Sulla Sintonia

L’esperienza umana è da sempre divisa tra la misurazione quantitativa dei fenomeni e la loro resa qualitativa. Curiosamente, mentre è relativamente semplice definire i parametri quantitativi (almeno una volta che si sappia come fare), è piuttosto difficile dare una definizione universale di quelli qualitativi.
Tutti noi sappiamo misurare l’altezza di una parete, di una persona o di un suono, ma quanti sanno definire con precisione le relazioni che quella parete contiene, le emozioni che evoca quella persona, e i ricordi che quel suono produce?

Il termine tono deriva direttamente dal greco τόνος, o dal latino tonus, entrambi con significato di tensione: è, infatti, la tensione dell’oggetto (corda, membrana, aria, ecc.) che vibrando produce un suono a determinare l’altezza della nota emessa. Analogamente, il termine sintonia, composto di σύν (con, insieme) e τόνος (suono, tono) significa, letteralmente concordanza di tensione, o accordo di suoni.
Mentre tono fa parte del primo gruppo (tensione di un oggetto e altezza sonora sono infatti misurabili), sintonia entra a ragione a far parte del secondo, poiché descrive una relazione, e non un oggetto. Colloquialmente, diciamo che un oggetto è sintonizzato con un altro quando alcune delle reciproche caratteristiche (a.e. forza, ritmo, ampiezza) si trovano in un rapporto di eguaglianza o di armonia. Per estensione, diciamo di sentirci in sintonia con qualcuno o con un fenomeno quando questi incontrano favorevolmente le nostre caratteristiche, o le due cose si sovrappongono.
Ma cosa intendiamo davvero?

In realtà, possiamo dividere con precisione gli ambiti solo parlando della parola tono.
In anatomofisiologia, essa descrive l’intervallo di tensione ottimale che deve sussistere in un muscolo per espletare la sua funzione caratteristica, e per estensione la distribuzione di tensione necessaria a mantenere l’equilibrio statico di un sistema muscoloscheletrico.
In musica, essa descrive un particolare intervallo, o tensione, tra due suoni (quello di seconda maggiore, ovvero a.e. quello tra un Do e un Re), e ne derivano i concetti di tonalità, ovvero l’insieme dei principi armonici di un brano, e di intonazione, ovvero di aderenza armonica a un elemento o sistema musicale.
In linguistica, il tono è un tratto prosodico che definisce la variazione o la costanza del profilo melodico di una sillaba (per cui si definiscono lingue tonali, come il cinese, e lingue non tonali, come l’italiano); l’intonazione, invece, è il profilo melodico dell’intera frase (a.e in italiano ascendente, come in una domanda, o discendente, come in un’affermazione).

Potremmo aggiungere molti altri ambiti al nostro elenco, ma ciò che ci interessa sottolineare è l’uso del termine che si fa colloquialmente: mentre il significato di tono muscolare rimane relativamente simile a quello specialistico, di sicuro un linguista o un musicista non lo userebbero mai per descrivere quel misto di caratteristiche (timbro, altezza, intensità, ritmo) che definisce l’intonazione di una voce.
Parliamo infatti di tono di voce riferendoci alle variazioni e alle caratteristiche che ci comunicano non tanto il contenuto cognitivo dell’enunciato (cosa viene detto), ma bensì quello emotivo, il colore del discorso (come viene detto qualcosa).
Queste componenti della comunicazione, dette para-verbali (dove quelle non-verbali sono determinate, appunto, dalle variazioni di tono e dinamica del corpo), provengono da una fase in cui l’uomo, e il bambino che ripercorre le sue tappe evolutive, non era padrone del linguaggio verbale, ma comunicava per mezzo di nuclei melodici strutturati come frasi musicali, in cui si inserivano sia informazioni quantitative (distanza, altezza, ecc.) sia soprattutto qualitative (emozioni): letteralmente, l’uomo è stato prima cantante che parlante, e mantiene questa caratteristica in ciò che chiamiamo, appunto, intonazione, e che percepiamo e decodifichiamo, spesso senza rendercene conto, come elemento di colorazione della comunicazione.

