Essere nel corpo, non del corpo

Di Luca Cascone

Ci sono molti modi per avere a che fare con il corpo umano, e molti di questi modi nel nostro mondo lo osservano come una sorta di alieno, o di macchina eccezionalmente complicata, da scoprire, smontare, oliare ed aggiustare.
Questo approccio, che è proprio della nostra società in modo quasi maniacale, arriva ad essere confuso con una buona conoscenza della macchina, o ancora di più con una sorta di riverenza verso di essa.
In realtà, non c’è niente di più lontano dalla verità.

In una realtà sociale e storica come quella in cui viviamo, dominata dal pensiero occidentale “traviato”, il corpo è il corrispettivo biologico dell’automobile o dell’ascensore: un mezzo con cui spostarsi. Certo, un mezzo da conoscere estesamente, a cui fare una manutenzione a volte quasi eccessiva nella sua meticolosità, ma niente di più, niente di più vicino a un’osservazione davvero partecipata, vicina, attenta, e in definitiva realmente umana.

Il corpo, oggi, è un oggetto a cui ci si riferisce di volta in volta secondo modelli e linguaggi di tipo estetico (bello e brutto), erotico (attraente o non attraente), medico-sanitario (sano o ammalato), performativo (sportivo o sedentario), eccetera. Raramente, però, usciamo dai linguaggi che usiamo per descrivere il corpo, o descriverne quelle parti che in quel momento sono funzionale all’incasellamento analitico che stiamo portando avanti, o che la società sta portando avanti su di noi.


Quando ci fermiamo ad osservare il corpo così com’è?

La massima che dà il titolo a questo articolo è presente in diverse tradizioni sapienziali, sotto la forma di un apparente distacco dalla corporeità per cercare la libertà della mente e dello spirito.
In realtà, se guardiamo in profondità questo concetto, ci accorgiamo che è proprio il contrario: attraverso il riconoscimento, da parte della coscienza, del non essere solo un corpo, ci è data la possibilità di osservarlo senza renderlo necessariamente uno strumento funzionale all’obiettivo del momento. Ci è data la possibilità di vivere il corpo in modo indipendente e autonomo da ciò che pensiamo su di esso o da ciò che vogliamo fare di esso, ma quasi nessuno approfitta di questa straordinaria abilità e possibilità.

Quando starnutiamo, ci fermiamo ad osservare il processo con cui il corpo cerca di eliminare gli agenti patogeni, meravigliandoci delle strategie millenarie che ha elaborato, o pensiamo subito di essere ammalati?
Quando camminiamo, ci fermiamo ad osservare la complessa e affascinante serie di coordinamenti necessari a realizzare ogni singolo passo, godendo della precisione di lavoro del nostro sistema nervoso e del nostro sistema muscoloscheletrico, o usiamo tutto questo solo per raggiungere la meta che abbiamo fissato in quel momento?
Quando ascoltiamo qualcuno che parla, sappiamo riservare una parte della nostra attenzione all’incredibile atto della comunicazione, e agli effetti e reazioni che il discorso del nostro interlocutore causa su di noi, o siamo interamente proiettati verso la risposta che già stiamo costruendo nella mente, per portarci avanti senza nemmeno aver finito?


Per la maggior parte del tempo, sfruttiamo il corpo senza mai osservarlo davvero.

Di solito, cominciamo a mettere l’attenzione su questa delicata e sovrumana capacità solo quando qualcosa non va: se ad esempio ci ammaliamo, anche in modo lieve, improvvisamente il corpo acquista una centralità quasi ossessiva, che spinge molti di noi a cercare l’esatta definizione della propria condizione o patologia, senza mai fermarsi ad osservare cosa sta succedendo.
Il corpo ha una capacità comunicativa incredibile, e nulla di ciò che fa è mai casuale, al contrario di ciò che vorrebbero credere alcuni: ogni azione mediata dal sistema nervoso e incarnata nei tessuti del corpo ha un significato e una finalità di tipo comunicativo, e in definitiva espressivo e relazionale.
Purtroppo, questi messaggi che il corpo invia non possono essere colti, se siamo troppo occupati a gestirlo con altri linguaggi e altri obiettivi: dobbiamo dare spazio alla sensorialità, se vogliamo accedere a questo livello di dialogo.

È una cosa che vedo praticamente ogni volta che qualcuno si rivolge a me: tutti parlano del proprio corpo, ma quasi nessuno lo vive.
Lavorando in un contesto terapeutico, mi trovo spessissimo a dialogare prima di tutto sul senso (e non sul significato!) che il dolore, la difficoltà o la patologia assumono per la persona, e di solito scopro che è un terreno che nessuno ha ancora battuto.
È come se, chiedendoci costantemente il perché delle cose, perdessimo lungo la strada il come, e il come stiamo mentre accadono.

Una lezione inestimabile delle Medicine Tradizionali e dei sistemi di cura che si muovono da esse è proprio quella di rimettere al centro l’esperienza della persona prima ancora del dare un nome alla malattia, o di trovare il modo di guarirla. Dare una storia agli eventi non è un esercizio intellettuale, ma una profonda necessità che l’umano sembra dimenticare.


Non si può guarire davvero se prima non ci si ferma ad osservare il processo di malattia, perché è in esso che possiamo trovare la soluzione ai nostri problemi.

