il concetto di rispetto è utilizzato in varie forme nella nostra società, in maggioranza legate alla capacità di avere riguardo per il nostro prossimo. È infatti il guardare a fondo, e quindi curarsi di, a costituirne il maggior significato.
La parola è infatti collegata alla facoltà umana di osservare e valutare in profondità: la parola latina respectus, da cui deriva, è infatti un composto che mette in relazione la particella re- (a fondo, di nuovo), e del verbo spicere, che porta con sé il significato di osservare, considerare, guardare, ed è strettamente collegata a diverse parole che hanno a che fare con queste facoltà. Rispetto, specchio e scopo hanno infatti la stessa provenienza, rintracciabile nella radice indoeuropea SPAC- che ha prodotto spicere (guardare) – da cui rispetto e specchio – e σκοπός (osservatore) – da cui scopo. Curiosamente, dalla stessa radice deriva σκέπτομαι (considerare) – da cui scettico, ovvero uno che osserva, che specula.
La stessa parola specie, a cui il latino species riconosce il significato di forma, apparenza, conformazione, deriva da questa area: le parole derivate dalla radice SPAC- (o SPEC-) hanno a che fare con la capacità di vedere, riflettere, considerare qualcosa o qualcuno in modo profondo e preciso, ovvero non grossolano, avventato o parziale.
Il rispetto è per lo più considerato come la capacità di essere consapevoli delle caratteristiche di una persona, di una cosa o di un contesto, osservandone per così dire le regole proprie, senza scavalcare i loro confini.

Da un punto di vista del corpo sociale, l’essere umano si può riconoscere in diversi spazi in cui vive diverse sfumature di esperienza: come già sottolineato dall’antropologo Edward T. Hall negli anni ’60, esistono diversi e variabili spazi prossemici (da proximitas, vicinanza), che delineano il nostro vissuto sociale. A grandi linee, almeno nella cultura occidentale, possiamo identificare quattro fasce di spazio, in cui all’accorciarsi della distanza aumenta il grado di intimità, e diminuiscono gli altri che vi hanno libero accesso: un primo di tipo pubblico, dai 3 ai 7 metri di distanza dal nostro corpo; uno sociale, da 1 a 3 metri; uno personale, da 40 cm circa a 1 metro; e uno intimo, al di sotto dei 40 cm fino al contatto diretto.
In base al contesto, alla natura della relazione tra gli interlocutori e alla cultura di appartenenza, le distanze possono variare o modularsi, ma restano importanti nello stabilire la qualità della relazione interpersonale, nel valutarne rischi e benefici, e nel modulare il comportamento fisico, vocale, e psichico.
Ogni relazione – anche quella terapeutica – si muove in qualche modo attraverso questi spazi, preferendone a seconda dei propri scopi e delle proprie modalità uno o molti. Le discipline corporee, ad esempio, ognuna a suo modo, hanno maggiormente a che fare con lo spazio intimo e quello personale, rispetto alle discipline basate sul dialogo, che spesso si svolgono nello spazio sociale, per mantenere una distanza fisica sufficiente a concentrarsi su un dialogo intimo.
In questi spazi giocano fondamentale importanza il vissuto sensoriale, la regolazione delle emozioni e la sintonizzazione cognitiva con l’altro: se uno di questi tre elementi viene meno, l’impressione di sentirsi rispettati può vacillare. Una visita medica si svolge mediamente nello spazio sociale e personale, ma l’esperienza può essere molto diversa: quante volte le persone raccontano di essere state a malapena guardate dalla persona di fronte a loro, al di là di una scrivania che viene vissuta come un muro? Con un familiare, soprattutto se è un partner, condividiamo liberamente lo spazio intimo, ma quante volte può capitarci di non sentirci rispettati da una sua frase o da una sua parola? 
Il concetto di rispetto, come forma di osservazione degli spazi prossemici e delle loro regole, è sicuramente il più comune e considerato nella nostra società: anche prima del dibattito semantico tra distanziamento fisico e distanziamento sociale emerso con le attuali norme sanitarie, lo spazio fisico e sensoriale si mescolava e si confondeva con il vissuto sociale.
Tuttavia, molto spesso questo concetto è a senso unico; è infatti facilmente concepibile dall’altro o dall’esterno verso il nostro interno (in senso afferente), ma difficilmente ci chiediamo davvero se siamo noi a rispettare gli altri o l’esterno (in senso efferente).

