Storie perdute, storie ritrovate

Di Luca Cascone

Da circa venti anni, partendo da un’iniziativa svedese degli anni Novanta, in data 20 marzo una sempre più nutrita comunità di narratori celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale dello Storytelling. La data scelta si pone in congiunzione con l’Equinozio di Primavera, il momento di celebrazione della rinascita del ciclo naturale e della Vita che si rinnova.
E quale tradizione umana celebra l’Equinozio più dell’arte della narrazione, che sa ogni volta rinnovare nel presente il passato, il futuro, e i mondi che non sono direttamente davanti ai nostri occhi?

Il tema del 2022 è “Perdite e Ritrovamenti” (“Lost and Found” in inglese), e chi di noi in questi tempi non è sensibile a questo argomento?
Per celebrare insieme alla comunità internazionale, le cui iniziative potete trovare sul gruppo facebook dedicato, abbiamo progettato un percorso di diciannove giorni, dal 2 al 20 marzo, in cui esplorare insieme brevi storie provenienti dalla tradizione di tutto il mondo e la loro ispirazione.
Troverete ogni sera in questa pagina una nuova storia, in versione scritta e narrata oralmente, sia in versione audio che video, e infine un suggerimento di riflessione pratica (scrittura, ascolto, ecc.) per esplorarne il potere.

Il 20 marzo concluderemo il percorso, con chi vorrà, con un incontro serale online, di cui vi sveleremo passo per passo le caratteristiche.
Avviamoci verso l’Equinozio, mentre le notti si accorciano lentamente e la Primavera avanza con un sorriso delicato e luminoso.

Buon percorso!


PRIMA SEZIONE: TESORI, DONI E TALENTI

Mercoledì 2 marzo – Il Tesoro ritrovato

C’era una volta
un grande maestro di nome Rabbi Bunam, che ai giovani che venivano da lui per la prima volta era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia.

Dopo lunghi anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera.

Alla fine, il Capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin li dal suo lontano paese.
Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, per dar retta a un sogno, sei venuto fin qui a piedi? Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io, avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno, e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente.

Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”.

“Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che non puoi trovare in alcun luogo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare“.


[Da “Il cammino dell’Uomo”, di Martin Buber].

Primo suggerimento: prendete un foglio bianco e dividetelo in due colonne. A sinistra scrivete “cosa ho“, a destra “cosa vorrei“.
Potete pensare a una situazione in particolare, a un problema da risolvere, a tutta la vostra vita, o al percorso che ci accingiamo a fare insieme: quale che sia la situazione che scegliete, rifletteteci bene, e raccogliete tutte le impressioni e le sensazioni che sorgono.
Prendetevi tutto il tempo di cui necessitate, e cominciate a riempire la colonna di destra, con tutti quelli che ritenete siano i vostri obiettivi in questa situazione, cosa desiderereste per voi stessi, ciò a cui aspirate (l’essere felici, l’essere soddisfatti, eccetera).
Quando avete finito, dedicatevi alla colonna di sinistra: fate una lista di ciò che già avete realizzato, anche solo parzialmente, e di ciò che potete realizzare. Mano a mano che scrivete, non sembra anche a voi che tutto sommato gli obiettivi che avete non siano così irraggiungibili?
Potreste scoprire, come il protagonista della nostra storia, che gran parte del vostro tesoro è, per così dire, già in casa vostra, e che non ve ne state accorgendo.


Giovedì 3 marzo – I Tre abiti meravigliosi

C’era una volta
un principe che, stanco della vita monotona della corte, decise di viaggiare per il mondo in cerca di avventure. Si travestì quindi da sarto, e partì da solo, all’alba, senza salutare nessuno.

Viaggiò a lungo, facendo molte esperienze, finché arrivò una mattina in una radura nel bosco, al centro della quale stava un pozzo. Accanto al pozzo, una fanciulla piangeva a dirotto.