Non esiste pillola magica o soluzione miracolosa ai problemi fuori dai problemi stessi, anche se cerchiamo in tutti i modi, ogni volta, di aggrapparci a questa possibilità. Come dice un celebre aforisma zen: la via per uscire (dai problemi) è dentro (“the way out is in”).
Fermiamoci ad osservare il nostro corpo, e lui risponderà con l’unico linguaggio che conosce: quello dei sensi, e della verità.
Anche se quella verità sarà scomoda per la nostra mente, il nostro corpo saprà sempre cosa è meglio per noi, perché per nostra fortuna è un veicolo, ma molto più intelligente di qualsiasi macchina che noi potremo mai sperare di immaginare e costruire.

Fidiamoci del corpo, e lui saprà sempre indicarci la via giusta.

La legge dell’analogia

Di Nicoletta Giancola

L’articolo di oggi ci porta a mettere in pratica letteralmente il significato del nome assegnato a questa rubrica: risvegliare l’esploratore.

Chi è l’esploratore? È quella parte che, quando eravamo bambini, ha iniziato a chiedersi il “perché” delle cose. È ognuno di noi.
Perché è necessario che si risvegli? Perché nell’uomo è insita la ricerca, la voglia di scoprire e di capire, ma quella fiamma spesso si affievolisce a tal punto che smettiamo di porci domande e di ricercare, sia attraverso la conoscenza intellettuale che esperienziale.

Tornare a vedere con gli occhi di un bambino” (cit.) è ricontattare quella purezza che permette di vedere le cose per come sono e accadono, e meravigliarsi di come possano farlo.
Mentre ero in viaggio verso una formazione, ieri mi è successo di incontrare una serie di rallentamenti in autostrada, che mi hanno permesso di notare con più precisione dove mi trovassi e cosa stessi facendo, allontanandomi dal semplice pensiero di percorrere una strada per arrivare a destinazione. Questo stato di maggiore quiete, a sua volta, ha fatto sì che osservassi i lavoratori in strada, ed in quel momento è sorta una domanda. Perché erano lì? Cosa stavano facendo? In realtà, era piuttosto ovvio, ma mentre mi incanalavo in un ulteriore restringimento di corsia, corrispondente ad un ulteriore rallentamento anche interno, è arrivata un’altra domanda: che analogia hanno gli operatori al lavoro in strada con il nostro corpo? 

Lo so, può sembrare un po’ strana come domanda, ma tutti gli eventi e tutto il mondo possono essere l’analogia di qualcos’altro, e a me piace provare ad intuire cosa sia.
La legge dell’analogia, una delle leggi universali che regolano il cosmo, si trova riportata sulle Tavole Smeraldine, il compendio di sapienza attribuito ad Ermete Trismegisto, e in breve viene descritta con le parole:

Come sopra – così sotto, come sotto – così sopra. Come dentro – così fuori, come fuori – così dentro. Come nel grande – così nel piccolo”.

In pratica, ciò che avviene dentro di noi influenza la realtà fuori di noi, e viceversa. Per capire il fuori dobbiamo vedere dentro, per capire il dentro dobbiamo vedere fuori.

E così, pensando che le grosse strade di collegamento vengono chiamate per analogia anche arterie, mi sono chiesta cosa potessero rappresentare i rallentamenti e i lavoratori.
Mi sono accorta che l’esempio più simile che sorgeva nella mia consapevolezza era quello del corpo, che rallenta il flusso sanguigno in una zona da riparare in modo da poter permeare il distretto e rilasciare gli elementi adatti alla riparazione tissutale, mentre altri elementi corpuscolari (per analogia, le automobili) continuano a scorrere all’interno dei fluidi nei vasi sanguigni (la strada), e laddove ci sia necessità di un intervento specializzato si fermano e si inseriscono nel processo di riparazione, come un mezzo di servizio. 
Questo è solo un semplice esempio di analogia. Di tanti altri avete sentito parlare molto spesso: è il caso dell’analogia tra forma di un cibo e forma dell’organo corrispondente, e anche di quella tra la forma dell’albero – che lavora con la produzione/scambio di ossigeno e anidride carbonica – e la forma dei polmoni – che producono/scambiano esattamente al contrario.

Quello che vi suggeriamo è di provare a farvi domande e di ritornare a giocare al gioco dei perché come fanno i bambini.
I loro perché, spesso surrealisti ma sempre dotati di un proprio senso, ci colgono il più delle volte impreparati. Quante volte ci capita di rispondere senza nemmeno pensare alla domanda? O rispondere con una frase fatta? O ignorarli nel modo più assoluto (magari distogliendoli dalla domanda)? 
Imparare a domandarci il perché delle cose ci aiuta a superare gli stereotipi e imparare a vedere il complesso dietro la banalità, ci porta a riflettere su di noi, sulla nostra vita e sulla natura dell’universo e per quanto possa apparire ai più una perdita di tempo, in realtà aiuta a riconnettersi alla parte più profonda di noi.

La metafora dell’Arpista sul cammino della salute.

di Luca Cascone

Sebbene l’arpa sia diffusa in tutto il mondo con diverse varianti, e detenga il primato di anzianità tra gli strumenti a corde, ha un’importanza insuperata in quell’area geografica denominata “celtica” (sintetizzando, tutto il nord-ovest Europeo, continentale ed insulare), specialmente in Irlanda, dove sopravvive ancora oggi una cultura fortemente radicata di questo strumento come identitario di un popolo e del suo patrimonio musicale e folklorico, tanto da farne l’emblema nazionale.
Non mi addentrerò qui nella complessa e affascinante storia di questo legame etnomusicologico e antropologico, ma prenderò in prestito due delle sue emanazioni per legarle al concetto di Salute.