Un significato differente, più affine al secondo esempio, è quello che lega il rispetto al rispecchiamento, così come le due parole sono collegate semanticamente attraverso la parola latina respicio.
Ogni persona, oggetto o evento che entri in uno dei nostri quattro spazi può essere osservato come esterno, oppure come se fosse uno specchio che restituisce alla nostra percezione le fattezze (species), e le caratteristiche del nostro spazio.
Nel corpo, inteso come sistema biologico, questo fenomeno è molto studiato: è infatti alla base dei complessi meccanismi che orientano il nostro corpo e ne scolpiscono le forme in relazione allo spazio circostante (interocezione, propriocezione, esterocezione).
È molto più difficile accedere a questa forma di osservazione nelle relazioni emozionali, poiché ci mette di fronte al fatto che ogni percezione che abbiamo del mondo emerge, in realtà, dai nostri filtri e dalle nostre chiarezze, più che da una realtà oggettiva: ne deriva che ogni evento, o meglio la lettura che ne facciamo, è in qualche modo sotto la nostra responsabilità. Difficilmente, infatti, chi ci taglia la strada in macchina vuole farlo per danneggiarci, ma noi lo percepiamo ugualmente come se fosse un atto direttamente rivolto a noi, sovrapponendo all’evento una lettura che deriva da uno schema interno preesistente, e non corrispondente all’evento stesso. È un meccanismo studiato da molte discipline differenti, da quelle spirituali – che spesso parlano della legge dello specchio, o del teatro interiore – alla psicologia – che ce lo descrive come parte delle distorsioni cognitive (Beck).
Siamo quindi testimoni di un gioco di specchi, in cui la realtà non è oggettivamene quella che percepiamo, ma emerge fenomenologicamente da ciò che noi leggiamo di essa. Tutto questo non è affatto privo di rischi, come ci racconta il mito di Narciso, condannato a innamorarsi della sua stessa immagine riflessa e infine suicidatosi perché non poteva raggiungerla in nessun modo: non dobbiamo confondere ciò che possiamo vedere di noi attraverso la realtà, come se fosse uno specchio, con il fatto di esserne gli unici creatori e padroni, evitando di metterci in relazione. Quest’ultima posizione può solo portare a un vissuto illusorio, e in definitiva distruttivo.

C’è uno spazio in cui possiamo evitare questi rischi, e sperimentare rispetto e rispecchiamento con il giusto contenimento: il cerchio. Esso è una forma che l’essere umano frequenta e delinea da molto tempo, e di cui si è servito frequentemente nella propria storia sociale e comunitaria. Nel cerchio, infatti, a seconda della sua estensione e del numero di persone che lo compongono, è poco probabile che il nostro spazio personale venga invaso, ma piuttosto sperimentiamo l’accoglienza. Idealmente, pur aprendosi alla possibilità di essere osservati da altri, i nostri spazi sono rispettati e possiamo, in altre parole, essere vulnerabili senza sentirci esposti al pericolo.
C’è una grande varietà di attività che sono in tutto il mondo associate al cerchio, ma tutte coinvolgono almeno la danza/movimento, il canto/musica, e la narrazione. Mentre le prime due possono essere molto esplicite (molte forme di celebrazione sociale, così come di giochi infantili e di attività terapeutiche, si ricollegano alla danza e al canto in cerchio), la terza può essere sottesa e non dichiarata, ma è sempre presente. In un gioco in cerchio (Giro giro tondo, casca il mondo…), i bambini raccontano di sé attraverso il corpo, le movenze, gli sguardi e le voci molto più di quanto farebbero rispondendo a una domanda, senza usare altre parole che quelle della canzone che cantano tutti insieme.
Questa attività, che è il retaggio di un uso ben più antico e profondo, è connaturata a tutte le culture in diversi livelli, che hanno costruito in cerchio i loro luoghi più sacri, cercando per così dire di immortalare la figura che istintivamente crea un gruppo umano prendendosi per le mani, ma che si disperde con essi.

Ritorna quindi nel detto eschimese che apre questo articolo, il senso più profondo del cerchio, come luogo di aggregazione e sostegno, e di rispetto: nell’incapacità di parlarci alle spalle, la possibilità di guardare ai difetti dell’altro con la stessa compassione con cui guarderemmo i nostri; nel poterci guardare negli occhi, la possibilità di vedere la bellezza che sorge anche da quei difetti.