– Cosa ti succede, dolce fanciulla? Quale dolore ti opprime? -, chiese, avvicinandosi. Anche tra le lacrime, la bellezza della ragazza non veniva in alcun modo offuscata.
– Oh, straniero – disse lei, tra le lacrime – in questo paese, in questo bosco, abita un drago spaventoso che si ciba solo di carne umana. Ogni mese esige una fanciulla in pasto, e questa volta fu il mio turno. Sto attendendo che venga a divorarmi!
Lui non rispose, ma decise che l’avrebbe aiutata: appena ebbe formulato questo pensiero, tra gli alberi apparve un mostro coperto di scaglie, grande quanto un palazzo, dalle sette teste feroci e ghignanti. Il principe non si perse d’animo: incoccò una freccia nel suo arco, prese la mira e centrò il mostro diritto al cuore!
Immaginate la gioia della fanciulla, che si lanciò tra le braccia del salvatore passando dalle lacrime al sorriso. Con le mani ancora tremanti, gli consegnò tre noci dalla sfumatura luminosa.

– Prendete queste noci. Sono magiche, e potranno servirti. Contengono tre abiti: uno, ha intessuta tutta la luce del sole, della luna e delle stelle più brillanti; il secondo ha i colori e la bellezza della terra, dei campi, dei monti, dei fiumi, degli alberi e dei fiori; il terzo, è il più bello, ed è fluido e morbido come il mare, con tutta la bellezza dei pesci, dei coralli e delle foreste di alghe.
Detto questo, la fanciulla corse via, scomparendo tra gli alberi
.

Il principe la cercò a lungo, ma non la trovò. Infine, si diresse alla capitale del regno, dove scoprì che la notizia della morte del mostro era stata già portata: la città era in festa, e i banditori annunciavano a tutti che il Re cercava il coraggioso uccisore del drago, per dargli in dono la metà del suo regno e la mano della sua unica figlia. Il principe sorrise amaramente: non era avaro, aveva già un regno che gli spettava di diritto; inoltre, non voleva sposare la figlia del re, poiché era innamorato della fanciulla che aveva salvato.
Ma, non sapendo dove cercarla, decise di stabilirsi in città, e, saputo che il sarto del re cercava un apprendista, si presentò alla sua bottega e si fece assumere.

Dopo qualche tempo, il Re chiamò il sarto con urgenza al palazzo, e si rivolse a lui con apprensione:
– Oh, mio buon sarto! Mia figlia deve sposare il figlio del mio primo ministro, ma si rifiuta di farlo! Dice che accetterà solo se le verranno consegnati tre abiti: uno con la luna, il sole e le stelle del cielo; uno con tutta la bellezza della terra, i fiori, le foglie; e per ultimo, uno con tutti i pesci e le meraviglie del mare!
Me li dovete assolutamente procurare! Non fallite, mio buon sarto!
Il sarto tornò alla sua bottega, sconsolato. Non poteva in nessun modo assicurare i tre abiti al Re, e non poteva sopportare il disonore! E se il Re lo avesse condannato a morte?
Vedendolo così sconvolto, il suo apprendista si fece raccontare cosa lo turbasse, e non perse un minuto:

– Non preoccupatevi, caro padrone. Si dà il caso che io sappia dove procurare proprio tre abiti simili. Entro domattina li avrete!
E così fu. Il principe, la notte stessa, ruppe le tre noci, e presentò i tre abiti al sarto, l’indomani mattina. Felice oltre ogni dire, il sarto lo pregò di recarsi con lui a palazzo, insistendo che fosse proprio lui a presentarli al Re.
Questi, sbalordito, mandò a chiamare la figlia affinché ammirasse i tre abiti. Quando quella arrivò, meraviglia! Era la fanciulla che il principe cercava da tanto tempo, che gli rivolse il suo sorriso più radioso.
Rivolgendosi al padre, gli raccontò la storia del proprio salvataggio, aggiungendo:

– Non sposerò altri che lui, che mi ha salvato, e a cui ho donato i tre abiti. Sapevo che solo lui avrebbe potuto portarmeli, e così l’avrei ritrovato.

Il Re, che voleva la felicità della figlia più di ogni altra cosa, acconsentì al matrimonio, e immaginate la sua gioia nello scoprire che il semplice apprendista non era altri che il principe di un regno lontano! I due giovani si sposarono di lì a poco, il sarto ebbe buona fortuna con i suoi affari, e nessun mostro disturbò più la pace nel regno.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe arabe”]

Secondo suggerimento: Il buon principe di questa storia scopre, grazie al suo mettersi al servizio di una causa più grande, la possibilità di essere utile a qualcun altro (il Re e il sarto, e in qualche modo anche se stesso e la principessa) dopo aver imparato o ottenuto una conoscenza (il contenuto delle tre noci) che all’inizio sembra poco utile ai suoi scopi, o a quelli degli altri. È salvando il sarto che troverà il suo amore perduto.
Affidiamoci di nuovo al foglio bianco: iniziate scrivendo in cima questa frase: “Ciò che ho può essere utile a…“.
Provate a rispondere liberamente, usando ciò che avete scritto ieri come traccia. Ciò che avete può essere utile a scopi che probabilmente ad un primo sguardo non immaginereste.