L’arpa porta con sé un’interessante metafora, tramandata dall’antica scuola sapienziale dei Druidi e dei Bardi: ognuna delle sue parti strutturali ha una corrispondenza con il nostro sistema-corpo. La mensola, la parte superiore, a cui si fissano le corde e da cui si possono allentare e tendere, corrisponde alla mente, che può regolare o influenzare i processi del nostro sistema in modo da renderli più o meno intensi. La colonna, che regge e connette la mensola e la cassa, garantisce la trasmissione della tensione e della vibrazione, ed è equiparabile alla nostra dimensione emotiva. In altri esempi – che personalmente preferisco – è la tavola armonica, a cui si agganciano inferiormente le corde e che ne struttura il timbro di base, ad essere presa ad esempio per l’analogia con le emozioni. La cassa, infine, amplifica e modula il suono, sostenendo il resto dello strumento, esattamente come fa il corpo fisico con i nostri vissuti mentali ed emozionali.
Ognuna delle parti, va da sé, deve essere il più possibile solida e in stretta connessione con le altre perché lo strumento funzioni: è questo il primo principio della Salute come processo integrato non solo tra i diversi sistemi biologici, ma anche tra le diverse dimensioni del nostro vissuto, personale e sociale.

In Irlanda esiste un detto, passato oralmente di maestro in allievo, come vuole la tradizione, per generazioni che si perdono nella storia: “Un arpista passa metà della sua vita ad accordare, e l’altra metà della vita a suonare uno strumento scordato”.
Da arpista, vi posso garantire che è una legge universale: un refolo d’aria, una variazione d’umidità improvvisa, un pensiero passato di traverso tra voi e gli ascoltatori, e scordatevi (appunto) un’accordatura decente.
Al di là dei sorrisi (molti) del pubblico e (pochi) miei quando racconto questa storia, vi invito a riflettere sul fatto che la nostra salute funziona esattamente secondo lo stesso principio.
Siamo infatti costantemente immersi in un processo che vede oscillare il nostro sistema corpo-mente-emozioni tra due tensioni opposte: quella all’aggregazione e alla stabilità strutturale e quella al disordine, alla disgregazione e all’instabilità. In due parole, all’Ordine e al Caos, all’Accordatura e alla Scordatura.
Viviamo spesso l’impressione erronea che la prima corrisponda alla salute/benessere/integrità, e la seconda alla malattia/disagio/disabilità: entrambe non sono situazioni statiche, ma processi dinamici e complessi che si intercorrelano. L’oscillazione tra Ordine/Accordatura e Disordine/Scordatura è necessaria al bilanciamento costante delle informazioni che il sistema riceve ed emette, e alle sue capacità di far fronte agli stimoli. In gergo scientifico, questo processo si chiama equilibrio allostatico, ed è il fondamento della salute: avere sufficienti riferimenti, conoscenze e riserve di energia per adattarsi ai cambiamenti esterni ed interni, senza che, prevalendo sul proprio contrario, l’ordine diventi congelamento e staticità, e il disordine diventi disgregazione e distruzione.
Questo vale ad ogni livello, dall’organismo umano a quello sociale, planetario e cosmico (non è la gravità a mantenere in relazione due stelle, mentre la distanza impedisce loro di collassare l’una sull’altra?).


È a questo punto che dobbiamo far entrare in gioco i tre elementi che danno ragione dell’esistenza dell’arpa – e anche del corpo umano: le corde, il suono e il suonatore.

Partiamo dalle corde: sono la voce stessa dello strumento, che se ben costruito e mantenuto può sopportarne l’immensa forza tensiva (a seconda delle corde e del tipo di strumento, la cordiera di un’arpa sviluppa una tensione tra i 400 e i 500 kg!) e garantirne la purezza di suono. Perfetta combinazione delle tre componenti descritte prima, le corde sono il vero cuore dello strumento, così come il cuore dell’uomo si esprime puramente solo se corpo, mente ed emozioni sono in armonia tra loro.

Il suono corrisponde alla voce dell’essere umano, talmente caratteristica e fondamentale da essere un fattore identitario: alcuni studi definiscono la voce umana come “volto sonoro”. Non a caso, a meno di impedimenti, nella nostra cultura sono la Voce e la Parola a veicolare pienamente chi siamo, ed è il Logos/Verbo il principio determinante della realtà.

Infine, giungiamo all’Arpista, senza il quale le corde non produrrebbero suono, e nemmeno lo strumento potrebbe essere accordato e tenuto in buono stato: la nostra Anima, allo stesso modo, infonde vita, calore e direzione alla nostra macchina corporea, insieme a tutti i suoi Alleati e alle Forze che la sostengono.

Lo dimentichiamo molto spesso, ma la nostra personalità e i nostri corpi devono accordarsi per mettersi al servizio dell’Arpista, e solo così il canto che produrranno sarà davvero puro e degno di essere cantato ed ascoltato.
Il nostro compito è continuare ad accordarci per essere strumenti in mani più capaci delle nostre. Solo così potremo aspirare alla vera e profonda Salute globale.

Holistic Experience 2022

Continua la collaborazione con Fondazione Oasi con un evento che si estenderà per tutta l’estate del 2022: ogni mercoledì alle 19 apriremo i cancelli a chiunque vorrà raggiungerci per un’esperienza all’insegna del benessere, della comunità e della bellezza.
Sette laboratori continuativi e workshop esperienziali apriranno la serata tra yoga, pratiche sonore, consapevolezza corporea e meditazione.
La serata continuerà alle 21 con un aperitivo sulla terrazza panoramica, accompagnato da concerti, conferenze e cinema.