È dal tono e dalla dinamica muscolare e vocale, che riusciamo a comprendere – non senza un certo margine d’errore – se il nostro interlocutore è arrabbiato o stanco, felice o preoccupato, al di là di ciò che ci dice.
Se per caso parlaste con un interlocutore cinese, non sareste probabilmente in grado di leggerne i comportamenti come fareste con un vostro amico, o comunque con una persona proveniente dalla stessa cultura e contesto linguistico. Anche nel secondo caso, avreste probabilmente alcune difficoltà: vi è mai successo, sentendolo parlare, di ritenere un amico triste, mentre era semplicemente stanco?
Questo fenomeno ci dimostra che la sintonia non è un’esperienza semplice, e non sempre si realizza in modo completo: per usare ancora un esempio molto comune, a chi non è capitato di sintonizzarsi su un canale radio o video, ma di non riuscire a ricevere un segnale completamente chiaro? Lo stesso fenomeno, sebbene con variabili molto più complesse (e quindi margini d’errore molto più importanti) avviene nel caso della comunicazione umana.

Per darne una definizione generale, la sintonia (o sintonizzazione) è la concordanza, parziale o completa, tra lo stato di un oggetto e di – almeno – un secondo messo a confronto: è, quindi, sempre, un processo di relazione. In uno degli esempi sopra, il nostro amico è il primo oggetto, e noi il secondo: potremo sintonizzarci correttamente con lui solo se saremo in grado di ricalcare correttamente il suo stato, riducendo al minimo il grado di interferenza. Nell’età evolutiva, questo fenomeno è ben osservato e studiato nel rapporto madre-bambino, in cui il secondo ricalca e poi sperimenta le variazioni sul comportamento fisico e vocale della prima, per elaborare strategie di interazione con l’ambiente e crescere in abilità e competenze.

Estendendo il nostro esempio, capiamo come possiamo sperimentare l’esperienza dell’essere in sintonia non solo con un’altra persona, ma con un qualsiasi altro ente: un animale, una pianta, un cibo, una musica, una città, una stagione, un pianeta, un periodo storico, eccetera.
In tutti i casi, l’armonia percepita tra noi e il secondo soggetto è sicuramente causata dal grado di concordanza con una o più delle sue caratteristiche, che possiamo riconoscere e sviluppare dentro di noi.  

Lo studio di questo fenomeno è presente in tutti i tempi e le culture, e si basa sulla relazione qualitativa tra diversi ambiti e oggetti, non necessariamente simili. Così, per esempio, le medicine tradizionali di tutto il mondo hanno osservato la sintonia tra la natura e il corpo umano, elaborando strategie di cura e di promozione della salute basate non tanto su caratteristiche quantitative, ma su un principio simbolico e di analogia che sintonizza l’uomo a determinate caratteristiche delle stagioni, delle piante, delle pietre, degli animali, degli astri e degli elementi naturali come forma di promozione dell’armonizzazione delle energie interne (ciò che chiamiamo autoguarigione).
Da questa forma di osservazione, presente nell’uomo fin da quel tempo in cui ancora non possedeva un linguaggio verbale, ma una musilingua olistica e simbolica, si è strutturata con il tempo un’immagine che attraversa molte culture, quella di un Canto Universale, a cui tutti i fenomeni devono accordarsi e relazionarsi, o riaccordarsi in caso di perdita della connessione. I Greci, da Pitagora in poi, parlavano di Musica delle Sfere o Armonia Universale (concetto ripreso anche nel Rinascimento); nella mitologia Vedica, il Nada Brahma è il Suono Universale, manifestato nella sua forma più pura dal suono Om come suono originario; nella mitologia ebraico-cristiana, il mondo è manifestazione della Parola, concepita inizialmente come Suono, di Dio.
I Celti chiamavano questo suono Oran Mòr, “Grande Canto”, descrivendolo come la somma interferenziale di tutti i suoni dell’Universo, onnipresente nella trama stessa del mondo: curiosamente, l’astronomia moderna ci dimostra l’esistenza della Radiazione Cosmica di Fondo, ovvero l’impronta vibrazionale (elettromagnetica, ma convertibile in suono) del suono originario del Big Bang, che ancora si espande nell’Universo.

