Osservare la Trama

Se avete mai cercato di raccontare una storia (quella del film appena visto, ad esempio) o un aneddoto ad un’altra persona, e di certo l’avete fatto, sapete che istintivamente l’essere umano tende ad organizzare la propria narrazione attorno ad alcuni elementi più importanti, molto spesso ma non necessariamente disposti in ordine cronologico: tutto questo, utilizzando una parola molto interessante, viene definito trama.
La parola è in qualche modo polisemica, ovvero definisce diversi contesti: può essere utilizzata per descrivere i contenuti salienti di una storia, o la struttura di un tessuto, o ancora di una serie di pensieri. In ogni caso, con essa si definisce la struttura interna ad una rete di relazioni sviluppata nel tempo e/o nello spazio.

Forse non ci pensiamo troppo spesso, ma è molto interessante che in anatomia e in istologia, per descrivere l’organizzazione delle cellule in insiemi organizzati si usi il termine tessuto: gli apparati e i sistemi di cui si compone un corpo animale o vegetale, infatti, sono composti da diversi tessuti, ovvero organizzazioni di cellule simili operanti per uno scopo comune. Nel corpo umano si riconoscono quattro macrogruppi di tessuti: epiteliali (l’epidermide, gli alveoli polmonari, le mucose del tratto gastrointestinale, ecc.), connettivi (ossa, cartilagini, tendini, legamenti, t. adiposo, sangue, linfa), muscolari e nervosi.
Diversi tessuti possono unirsi a formare organi: il cuore, ad esempio, è composto da tessuto muscolare striato, da membrane connettive, da un epitelio che riveste le camere interne, e da un sistema nervoso piuttosto complesso e largamente autonomo.
Ogni tessuto, però, mantiene caratteristiche proprie di trama, densità, consistenza e palpabilità (nei limiti del possibile, ovviamente): un muscolo teso (ovvero in cui la componente connettivale abbia diminuito la sua elasticità) ha una diversa qualità tattile rispetto ad uno contratto (ovvero in cui la componente muscolare abbia aumentato la sua attività… ricordate i ponti actina-miosina?). Così un fegato, o un rene, o una membrana di rivestimento. Una mano allenata può percepire (o auto-percepire) i cambiamenti nella trama tissutale e nella consistenza, densità e disposizione del tessuto, fino a riconoscere l’impronta di un evento traumatico (un po’ come quando cerchiamo le chiavi in una borsa senza guardare, e le riconosciamo al tatto): è in questo modo che il nostro corpo immagazzina, riconosce e rielabora attraverso i l’attività sensoriale ciò che vi si imprime.
In qualche modo, tramite i nostri sensi, possiamo rileggere la storia del nostro corpo (o di quello di un altro, se ne siamo capaci) dalla trama che esso svela nella sua organizzazione: chi di noi non ha mai riconosciuto la stanchezza di un amico dalla sua espressione, o il ritorno di un vecchio ricordo gioioso nel suo sorriso, nel suo respiro e nella sua voce, o ancora sentito attraverso il tono della sua muscolatura qualche preoccupazione o grande gioia?
Nonostante questa capacità si possa affinare, è qualcosa che tutti noi possediamo per natura.

La prossima volta che incontrate un amico, provate a “leggere”: riuscite a indovinare come si sente, dalla trama che rivela il suo corpo?

Da un punto di vista narratologico, la parola trama identifica in modo ambiguo due distinte caratteristiche di una storia: l’intreccio, che gli anglosassoni chiamano plot (piano), ovvero la sequenza narrativa, non necessariamente cronologica, degli elementi della storia, e la fabula, parola latina da cui è arrivato il termine italiano favola, che indica l’ordine cronologico dei fatti, indipendente dalla presentazione del narratore.
Si potrebbe dire che la maggior rappresentazione di una delle due, anche se fondamentalmente indistricabili, delinei il carattere del narratore, o le sue esigenze: fare maggior affidamento sull’intreccio richiede attenzione per le relazioni tra eventi e personaggi, mentre seguire la più descrittiva fabula ci permette di ordinare in sequenza gli eventi e di analizzarli in modo più lineare.

La prossima volta che racconterete una storia, o seguirete la trama dei vostri pensieri, fateci caso: a quale dei due elementi fate più affidamento? Siete più affini all’uso dell’analessi (flashback) e della prolessi (flashforward), e alle libere associazioni, o alla disposizione rigorosa degli eventi?
Cosa succederebbe se vi esercitaste a cambiare prospettiva, e a dare più spazio a quella che istintivamente sfavorite?