Il nostro impegno, insieme a Fondazione Oasi, è quello di fornire a tutti un servizio di qualità, con professionisti selezionati e capaci, in grado di guidarvi in esperienze di grande impatto sulla salute personale, sociale e ambientale: Holistic Experience è un evento unico nel suo genere nel nostro territorio e in tutta Italia.

Dalle 19.30 di ogni mercoledì sera fino al 21 settembre, saremo presenti con due laboratori esperienziali.
Qui sotto e sulle pagine di Fondazione trovate tutte le informazioni essenziali.
Vi aspettiamo per i laboratori e per passare una piacevole serata insieme, ammirando il tramonto dal magnifico panorama del Parco.


A Corpo Libero con Nicoletta (6 luglio – 21 settembre)

A partire dall’esplorazione sensoriale di un’area corporea, i partecipanti vengono condotti alla sua integrazione nel sistema dinamico dell’intero corpo, e nelle relazioni che esso intreccia con gli altri e l’ambiente. L’attività, accompagnata dalla musica, permette un’immersione profonda e sicura, per promuovere libertà di movimento e di espressione.
A chi si rivolge: a tutti, non è necessario essere allenati poichè l’attenzione sarà alle possibilità ed alle qualità di movimento e percezione disponibili nell’adesso, per giungere ad una nuova consapevolezza e sensibilità dei corpi che abitiamo.
Occorrente: abbigliamento comodo, acqua, tappetino o telo


InCanto con Luca (13 luglio – 21 settembre)

Laboratorio di sperimentazione vocale e benessere sonoro.
13 luglio – “Suoni Primi”: iniziamo il percorso esplorando la nostra voce come farebbe un bambino, nel gioco e nella semplicità dell’esperienza, a contatto con l’ambiente naturale, con il corpo e con il Cerchio.

A chi si rivolge: a tutti coloro che sono interessati a scoprire il potere e le capacità della propria voce. Non è necessaria una pregressa esperienza vocale, solo voglia di sperimentarsi.
Occorrente: abbigliamento comodo, acqua, tappetino o telo, cuscino se preferito.

A Corpo Libero: “I Piedi, il contatto con la Terra”

di Nicoletta Giancola

Il laboratorio di movimento chiamato “A Corpo Libero” nasce dall’idea di proporre un vero e proprio momento di movimento consapevole.

Quando si fa attività di movimento accade spesso che ci si ritrova a rincorrere i movimenti proposti senza aver tempo di ascoltare il corpo, e pretendendo che esso ci segui nella nostra idea di come vorremmo si muovesse. Se questa situazione è accompagnata da musica ad alto volume questa non ci permette di entrare dentro l’esperienza che alla fine risulterà più performativa e di scarico che di ascolto e cura.

Con le attività proposte all’interno di questo laboratorio, che seguono temi legati alle parti corporee o alla sua fisiologia, si vuole portare il partecipante a sperimentare un nuovo modo di fare movimento: quello di essere consapevoli sia nel farlo sia in ciò che il corpo vive e può fare durante. Vengono riconosciute così le connessioni che una parte del corpo ha con tutto il resto per giungere ad una sensazione di appagamento e integrità che, una volta sperimentata, sarà possibile portarla con sé nella vita quotidiana, perché avremo con noi il senso del come e non del cosa muovere.

Questa sera, in occasione del Solstizio d’estate, andremo a sperimentare la connessione che i piedi hanno con la terra. Essi ci fanno da base per poter percepire la gravità e la “messa a terra”, la stessa degli impianti elettrici.

I piedi sono infatti collegati al primo chakra, il chakra della base o della radice. Attraverso questo centro energetico sentiamo il corpo nella sua parte più fisica e lavorare sulla connessione attraverso i piedi ci riconsegna la possibilità di sentirci più ancorati alla terra e quindi ci sentiamo più dentro il nostro corpo, letteralmente più incarnati. 

Il risultato di questo? 

Una rinnovata capacità di sentire e sentirci e così la possibilità di ricollegarci a ciò che la nostra anima attraverso il suo veicolo, la macchina biologica, vuole comunicarci.

Un corpo libero di sentire è un corpo nuovo a cui non siamo più abituati e spesso può farci sentire cose che non ci piacciono o ci fanno stare male, ma è la via che l’anima ha per farsi ascoltare.

Il nostro compito è quello di condurvi alla comprensione dei suoi messaggi dopo avergli restituito la libertà di espressione e di movimento.

Che l’energia del sole possa sostenervi in questa scoperta.

Buon Solstizio a tutti e a stasera!

Ciò che possiamo essere al nostro meglio

di Luca Cascone

Il 17 febbraio è una data da ricordare per molti motivi: nel 1652 muore Gregorio Allegri, ed esattamente un anno dopo nasce Arcangelo Corelli, nel 1867 viene per la prima volta attraversato il canale di Suez, nel 1929 nasce Alejandro Jodorowsky, nel 1980 viene proiettato per la prima volta C’era una volta in America, nel 1990 viene istituita in Italia la festa del gatto, nel 1998 muore Marie-Louise Von-Franz, e tante altre amenità.
Per inciso, nel 1600 in Campo dei Fiori a Roma succede che un tale, di nome Giordano Bruno, nato Filippo, originario di Nola, filosofo, sapiente e frate domenicano, venga imbavagliato con una briglia di ferro affinché non possa parlare, e arso vivo sul rogo per il peccato di eresia.