Non a caso, la musica è stata il mezzo preferito di espressione dei processi di risintonizzazione al Grande Canto in moltissime culture, e ha sempre trovato spazio nella rivitalizzazione e nei processi di guarigione dell’essere umano: che sia attraverso il canto, la danza, l’ascolto o la parola, tutti gli esseri umani ritrovano il proprio stato di salute quando ritrovano l’armonia con i cicli naturali che i nostri progenitori studiavano e conoscevano intimamente.

La prossima volta che vi ritroverete in una situazione di disagio, chiedetevi: se mi fosse possibile, cosa potrei fare per ristabilire la sintonia con l’Armonia Universale? Scoprirete che la risposta è raramente complicata o fuori dalle vostre possibilità immediate: spesso, basta un respiro, un gesto, una risata, un canto, o l’ascolto attento e profondo della Natura per rimetterci sulla via giusta.

Il Cammino del Fuoco

Il Fuoco è da sempre un elemento strettamente connesso all’umanità, altamente considerato e riverito in senso sociale, culturale e spirituale. L’abilità di domarlo e manipolarlo è universalmente riconosciuta come una delle conquiste principali che hanno guidato l’Uomo dalla dimensione selvaggia a quella civile, da quella preistorica a quella storica, da quella animale a quella umana.

Nella stragrande maggioranza delle culture umane, il Fuoco è l’elemento che maggiormente ricorre come simbolo e mezzo del rapporto con il Sacro: in tutti i templi che gli Uomini hanno costruito e custodito, sotto forma di Fiamma, Fulmine o Calore, presente o suggerito, esso è il simbolo del dialogo con il Divino e della sua presenza nel mondo naturale.
A partire dal substrato sciamanico delle culture ancestrali, dal Fuoco primordiale attorno a cui si riunivano le Tribù evocando miti e leggende, esso ha accompagnato l’evoluzione dell’Uomo come luogo centrale della comunità: non a caso, in italiano definiamo fuoco il centro di una circonferenza (o uno dei due di un ellisse), e attraverso il fuoco la capacità di concentrarsi su un oggetto (cfr. “focus”, “focalizzare” e “mettere a fuoco”).
Ancora oggi, non c’è luogo sacro che non ospiti candele, ceri, o fuochi veri e propri, concreti o simbolici; allo stesso modo, non c’è cerimonia che non sia collegata alla presenza del fuoco come catalizzatore e centro dell’esperienza.
Dalle sue manifestazioni transitorie – il Fulmine, la Scintilla, la Fiamma – a quella apparentemente immodificabili – il Sole e le Stelle – il Fuoco è l’elemento di trasformazione per eccellenza, e di comunione diretta con la Luce originaria.

Mentre nel contesto naturale il Fuoco può essere incontrollato, temibile e pericoloso, ed è infatti generalmente poco amato dagli animali selvatici, esso ha evoluto la propria capacità di consumare in quella di trasformare e modulare: da un carattere selvaggio e violento, ne ha sviluppato uno docile e creativo. Gli Antichi Greci avevano due parole per definirlo: nel primo caso era πῦρ (Pur), il fuoco che i latini definivano ignis, al suo stato naturale, grezzo e violento; nel secondo era φως (Fos), il focus latino, nel suo stato morbido, luminoso e benefico.

Nel cammino comune lungo il corso dell’evoluzione, l’Uomo ha potuto riconoscere questi due aspetti del Fuoco non solo nel mondo intorno a sé, e nelle manifestazioni socio-culturali, ma anche dentro di sé.