Venerdì 4 marzo – I tre ladri

C’era una volta
un contadino che viaggiava verso Baghdad, a cavallo di un asino, per vendere una capretta al mercato. Avendo paura che gli rubassero la capretta, aveva appeso un campanello alla corda con cui l’animale era legato, così da sentire sempre dove si trovasse dietro di lui.


Tre ladri li videro per la strada.
Il primo annunciò: – Ruberò quella capra.
Il secondo disse: – Io gli ruberò l’asino!
Il terzo: – Mi accontenterò di prendergli gli abiti!

Il primo ladro, attento a non farsi vedere dal contadino, sbucò nella strada, tolse la corda dal collo della capra e la legò alla coda dell’asino, così che il campanello continuò a suonare, e si portò via la capra.
Il contadino, intanto, continuava a canticchiare beatamente ignaro e rassicurato dal suono del campanello. Immaginate come ci rimase male quando si voltò per caso, e scoprì che erano rimasti solo lui e l’asino!
Iniziò a guardarsi intorno, cercando di scoprire se il ladro fosse ancora nei paraggi.

Fu in quel momento che il secondo ladro si fece vedere:
– Cerchi qualcosa, mio buon uomo?
– La mia capra -, ansimò il contadino, – me l’hanno rubata!
– Strano davvero. Proprio cinque minuti fa ho incontrato un uomo che correva da quella parte, portandosi in braccio una capretta.
Il contadino, senza pensarci, scese dall’asino e lo affidò al ladro, correndo nella direzione indicatagli, che ovviamente era quella sbagliata! Altrettanto ovviamente, il secondo ladro non attese altro tempo, e si portò via anche l’asino.
Quando il contadino, stanco e a mani vuote, tornò indietro, non trovando neanche l’asino si disperò, e scoppiò in lacrime. Poi, ripresosi, non avendo più nulla da fare in città, decise di tornare a casa, a piedi.

Giunto presso un pozzo, notò un uomo che piangeva, e gli si avvicinò per aiutarlo.
– Cosa accade, mio buon amico?
– Che disgrazia! Che sventura! – urlò l’uomo. – Poco fa, per prendere l’acqua da bere, mi è caduta una borsa piena di pietre preziose nel pozzo, e ora ho paura di calarmi laggiù e annegare! Tu mi puoi aiutare! Se recupererai la borsa per me, ti darò dieci monete d’oro.
Dieci monete d’oro! Finalmente la giornata volgeva a suo favore, pensò il contadino, che era un buon nuotatore, e non aveva paura del pozzo. In un baleno, si spogliò e si calò nell’acqua.
Come potete immaginare, l’uomo, che non era altri che il terzo ladro, se la svignò con i suoi abiti, e il contadino rimase a bocca asciutta, ma completamente fradicio.

Quel giorno, imparò i pericoli della fiducia mal riposta, e delle sventure che la paura di perdere ciò che si ha può portare al più mite degli uomini.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Leggende persiane e del Medio Oriente”]

Terzo suggerimento: Questa sera scopriamo una dimensione apparentemente opposta a quella della seconda storia, ovvero quella che ci mette a contatto con il fallimento, con la frustrazione, o con la dispersione delle nostre energie in obiettivi sterili.
Per paura di perdere la propria capra, il contadino viene “agganciato” dai tre ladri e completamente derubato: quante volte nella vita ci siamo ritrovati in una situazione simile?
Provate a rispondere a queste due domande: “La mia paura è…” e “I miei ladri sono…“.
Spesso, li ritroviamo in dimensioni insospettabili della nostra vita. Accorgercene può cambiare radicalmente la gestione delle nostre energie.


Sabato 5 marzo – I tre doni

C’era una volta
Masur, l’uomo della Selva Azzurra, che uscì dal suo palazzo e si recò in cerca di una compagna, ma non una qualunque: una donna bella, intelligente e buona, con cui dividere la vita. Per lei portava tre regali: una veste di damasco bianco guarnita di perle, un diadema di brillanti sfavillante come il sole, e una mandorla bruna e dorata.