È un racconto comune, quello di un mondo in cui i dissensi e le divergenze vengono risolti con la violenza. I libri di storia sono pieni di questi esempi, e le occasioni di dialogo sono ridottissime, come piccole candele in un mare di buio. Bruno divenne fisicamente, a dispetto dei suoi accusatori, una torcia accesa in nome della libertà di pensiero e della coerenza con il proprio sentire profondo: trovandosi davanti a chi non voleva ascoltarlo – più volte asserì che il suo pensiero non era in contrasto con la dottrina, ma era tanto radicale da minarne profondamente le basi, e la convinzione di coloro che lo processarono – preferì la morte atroce delle fiamme, più che smentire ciò che credeva e insegnava su Dio, sulla Natura e sulle qualità dell’anima.

Molte volte ci troviamo di fronte a piccole, ma identiche sfide: a volte siamo noi a rifiutare il dialogo, e a volte lo cerchiamo disperatamente, ma dall’altra parte abbiamo qualcuno che, semplicemente, nella maggior parte dei casi ha troppa paura per ascoltare. E dalla paura, si sa, non possono che nascere rabbia, frustrazione, violenza e negazione.
Da qualche giorno mi rimbalzano tra la mente e il cuore le parole di Jim Forest, scrittore e teologo cristiano, grande sostenitore dei movimenti pacifisti e amico di Thich Nhat Hanh, monaco buddhista vietnamita che accompagnò nei suoi discorsi ed eventi in America tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Della loro collaborazione si può leggere nel libro “Eyes of Compassion: Learning from Thich Nhat Hanh”, di cui riporto la traduzione di un passo.


Una sera, in una grande chiesa Protestante di St. Louis, dove Thich Nhat Hanh stava tenendo un discorso, un uomo si alzò nel momento riservato alle domande, e parlò con tagliente sarcasmo della “supposta compassione del Signor Hanh”. Chiese: “Se Le importa così tanto della sua gente, Signor Hanh, perché è qui? Se Le importa così tanto delle persone che vengono ferite, perché non passa il Suo tempo con loro?”
Quando l’uomo ebbe finito, guardai verso Thay, stupito. Che cosa poteva dire, e cosa avrebbe potuto dire chiunque? Lo spirito della guerra aveva improvvisamente invaso la chiesa. Si respirava a malapena.

Ci fu un lungo silenzio. Poi Thay cominciò a parlare, con calma, quiete, e con un senso di personale attenzione per l’uomo che lo aveva appena bombardato. Sembrò che le parole di Thay fossero acqua che piove sul fuoco. “Se vuole che un albero cresca”, disse, “non ha senso annaffiare le foglie. Dovrà annaffiare le radici. Molte delle radici della guerra nel mio Paese sono qui, nel Suo Paese. Per aiutare le persone che vengono bombardate, per tentare di proteggerle dalla sofferenza, è necessario venire qui”.
L’atmosfera nella stanza si era trasformata. Nella furia dell’uomo avevamo sperimentato la nostra stessa furia. Avevamo visto il mondo attraverso un campo minato. Nella risposta di Thay avevamo sperimentato un’opzione alternativa: la possibilità – portata a Cristiani da un Buddhista, e ad Americani da un “Nemico” – di oltrepassare l’odio con l’amore, di rompere l’apparente inesauribile catena di reazioni violente.

Ma dopo questa risposta, Thay sussurrò qualcosa al presentatore e uscì d’improvviso dalla stanza. Sentendo che qualcosa non andava, lo seguii fuori. Era una notte chiara e fresca. Thay stava in piedi nel vialetto di servizio, a fianco del parcheggio della chiesa. Stava lottando per respirare, come qualcuno che fosse stato sott’acqua e fosse appena riuscito a nuotare in superficie prima di affogare. Non lo avevo mai visto così. Impiegai molti minuti prima di osare chiedergli come stesse, o cosa gli fosse successo.
Mi spiegò che i commenti dell’uomo lo avevano terribilmente scosso, e che era stato tentato di rispondere con rabbia. Invece, si era imposto di respirare profondamente e molto lentamente, per trovare un modo di rispondere all’uomo con calma e comprensione. Ma il respiro era stato troppo lento e troppo profondo.

“Ma perché non arrabbiarsi?”, gli chiesi. “Anche i pacifisti hanno il diritto di arrabbiarsi”.

“Sì, se fosse stato solo per me”, disse Thay. “Ma sono qui per rappresentare i contadini del Vietnam. Ho il dovere di mostrare a coloro che sono venuti qui stasera ciò che possiamo essere al nostro meglio”.


Il messaggio è chiaro: la retorica della guerra non porta a nulla, se non ad altra guerra, violenza, e sofferenza. Succede più spesso di quanto pensiamo: ogni giorno la sento nella voce di chi mi parla del dolore, della sofferenza, o della malattia.
Il dolore va contenuto, eliminato, o spento. Forse ci si convive, ma quasi mai lo si accetta o comprende.
Della sofferenza si parla con rifiuto, negazione, allontanamento. È raro trovare qualcuno che la abbracci, o che cerchi di prendersene cura.
La malattia va sconfitta, contro di essa si vincono battaglie e guerre, è un nemico da abbattere. È ancora spesso utopico che la malattia ci racconti qualcosa di noi, o che sia una via per guarire.

In questi ultimi anni abbiamo tutti fatto esperienza, a volte inconsapevole, di questo linguaggio, e delle conseguenze degli stati mentali, emotivi e fisici che esso comporta. Si cerca sempre un nemico, qualcosa o qualcuno da sconfiggere, per evitare di prendersi cura dell’unica cosa che ci separa davvero dal mondo e dai nostri simili, e in definitiva da noi stessi: la sofferenza di non comprendere, di sentirsi diversi, a volte perfino di sentirsi in pericolo. Siamo perennemente immersi in uno stato di sopravvivenza che ci spinge a trovare colpevoli, ad attaccare, a difendere confini che sono solo immaginari, muri che ci battiamo con le unghie e con i denti per non abbassare.