Usiamo da sempre parole relative all’area tessile per descrivere la disposizione degli eventi in una progressione analitica o relazionale: parliamo di trama, di intreccio, di rete, di fil rouge e di filo conduttore, di nodi, di disegno, eccetera. Non a caso, le principali rappresentazioni mitologiche del destino e della conoscenza condividono queste caratteristiche: esemplari sono le Moire greche, le Parche romane, le Norne norrene, tutti gruppi di tre donne, a volte anziane, a volte di differenti età, che intessono la trama dell’Universo con singoli fili, ognuno corrispondente a una singola vita.
Delle tre dee greco-romane, Cloto-Nona è colei che fila, e stabilisce la torsione del filo, ovvero le inclinazioni e le caratteristiche strutturali dell’essere che nascerà (curiosamente, il suo nome riecheggia nel termine anglosassone cloth, tessuto), e spesso è dipinta come fanciulla; Lachesi-Decima, colei che misura e dispone, decide la lunghezza del filo e lo tesse nel grande arazzo, ed è associata a una donna matura; Atropo-Mortua, colei che finisce, è quella che decide il modo e il tempo della fine, e taglia il filo al momento opportuno (dal suo nome vengono il nome botanico della Belladonna, atropa belladonna, e la molecola atropina estratta dalla stessa pianta), ed è la più anziana delle tre.
In modo simile, le Norne, che filano, tessono e tagliano i fili ai bordi del Pozzo del Fato, alle radici dell’Albero del Mondo Yggdrasill, sono collegate a un ordine temporale: i loro nomi Urðr, Verðandi e Skuld significano rispettivamente ciò che è stato (il passato), ciò che accade (il presente), e ciò che sarà (il futuro).
Allo stesso modo, altre figure mitologiche ci ricordano il carattere tessile delle storie e del destino. Arianrhod, dea gallese, è collegata, oltre alla Luna e alle Stelle di cui è signora, al telaio con cui tesse la trama del Fato e alla Tela del ragno, associazione che si trova anche in un personaggio minoico probabilmente associato a una dea antica: Arianna-Ariadne (curiosamente, i due nomi sono molto simili), che nel mito del Minotauro agisce proprio come un ragno che con il suo filo salva Teseo dal Labirinto. L’associazione con il Ragno come Tessitore e quindi simbolo del destino è presente anche nella mitologia degli Ashanti del Ghana (e nelle sue modifiche afro-cubane), dove il dio-ragno Anansi, abile narratore (e mentitore!) tesse le sue storie come la bava della sua tela.

Queste figure ci parlano da secoli della capacità umana di riconoscere il filo che corre nell’intreccio di una tela che a volte confonde per la sua complessità, ma che è sempre recuperabile con attenzione e il giusto sguardo. A volte, siamo troppo immersi nell’analisi cronologica degli eventi per vedere un dettaglio che ci ha fatto perdere il giro (chi lavora all’uncinetto sa di cosa parliamo!); altre volte, siamo talmente immersi nell’intreccio da non renderci conto che abbiamo bisogno di mettere in fila i pensieri, le emozioni o le sensazioni…
È sempre tramite il corpo e la sua memoria, che possiamo recuperare l’andamento del filo rosso che unisce gli eventi della nostra fabula, costruendo un intreccio che è del tutto personale, unico e irripetibile: la trama della nostra esistenza fisica, emotiva, mentale guidata dallo spirito che tiene sempre d’occhio il nostro filo, anche quando noi lo perdiamo di vista.
A volte, basta solo guardare dall’altra parte dell’arazzo, cambiando prospettiva, e il filo riappare nella sua magnifica, unica sfumatura.

Radicarsi per essere Liberi

Il termine “radicamento” è molto spesso usato in italiano per tradurre il più ampio termine anglosassone “grounding”, rendendone il significato legato alla capacità di aderire e di aggrapparsi al suolo, sia fisicamente che simbolicamente. Questa capacità, che negli alberi è appunto collegata alle radici, negli animali e di conseguenza nell’essere umano si esprime in una diversa relazione con il piano d’appoggio: mentre l’albero penetra nel suolo e vi si ancora, il nostro corpo aderisce e al tempo stesso reagisce ad esso, principalmente attraverso i piedi. Per questo, alcuni traducono il termine “grounding” con “atterramento”; sebbene sia forse meno elegante, può darci una diversa visione e un diverso risvolto pratico.

Attraverso il grounding, mettendoci in comunicazione con il nostro centro di gravità (che è situato tra il pube e l’ombelico, all’interno dell’addome), attiviamo una percezione di stabilità ed equilibrio per un’infinita possibilità dinamica, sentendoci sostenuti e non vincolati al terreno. Ogni volta che scegliamo di eseguire un movimento, che sia veloce ed automatico o studiato e cosciente, dobbiamo essere radicati: un movimento efficace parte dal centro, dal nostro interno per raggiungere la periferia e l’esterno.

I modi per sperimentare questa capacità sono moltissimi. In definitiva, tutti quelli che ci permettono di sentire il nostro centro.

Tra questi, è molto utile esercitarsi a sentire il peso.
Posizionandoci in piedi, giocando con l’appoggio dei nostri piedi, possiamo percepire la forza di gravità che ci attira al suolo attraversando tutto il corpo, ogni parte del quale reagisce in un gioco di equilibrio dinamico. Anche da seduti, o da sdraiati, possiamo porre l’attenzione su come e quanto riusciamo a lasciare il nostro peso verso terra, e percepire il sostegno uguale e contrario che essa ci restituisce. Anche se non è necessario muoversi per allenarsi in questa pratica, sperimentare diverse sensazioni di tensione e di peso aiuta moltissimo a percepire il gioco gravitario.