Nel suo cammino raggiunse il fiume, dove trovò una donna straordinariamente bella: accovacciandosi al suo fianco, le chiese il suo nome.
La giovane, per tutta risposta, scoppiò a ridere, e continuando a ridere pronunciò il suo nome:

– Madina.
La ragazza non smetteva di ridere, e per quante domande le facesse, Masur non ebbe risposte sensate.
“Questa splendida ragazza non ha un briciolo di sale in zucca”, pensò tra sé, ma volle onorare la bellezza di lei, e le regalò il vestito bianco. Poi, senza perdersi d’animo, riprese il cammino.


In un villaggio, giunse a una piazzetta in cui una donna stava parlando al pubblico. Ascoltandone le parole, vi scoprì intessute arguzia e straordinaria intelligenza, che seppero commuoverlo e divertirlo.
Chiese a un passante il nome della ragazza, e gli venne risposto:

– Si chiama Dinar.
Allora, facendosi vedere tra la folla, Masur urlò:
– Dinar, Dinar! Vieni nel mio palazzo, ti prego. Mia madre è sempre triste, e le tue parole riuscirebbero a confortarla.
– Di’ a tua madre -, rispose Dinar, fredda e altera, – che se vuole udirle, dovrà venire qui. Deve affaticarsi chi chiede, non chi dà.
– Ma mia madre -, rispose l’uomo, – è inferma.
– Se è inferma, rinuncerà alla gioia di ascoltarmi -, rispose lei.
“Questa ragazza è fredda e arida”, pensò lui. “Intelligentissima, certo, ma il suo cuore è spento”.
Così, decise di onorare la chiarezza della sua intelligenza, e le donò il diadema. Poi, ripartì.


Un poco sconsolato, continuò a viaggiare, chiedendosi dove poter trovare una donna bella come Madina e scaltra come Dinar. A fianco di una strada, incontrò una giovane donna, non molto bella in verità, ma dignitosa.
Si chiamava Corcia. Le chiese come si svolgesse la sua vita, e lei rispose:

– Dedico il tempo libero dal lavoro per aiutare una vecchietta povera e inferma, che abita qui vicino. Divido con lei i frutti selvatici che raccolgo nel bosco, e i pochi soldi che guadagno come filatrice.
– Sei buona -, commentò lui.
– Lo farebbero tutti -, si schermì lei.
Lui, ammirato e commosso, volle regalarle la mandorla che portava con sé.

– È un regalo umile, ma non ho altro.
– È un grande regalo, perché è fatto con il cuore -, rispose lei.

Masur riprese il cammino, pur conservando il ricordo della ragazza nel cuore. Lei andò dalla vecchietta, e le portò la mandorla. Appena la aprirono, invece che il frutto trovarono un mucchio di splendide gemme.
– È una ricchezza incalcolabile! -, esclamò la vecchietta.
Corcia, prese le gemme uscite dalla mandorla magica, le spese per costruire una casa alla vecchietta e per curarsi di lei con cibo e medicine, e aiutò molti altri poveri e infermi, senza badare a sé.

Un giorno, non molto tempo dopo, Masur fece ritorno, stanco per il lungo viaggio, ma con un sorriso sereno sul volto.
Cercavo la ragazza perfetta, che non esiste. Tu sei buona, e la bontà illumina chiunque di luce divina, molto più alta della bellezza fisica. E la bontà che sa accostarsi alla sofferenza altrui rende intelligenti più di qualsiasi conoscenza. Ti ho offerto la mandorla, il regalo più ricco di tutti. Ora ti offro il mio cuore, che è il regalo più grande.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe e leggende arabe”]

Quarto suggerimento: Masur si rende conto durante il suo viaggio di essersi fatto guidare dalle sue aspettative, da un desiderio irrealizzabile. Deve, però, affrontare un lungo viaggio e raccogliere esperienze nuove, prima di rendersi conto che il suo desiderio nasconde un bisogno più profondo, quello di raggiungere il senso profondo dell’amore.
Lo spunto riflessivo di questa sera è una domanda: “Quale desiderio insoddisfatto mi ha fatto scoprire un bisogno?“.