Eppure abbiamo la chiave sempre a portata di mano: riconoscere le reazioni dentro di noi, sapercene distaccare e sceglierle in base al contesto, e saper scegliere sempre l’amore in azione nei nostri gesti, parole, e pensieri. Jim Forest e Thich Nhat Hanh, dopo aver dedicato la vita a questo messaggio, hanno lasciato il proprio corpo fisico a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, nel gennaio 2022, ma ci continuano a dare, forte e chiaro, un messaggio di grande speranza: è attraverso il riconoscimento dentro di noi della dinamica della guerra, e attraverso la sua pacificazione che possiamo davvero cambiare le cose. Nessuna guerra si vince all’esterno, se non nella pace che viene da dentro. Dal cuore di quella pace, che è amorevole cura e attenzione, comprensione, dialogo e ascolto reciproco, vero contatto, possiamo oltrepassare tutte le differenze che apparentemente ci dividono, senza negare le nostre posizioni, ma trovando ciò che ci accomuna e aiutandoci l’un l’altro a superare la sofferenza.

Altrimenti, sarà sempre e solo guerra, e non conosceremo mai ciò che possiamo essere al nostro meglio.

Osservare la Trama

“La vita è come una stoffa ricamata della quale ciascuno può osservare il diritto e il rovescio: quest’ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l’intreccio dei fili”.
(Arthur Schopenhauer)

Se avete mai cercato di raccontare una storia (quella del film appena visto, ad esempio) o un aneddoto ad un’altra persona, e di certo l’avete fatto, sapete che istintivamente l’essere umano tende ad organizzare la propria narrazione attorno ad alcuni elementi più importanti, molto spesso ma non necessariamente disposti in ordine cronologico: tutto questo, utilizzando una parola molto interessante, viene definito trama.
La parola è in qualche modo polisemica, ovvero definisce diversi contesti: può essere utilizzata per descrivere i contenuti salienti di una storia, o la struttura di un tessuto, o ancora di una serie di pensieri. In ogni caso, con essa si definisce la struttura interna ad una rete di relazioni sviluppata nel tempo e/o nello spazio.

Forse non ci pensiamo troppo spesso, ma è molto interessante che in anatomia e in istologia, per descrivere l’organizzazione delle cellule in insiemi organizzati si usi il termine tessuto: gli apparati e i sistemi di cui si compone un corpo animale o vegetale, infatti, sono composti da diversi tessuti, ovvero organizzazioni di cellule simili operanti per uno scopo comune. Nel corpo umano si riconoscono quattro macrogruppi di tessuti: epiteliali (l’epidermide, gli alveoli polmonari, le mucose del tratto gastrointestinale, ecc.), connettivi (ossa, cartilagini, tendini, legamenti, t. adiposo, sangue, linfa), muscolari e nervosi.
Diversi tessuti possono unirsi a formare organi: il cuore, ad esempio, è composto da tessuto muscolare striato, da membrane connettive, da un epitelio che riveste le camere interne, e da un sistema nervoso piuttosto complesso e largamente autonomo.
Ogni tessuto, però, mantiene caratteristiche proprie di trama, densità, consistenza e palpabilità (nei limiti del possibile, ovviamente): un muscolo teso (ovvero in cui la componente connettivale abbia diminuito la sua elasticità) ha una diversa qualità tattile rispetto ad uno contratto (ovvero in cui la componente muscolare abbia aumentato la sua attività… ricordate i ponti actina-miosina?). Così un fegato, o un rene, o una membrana di rivestimento. Una mano allenata può percepire (o auto-percepire) i cambiamenti nella trama tissutale e nella consistenza, densità e disposizione del tessuto, fino a riconoscere l’impronta di un evento traumatico (un po’ come quando cerchiamo le chiavi in una borsa senza guardare, e le riconosciamo al tatto): è in questo modo che il nostro corpo immagazzina, riconosce e rielabora attraverso i l’attività sensoriale ciò che vi si imprime.
In qualche modo, tramite i nostri sensi, possiamo rileggere la storia del nostro corpo (o di quello di un altro, se ne siamo capaci) dalla trama che esso svela nella sua organizzazione: chi di noi non ha mai riconosciuto la stanchezza di un amico dalla sua espressione, o il ritorno di un vecchio ricordo gioioso nel suo sorriso, nel suo respiro e nella sua voce, o ancora sentito attraverso il tono della sua muscolatura qualche preoccupazione o grande gioia?
Nonostante questa capacità si possa affinare, è qualcosa che tutti noi possediamo per natura.

La prossima volta che incontrate un amico, provate a “leggere”: riuscite a indovinare come si sente, dalla trama che rivela il suo corpo?

Da un punto di vista narratologico, la parola trama identifica in modo ambiguo due distinte caratteristiche di una storia: l’intreccio, che gli anglosassoni chiamano plot (piano), ovvero la sequenza narrativa, non necessariamente cronologica, degli elementi della storia, e la fabula, parola latina da cui è arrivato il termine italiano favola, che indica l’ordine cronologico dei fatti, indipendente dalla presentazione del narratore.
Si potrebbe dire che la maggior rappresentazione di una delle due, anche se fondamentalmente indistricabili, delinei il carattere del narratore, o le sue esigenze: fare maggior affidamento sull’intreccio richiede attenzione per le relazioni tra eventi e personaggi, mentre seguire la più descrittiva fabula ci permette di ordinare in sequenza gli eventi e di analizzarli in modo più lineare.