Sappiamo che tutta l’attività del Corpo umano, come di quello animale (ma anche quella dei minerali e dell’intero pianeta) prevede l’interazione elettrica e magnetica tra fluidi (gas e liquidi) e solidi (tessuti), la più semplice delle quali è l’attività elettrica del Sistema Nervoso: esso è letteralmente un sistema di conduzione per l’energia del Fulmine: non è sicuramente un caso che l’attività mentale sia in tutte le culture associata alla Luce e al Fuoco, e che una mente particolarmente acuta e libera sia definita con le caratteristiche della luminosità (brillante, chiara, illuminata, …).
Per la Medicina Tradizionale Cinese, l’elemento Fuoco governa ben quattro sistemi energetici del corpo: Cuore, Intestino Tenue, Triplice Riscaldatore (grossolanamente identificabile con la regione del Duodeno e del Plesso Solare) e Maestro del Cuore (ovvero il Pericardio, la membrana sierosa che avvolge e protegge il Cuore). Tutte queste strutture corporee hanno a che fare con la capacità del sistema di trasformare, fornire e stimolare energia vitale, ognuna a suo modo.

La violenza o il potere creativo del Fuoco sono simbolici anche del nostro vissuto emozionale.
Ognuno di noi ha avuto esperienza del fuoco distruttivo dell’ira, ma non tutti l’abbiamo sperimentata nella sua forma di sano impeto che regoli un atto empio e ingiusto.
Molti sono gli episodi mitico-religiosi che raccontano queste differenze: basti pensare alla cacciata dei mercanti dal Tempio operata da Gesù (con tanto di frusta!), o alle figure mostruose a protezione e guardia dei templi in tutto il mondo, come il Pitone di Delfi o i bodhisattva tibetani armati di spade fiammeggianti.
Non è allora l’allontanarsi dalle cosiddette emozioni negative o violente la soluzione per raggiungere uno stato più luminoso e libero dalle loro catene, ma il fatto di imparare a domare il loro fuoco per usarlo quando ce n’è bisogno, per riscaldare e dare vita.

Il Fuoco era in antichità la prerogativa di molti spiriti e divinità legati alla guarigione, all’ispirazione e alla creazione.
Tra loro, di certo è utile citare il greco Apollo e la celtica Brigid: entrambi avevano caratteri legati al Fuoco e alla Luce, alla Guarigione e all’Arte, quella Poetica in particolare.
Brigid, la cui festa di Imbolc diventò la Candelora che ricorrerà tra pochi giorni (1 febbraio) era una Dea del Fuoco e dell’Acqua contemporaneamente protettrice dei Poeti, dei Fabbri e dei Guaritori; i Celti definivano l’Ispirazione “fuoco nella testa”, ed è curioso che lo stesso fenomeno sia riportato nei Vangeli nella narrazione della notte di Pentecoste, quando lo Spirito Divino discese sugli Apostoli dopo la Resurrezione, illuminandone le menti e sciogliendone le lingue.
È la capacità della nostra mente rischiarata e illuminata dal Fuoco a permetterci di vedere e sentire le relazioni e le connessioni che la percezione ordinaria non ci permette: in altre parole, di vedere e sentire la Poesia e la Bellezza intorno a noi, grazie al Fuoco trasformatore.

Il nostro Cuore, Imperatore del Corpo fisico-energetico per la Medicina Cinese, così come per l’Osteopatia e tutte le Medicine tradizionali del mondo, è il testimone delle nostre energie e del loro stato: quante e quali scorrono in noi in modo incontrollato e violento, e quante e quali sono invece ben modulate e incanalate?

Proviamo a metterci in ascolto del Cuore due volte al giorno, al mattino e a sera, per una settimana: quante volte, ponendo una mano sul nostro petto, lo sentiamo agitato, e quante volte in perfetta calma?
Quali emozioni ci comunica il suo continuo movimento, la sua danza ritmata nel centro del nostro corpo?
Quali ispirazioni ci comunica, illuminando la via da percorrere con gioia e coraggio?