Sulla Sintonia

L’esperienza umana è da sempre divisa tra la misurazione quantitativa dei fenomeni e la loro resa qualitativa. Curiosamente, mentre è relativamente semplice definire i parametri quantitativi (almeno una volta che si sappia come fare), è piuttosto difficile dare una definizione universale di quelli qualitativi.
Tutti noi sappiamo misurare l’altezza di una parete, di una persona o di un suono, ma quanti sanno definire con precisione le relazioni che quella parete contiene, le emozioni che evoca quella persona, e i ricordi che quel suono produce?

Il termine tono deriva direttamente dal greco τόνος, o dal latino tonus, entrambi con significato di tensione: è, infatti, la tensione dell’oggetto (corda, membrana, aria, ecc.) che vibrando produce un suono a determinare l’altezza della nota emessa. Analogamente, il termine sintonia, composto di σύν (con, insieme) e τόνος (suono, tono) significa, letteralmente concordanza di tensione, o accordo di suoni.
Mentre tono fa parte del primo gruppo (tensione di un oggetto e altezza sonora sono infatti misurabili), sintonia entra a ragione a far parte del secondo, poiché descrive una relazione, e non un oggetto. Colloquialmente, diciamo che un oggetto è sintonizzato con un altro quando alcune delle reciproche caratteristiche (a.e. forza, ritmo, ampiezza) si trovano in un rapporto di eguaglianza o di armonia. Per estensione, diciamo di sentirci in sintonia con qualcuno o con un fenomeno quando questi incontrano favorevolmente le nostre caratteristiche, o le due cose si sovrappongono.
Ma cosa intendiamo davvero?

In realtà, possiamo dividere con precisione gli ambiti solo parlando della parola tono.
In anatomofisiologia, essa descrive l’intervallo di tensione ottimale che deve sussistere in un muscolo per espletare la sua funzione caratteristica, e per estensione la distribuzione di tensione necessaria a mantenere l’equilibrio statico di un sistema muscoloscheletrico.
In musica, essa descrive un particolare intervallo, o tensione, tra due suoni (quello di seconda maggiore, ovvero a.e. quello tra un Do e un Re), e ne derivano i concetti di tonalità, ovvero l’insieme dei principi armonici di un brano, e di intonazione, ovvero di aderenza armonica a un elemento o sistema musicale.
In linguistica, il tono è un tratto prosodico che definisce la variazione o la costanza del profilo melodico di una sillaba (per cui si definiscono lingue tonali, come il cinese, e lingue non tonali, come l’italiano); l’intonazione, invece, è il profilo melodico dell’intera frase (a.e in italiano ascendente, come in una domanda, o discendente, come in un’affermazione).

Potremmo aggiungere molti altri ambiti al nostro elenco, ma ciò che ci interessa sottolineare è l’uso del termine che si fa colloquialmente: mentre il significato di tono muscolare rimane relativamente simile a quello specialistico, di sicuro un linguista o un musicista non lo userebbero mai per descrivere quel misto di caratteristiche (timbro, altezza, intensità, ritmo) che definisce l’intonazione di una voce.
Parliamo infatti di tono di voce riferendoci alle variazioni e alle caratteristiche che ci comunicano non tanto il contenuto cognitivo dell’enunciato (cosa viene detto), ma bensì quello emotivo, il colore del discorso (come viene detto qualcosa).
Queste componenti della comunicazione, dette para-verbali (dove quelle non-verbali sono determinate, appunto, dalle variazioni di tono e dinamica del corpo), provengono da una fase in cui l’uomo, e il bambino che ripercorre le sue tappe evolutive, non era padrone del linguaggio verbale, ma comunicava per mezzo di nuclei melodici strutturati come frasi musicali, in cui si inserivano sia informazioni quantitative (distanza, altezza, ecc.) sia soprattutto qualitative (emozioni): letteralmente, l’uomo è stato prima cantante che parlante, e mantiene questa caratteristica in ciò che chiamiamo, appunto, intonazione, e che percepiamo e decodifichiamo, spesso senza rendercene conto, come elemento di colorazione della comunicazione.

È dal tono e dalla dinamica muscolare e vocale, che riusciamo a comprendere – non senza un certo margine d’errore – se il nostro interlocutore è arrabbiato o stanco, felice o preoccupato, al di là di ciò che ci dice.
Se per caso parlaste con un interlocutore cinese, non sareste probabilmente in grado di leggerne i comportamenti come fareste con un vostro amico, o comunque con una persona proveniente dalla stessa cultura e contesto linguistico. Anche nel secondo caso, avreste probabilmente alcune difficoltà: vi è mai successo, sentendolo parlare, di ritenere un amico triste, mentre era semplicemente stanco?
Questo fenomeno ci dimostra che la sintonia non è un’esperienza semplice, e non sempre si realizza in modo completo: per usare ancora un esempio molto comune, a chi non è capitato di sintonizzarsi su un canale radio o video, ma di non riuscire a ricevere un segnale completamente chiaro? Lo stesso fenomeno, sebbene con variabili molto più complesse (e quindi margini d’errore molto più importanti) avviene nel caso della comunicazione umana.