La prossima volta che racconterete una storia, o seguirete la trama dei vostri pensieri, fateci caso: a quale dei due elementi fate più affidamento? Siete più affini all’uso dell’analessi (flashback) e della prolessi (flashforward), e alle libere associazioni, o alla disposizione rigorosa degli eventi?
Cosa succederebbe se vi esercitaste a cambiare prospettiva, e a dare più spazio a quella che istintivamente sfavorite?

Usiamo da sempre parole relative all’area tessile per descrivere la disposizione degli eventi in una progressione analitica o relazionale: parliamo di trama, di intreccio, di rete, di fil rouge e di filo conduttore, di nodi, di disegno, eccetera. Non a caso, le principali rappresentazioni mitologiche del destino e della conoscenza condividono queste caratteristiche: esemplari sono le Moire greche, le Parche romane, le Norne norrene, tutti gruppi di tre donne, a volte anziane, a volte di differenti età, che intessono la trama dell’Universo con singoli fili, ognuno corrispondente a una singola vita.
Delle tre dee greco-romane, Cloto-Nona è colei che fila, e stabilisce la torsione del filo, ovvero le inclinazioni e le caratteristiche strutturali dell’essere che nascerà (curiosamente, il suo nome riecheggia nel termine anglosassone cloth, tessuto), e spesso è dipinta come fanciulla; Lachesi-Decima, colei che misura e dispone, decide la lunghezza del filo e lo tesse nel grande arazzo, ed è associata a una donna matura; Atropo-Mortua, colei che finisce, è quella che decide il modo e il tempo della fine, e taglia il filo al momento opportuno (dal suo nome vengono il nome botanico della Belladonna, atropa belladonna, e la molecola atropina estratta dalla stessa pianta), ed è la più anziana delle tre.
In modo simile, le Norne, che filano, tessono e tagliano i fili ai bordi del Pozzo del Fato, alle radici dell’Albero del Mondo Yggdrasill, sono collegate a un ordine temporale: i loro nomi Urðr, Verðandi e Skuld significano rispettivamente ciò che è stato (il passato), ciò che accade (il presente), e ciò che sarà (il futuro).
Allo stesso modo, altre figure mitologiche ci ricordano il carattere tessile delle storie e del destino. Arianrhod, dea gallese, è collegata, oltre alla Luna e alle Stelle di cui è signora, al telaio con cui tesse la trama del Fato e alla Tela del ragno, associazione che si trova anche in un personaggio minoico probabilmente associato a una dea antica: Arianna-Ariadne (curiosamente, i due nomi sono molto simili), che nel mito del Minotauro agisce proprio come un ragno che con il suo filo salva Teseo dal Labirinto. L’associazione con il Ragno come Tessitore e quindi simbolo del destino è presente anche nella mitologia degli Ashanti del Ghana (e nelle sue modifiche afro-cubane), dove il dio-ragno Anansi, abile narratore (e mentitore!) tesse le sue storie come la bava della sua tela.

Queste figure ci parlano da secoli della capacità umana di riconoscere il filo che corre nell’intreccio di una tela che a volte confonde per la sua complessità, ma che è sempre recuperabile con attenzione e il giusto sguardo. A volte, siamo troppo immersi nell’analisi cronologica degli eventi per vedere un dettaglio che ci ha fatto perdere il giro (chi lavora all’uncinetto sa di cosa parliamo!); altre volte, siamo talmente immersi nell’intreccio da non renderci conto che abbiamo bisogno di mettere in fila i pensieri, le emozioni o le sensazioni…
È sempre tramite il corpo e la sua memoria, che possiamo recuperare l’andamento del filo rosso che unisce gli eventi della nostra fabula, costruendo un intreccio che è del tutto personale, unico e irripetibile: la trama della nostra esistenza fisica, emotiva, mentale guidata dallo spirito che tiene sempre d’occhio il nostro filo, anche quando noi lo perdiamo di vista.
A volte, basta solo guardare dall’altra parte dell’arazzo, cambiando prospettiva, e il filo riappare nella sua magnifica, unica sfumatura.

Radicarsi per essere Liberi

“Metti radici nella terra, così potrai ergerti alto nel cielo: metti radici nel mondo visibile così da raggiungere l’invisibile”
Osho

Il termine “radicamento” è molto spesso usato in italiano per tradurre il più ampio termine anglosassone “grounding”, rendendone il significato legato alla capacità di aderire e di aggrapparsi al suolo, sia fisicamente che simbolicamente. Questa capacità, che negli alberi è appunto collegata alle radici, negli animali e di conseguenza nell’essere umano si esprime in una diversa relazione con il piano d’appoggio: mentre l’albero penetra nel suolo e vi si ancora, il nostro corpo aderisce e al tempo stesso reagisce ad esso, principalmente attraverso i piedi. Per questo, alcuni traducono il termine “grounding” con “atterramento”; sebbene sia forse meno elegante, può darci una diversa visione e un diverso risvolto pratico.

Attraverso il grounding, mettendoci in comunicazione con il nostro centro di gravità (che è situato tra il pube e l’ombelico, all’interno dell’addome), attiviamo una percezione di stabilità ed equilibrio per un’infinita possibilità dinamica, sentendoci sostenuti e non vincolati al terreno. Ogni volta che scegliamo di eseguire un movimento, che sia veloce ed automatico o studiato e cosciente, dobbiamo essere radicati: un movimento efficace parte dal centro, dal nostro interno per raggiungere la periferia e l’esterno.

I modi per sperimentare questa capacità sono moltissimi. In definitiva, tutti quelli che ci permettono di sentire il nostro centro.