Anche la consapevolezza del respiro è un utile strumento di radicamento.
Connettendoci al respiro, lasciamo che l’inspirazione e l’espirazione raggiungano uno stato di equilibrio senza lasciare pause: arrivati a un buon equilibrio, possiamo scendere in profondità con l’attenzione, seguendo la via verticale che ci percorre dalla testa ai piedi, l’asse cielo-terra che ricorda il tronco dell’albero, fino a toccare nell’addome un punto di equilibrio tra la parte superiore e quella inferiore del corpo. Da qui, possiamo esplorare la dinamica del respiro che si sviluppa nella dimensione orizzontale, contattando la sensazione di espansione e di retrazione antero-posteriore e laterale, all’intersezione tra il piano frontale e quello trasversale.

In terza e ultima battuta, possiamo rendere ancora più viva la sensazione del radicamento e del centro quando il respiro si fa vibrazione e suono: la vocalizzazione, naturale conseguenza della respirazione, è da sempre strumento di esplorazione e di centratura dentro di sé. Molto utile a questo scopo è la vocalizzazione della lettera “M”, detta “humming”, che garantisce la massima percezione interna del suono: le labbra sono infatti chiuse, e l’aria che esce dal naso disperde la minima quantità di vibrazione, massaggiando dall’interno tutto il nostro corpo, dalle cavità fino alle ossa, e distendendo anche le tensioni più profonde.

Pochi minuti al giorno di queste pratiche, eseguite in successione o singolarmente, secondo il bisogno, garantiscono non solo un grande senso di presenza corporea, ma anche un profondo senso di benessere e di vitalità. Il corpo ne risulterà rinvigorito e alleggerito al tempo stesso, e con lui si appianeranno gli stati emotivi più turbolenti. Anche la mente, concentrandosi sul processo dell’esercizio e sui suoi effetti, smetterà di inseguire febbrilmente i pensieri, accorgendosi di poter fare una pausa ristoratrice.

Radicati al nostro centro, fisico, emotivo e mentale, possiamo procedere liberamente nel mondo, godendoci il cammino, sapendo di essere sempre a casa dentro noi stessi.

L’importanza del contatto affettivo

Il contatto, ignorato e trascurato in questi giorni più che mai, è un atto
fondamentale per la soddisfazione dei bisogni, specialmente nei
mammiferi sociali come l’uomo. In ogni momento, di ogni giorno, il
nostro vissuto è scandito da quanto e come tocchiamo, e quanto e
come siamo toccati.

Lo sviluppo embriologico dell’essere umano ci insegna come lo stesso
tessuto primigenio, l’ectoderma, genera nell’evoluzione sia il tessuto
nervoso, sia la pelle e i suoi annessi, e come essi rimangano
intimamente legati nei processi di riconoscimento e mappatura statica e
dinamica di ciò che sta all’interno (intero/endocezione) e di ciò che sta
all’esterno (propriocezione e apticità) di noi.

La consapevolezza del tocco restituisce senso al rapporto con il mondo,
sia che si tratti dei propri simili, sia di oggetti.
E’ noto come il bambino che non venga stimolato da appropriate
modalità e qualità tattili (ricordiamo, come i bambini insegnano, le grandi qualità tattili della lingua e della bocca!) possa sviluppare ritardi psicomotori decisivi per la futura qualità della vita.
Ma questa funzione, fisiologica come affettivo-emozionale e mentale,
non termina con l’età neonatale o con l’infanzia: rimane fondamentale in
tutto il corso della vita
.

La capacità di riconoscersi come singoli, e di riconoscersi in relazione ai
propri simili e, in definitiva, al mondo, passa costantemente attraverso il
con-tatto.
Ci siamo stupiti, oggi, di come cercando “contatto” su un noto sito di
immagini, ci siamo ritrovati di fronte a una lunga serie di indici puntati,
tablet, telefoni, computer
.
E’ indubbio che il tatto sia affine all’udito, suo parente stretto, e in
qualche modo alla vista, ma tentare di renderlo sostituibile è
probabilmente uno degli errori più importanti che stiamo facendo.

Quanto manca il contatto in questo periodo storico?
Quanto lo abbiamo sostituito con altre forme di comunicazione?
Quanto contatto abbiamo da recuperare?

“Se ognuno di noi venisse abbracciato e accarezzato anche solo una volta al giorno da quando viene al mondo fino alla fine della sua vita, credeteci: non ci sarebbero più guerre!”

[J. Plungger, T. Poppe]


Riferimenti

Cascio et al. – Social touch and human development
Bales et al. – Social touch during development: Long-term effects on
brain and behavior.
Boudreault, Ntetu – Affective touch and self esteem in the elderly
Saal, Wang, Bensmaia – Importance of spike timing in touch: an analogy
with hearing?
Blechschmidt E. – Come inizia la vita umana dall’uovo all’embrione
Jean Piaget – La Psicologia del Bambino
Maria Montessori – La Mente del Bambino