Per darne una definizione generale, la sintonia (o sintonizzazione) è la concordanza, parziale o completa, tra lo stato di un oggetto e di – almeno – un secondo messo a confronto: è, quindi, sempre, un processo di relazione. In uno degli esempi sopra, il nostro amico è il primo oggetto, e noi il secondo: potremo sintonizzarci correttamente con lui solo se saremo in grado di ricalcare correttamente il suo stato, riducendo al minimo il grado di interferenza. Nell’età evolutiva, questo fenomeno è ben osservato e studiato nel rapporto madre-bambino, in cui il secondo ricalca e poi sperimenta le variazioni sul comportamento fisico e vocale della prima, per elaborare strategie di interazione con l’ambiente e crescere in abilità e competenze.

Estendendo il nostro esempio, capiamo come possiamo sperimentare l’esperienza dell’essere in sintonia non solo con un’altra persona, ma con un qualsiasi altro ente: un animale, una pianta, un cibo, una musica, una città, una stagione, un pianeta, un periodo storico, eccetera.
In tutti i casi, l’armonia percepita tra noi e il secondo soggetto è sicuramente causata dal grado di concordanza con una o più delle sue caratteristiche, che possiamo riconoscere e sviluppare dentro di noi.  

Lo studio di questo fenomeno è presente in tutti i tempi e le culture, e si basa sulla relazione qualitativa tra diversi ambiti e oggetti, non necessariamente simili. Così, per esempio, le medicine tradizionali di tutto il mondo hanno osservato la sintonia tra la natura e il corpo umano, elaborando strategie di cura e di promozione della salute basate non tanto su caratteristiche quantitative, ma su un principio simbolico e di analogia che sintonizza l’uomo a determinate caratteristiche delle stagioni, delle piante, delle pietre, degli animali, degli astri e degli elementi naturali come forma di promozione dell’armonizzazione delle energie interne (ciò che chiamiamo autoguarigione).
Da questa forma di osservazione, presente nell’uomo fin da quel tempo in cui ancora non possedeva un linguaggio verbale, ma una musilingua olistica e simbolica, si è strutturata con il tempo un’immagine che attraversa molte culture, quella di un Canto Universale, a cui tutti i fenomeni devono accordarsi e relazionarsi, o riaccordarsi in caso di perdita della connessione. I Greci, da Pitagora in poi, parlavano di Musica delle Sfere o Armonia Universale (concetto ripreso anche nel Rinascimento); nella mitologia Vedica, il Nada Brahma è il Suono Universale, manifestato nella sua forma più pura dal suono Om come suono originario; nella mitologia ebraico-cristiana, il mondo è manifestazione della Parola, concepita inizialmente come Suono, di Dio.
I Celti chiamavano questo suono Oran Mòr, “Grande Canto”, descrivendolo come la somma interferenziale di tutti i suoni dell’Universo, onnipresente nella trama stessa del mondo: curiosamente, l’astronomia moderna ci dimostra l’esistenza della Radiazione Cosmica di Fondo, ovvero l’impronta vibrazionale (elettromagnetica, ma convertibile in suono) del suono originario del Big Bang, che ancora si espande nell’Universo.

Non a caso, la musica è stata il mezzo preferito di espressione dei processi di risintonizzazione al Grande Canto in moltissime culture, e ha sempre trovato spazio nella rivitalizzazione e nei processi di guarigione dell’essere umano: che sia attraverso il canto, la danza, l’ascolto o la parola, tutti gli esseri umani ritrovano il proprio stato di salute quando ritrovano l’armonia con i cicli naturali che i nostri progenitori studiavano e conoscevano intimamente.

La prossima volta che vi ritroverete in una situazione di disagio, chiedetevi: se mi fosse possibile, cosa potrei fare per ristabilire la sintonia con l’Armonia Universale? Scoprirete che la risposta è raramente complicata o fuori dalle vostre possibilità immediate: spesso, basta un respiro, un gesto, una risata, un canto, o l’ascolto attento e profondo della Natura per rimetterci sulla via giusta.