Tra questi, è molto utile esercitarsi a sentire il peso.
Posizionandoci in piedi, giocando con l’appoggio dei nostri piedi, possiamo percepire la forza di gravità che ci attira al suolo attraversando tutto il corpo, ogni parte del quale reagisce in un gioco di equilibrio dinamico. Anche da seduti, o da sdraiati, possiamo porre l’attenzione su come e quanto riusciamo a lasciare il nostro peso verso terra, e percepire il sostegno uguale e contrario che essa ci restituisce. Anche se non è necessario muoversi per allenarsi in questa pratica, sperimentare diverse sensazioni di tensione e di peso aiuta moltissimo a percepire il gioco gravitario.

Anche la consapevolezza del respiro è un utile strumento di radicamento.
Connettendoci al respiro, lasciamo che l’inspirazione e l’espirazione raggiungano uno stato di equilibrio senza lasciare pause: arrivati a un buon equilibrio, possiamo scendere in profondità con l’attenzione, seguendo la via verticale che ci percorre dalla testa ai piedi, l’asse cielo-terra che ricorda il tronco dell’albero, fino a toccare nell’addome un punto di equilibrio tra la parte superiore e quella inferiore del corpo. Da qui, possiamo esplorare la dinamica del respiro che si sviluppa nella dimensione orizzontale, contattando la sensazione di espansione e di retrazione antero-posteriore e laterale, all’intersezione tra il piano frontale e quello trasversale.

In terza e ultima battuta, possiamo rendere ancora più viva la sensazione del radicamento e del centro quando il respiro si fa vibrazione e suono: la vocalizzazione, naturale conseguenza della respirazione, è da sempre strumento di esplorazione e di centratura dentro di sé. Molto utile a questo scopo è la vocalizzazione della lettera “M”, detta “humming”, che garantisce la massima percezione interna del suono: le labbra sono infatti chiuse, e l’aria che esce dal naso disperde la minima quantità di vibrazione, massaggiando dall’interno tutto il nostro corpo, dalle cavità fino alle ossa, e distendendo anche le tensioni più profonde.

Pochi minuti al giorno di queste pratiche, eseguite in successione o singolarmente, secondo il bisogno, garantiscono non solo un grande senso di presenza corporea, ma anche un profondo senso di benessere e di vitalità. Il corpo ne risulterà rinvigorito e alleggerito al tempo stesso, e con lui si appianeranno gli stati emotivi più turbolenti. Anche la mente, concentrandosi sul processo dell’esercizio e sui suoi effetti, smetterà di inseguire febbrilmente i pensieri, accorgendosi di poter fare una pausa ristoratrice.

Radicati al nostro centro, fisico, emotivo e mentale, possiamo procedere liberamente nel mondo, godendoci il cammino, sapendo di essere sempre a casa dentro noi stessi.

L’importanza del contatto affettivo

Il contatto, ignorato e trascurato in questi giorni più che mai, è un atto
fondamentale per la soddisfazione dei bisogni, specialmente nei
mammiferi sociali come l’uomo. In ogni momento, di ogni giorno, il
nostro vissuto è scandito da quanto e come tocchiamo, e quanto e
come siamo toccati.

Lo sviluppo embriologico dell’essere umano ci insegna come lo stesso
tessuto primigenio, l’ectoderma, genera nell’evoluzione sia il tessuto
nervoso, sia la pelle e i suoi annessi, e come essi rimangano
intimamente legati nei processi di riconoscimento e mappatura statica e
dinamica di ciò che sta all’interno (intero/endocezione) e di ciò che sta
all’esterno (propriocezione e apticità) di noi.

La consapevolezza del tocco restituisce senso al rapporto con il mondo,
sia che si tratti dei propri simili, sia di oggetti.
E’ noto come il bambino che non venga stimolato da appropriate
modalità e qualità tattili (ricordiamo, come i bambini insegnano, le grandi qualità tattili della lingua e della bocca!) possa sviluppare ritardi psicomotori decisivi per la futura qualità della vita.
Ma questa funzione, fisiologica come affettivo-emozionale e mentale,
non termina con l’età neonatale o con l’infanzia: rimane fondamentale in
tutto il corso della vita
.

La capacità di riconoscersi come singoli, e di riconoscersi in relazione ai
propri simili e, in definitiva, al mondo, passa costantemente attraverso il
con-tatto.
Ci siamo stupiti, oggi, di come cercando “contatto” su un noto sito di
immagini, ci siamo ritrovati di fronte a una lunga serie di indici puntati,
tablet, telefoni, computer
.
E’ indubbio che il tatto sia affine all’udito, suo parente stretto, e in
qualche modo alla vista, ma tentare di renderlo sostituibile è
probabilmente uno degli errori più importanti che stiamo facendo.

Quanto manca il contatto in questo periodo storico?
Quanto lo abbiamo sostituito con altre forme di comunicazione?
Quanto contatto abbiamo da recuperare?

“Se ognuno di noi venisse abbracciato e accarezzato anche solo una volta al giorno da quando viene al mondo fino alla fine della sua vita, credeteci: non ci sarebbero più guerre!”

[J. Plungger, T. Poppe]


Riferimenti

Cascio et al. – Social touch and human development
Bales et al. – Social touch during development: Long-term effects on
brain and behavior.
Boudreault, Ntetu – Affective touch and self esteem in the elderly
Saal, Wang, Bensmaia – Importance of spike timing in touch: an analogy
with hearing?
Blechschmidt E. – Come inizia la vita umana dall’uovo all’embrione
Jean Piaget – La Psicologia del Bambino
Maria Montessori – La Mente del Bambino