Domenica 6 marzo – Il ritratto

C’era una volta
un potente re che brillava per saggezza e santità. Venne a sapere della grandezza delle imprese e delle meraviglie compiute da Mosè, e decise di voler conoscere il famoso profeta. Ma, poiché il trono del Re è una prigione senza sbarre, e colui che lo voglia onorare non può allontanarsene se non per gravi motivi, il Re non poteva recarsi di persona da lui. Allora, chiamò il suo fido artista di corte, famoso e brillante.

– Parti subito -, gli disse, e chiedi al grande Mosè di farti l’onore di ritrarlo per me, affinché attraverso la tua opera io possa ammirare le sue fattezze e le sue qualità. Bada a ritrarle con accuratezza!

Il pittore partì, e dopo un lungo viaggio raggiunse la corte di Mosè, che acconsentì a farsi ritrarre. Un po’ per il grave compito affidatogli dal suo sovrano, un po’ per la fama e la grandezza del personaggio che avrebbe ritratto, e un po’ perché ci teneva a dipingere un capolavoro, l’artista impiegò lunghi mesi per terminare il suo lavoro. Il risultato fu tanto somigliante, ma tanto magnifico, da valere i complimenti e i doni dello stesso Mosè. Fiero del suo lavoro, dopo una lunga assenza, l’artista si rimise in viaggio e portò il quadro al suo Re.

Il sovrano, radunati i saggi e gli indovini del regno, mostrò loro il quadro, chiedendo loro di descrivergli il carattere dell’uomo che vedevano, e il suo temperamento.
I saggi e gli indovini guardarono con attenzione, si consultarono, e infine dissero:
– Questo è un uomo malvagio, crudele, violento e incline ai vizi peggiori.
Nella sala del trono scese il silenzio: il Re non volle crederci. Minacciò i saggi di severe punizioni, ma essi non cambiarono idea, sostenendo che se qualcuno aveva fatto un errore, quello era di certo l’artista. Interrogato e minacciato a sua volta, lui si difese:
– Mio signore, il mio ritratto è veritiero, tanto da valere i complimenti e i doni dello stesso Mosè. Recati tu stesso dal Profeta, e domandaglielo. Se non ti riterrai soddisfatto, potrai uccidermi.


Il Re acconsentì, e, poiché la questione era di grande importanza, si mise in viaggio lui stesso, raggiungendo in breve tempo la corte di Mosè. Prostrandosi davanti a lui, gli raccontò del giudizio dei suoi saggi, chiedendogli perdono.
– Ti prometto, signore, che verranno puniti severamente!
– Puniti? -, chiese Mosè, – E perché mai? Ti hanno detto la verità, e ti invidio per la loro saggezza.
Il Re era turbato e sorpreso, e cominciò a balbettare insensatamente. Mosè rise sonoramente, e si spiegò:
– Mio caro amico, io possiedo tutti i difetti che i tuoi saggi ti hanno elencato: sono malvagio, crudele, bugiardo, falso, iracondo, violento come e più di tutti gli altri uomini. Ma, dopo molti sforzi e sacrifici, ho imparato a domare questi difetti e a trasformarli con pazienza in tante virtù. Ho mutato la malvagità in bontà, la crudeltà in giustizia, la falsità in verità, l’ira in serenità, la violenza in forza. E così, sono diventato l’uomo che tutti rispettano, e che Dio ha saputo guidare. Così ogni uomo può trasformare i suoi vizi in virtù, generando grande pace e soddisfazione dentro e fuori di sé, più di quelle che si prova nella conquista di beni, terre e vittorie.


Il Re, colpito dal profondo insegnamento di Mosè, si rimise in viaggio, meditando a lungo. Quando arrivò a casa, perdonò i saggi, ricoprì di doni l’artista, e seguì il consiglio del Profeta, diventando ben presto un saggio e illuminato sovrano, ricordato per anni e anni a venire.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Leggende persiane e del Medio Oriente”]

Quinto suggerimento: Il Re, all’inizio di questa storia, vede solo la magnificenza di Mosè, senza conoscere come sia stata realizzata. Crede che l’uomo che ammira sia senza difetti, e che sia solo buono e santo.
L’artista e i saggi, che hanno occhi simili nella loro diversità, l’uno per la bellezza e gli altri per la verità, non si lasciano ingannare, e vedono chiaramente che Mosè possiede lati oscuri, e lavora instancabilmente per mutarli in virtù.
Così dovremmo fare anche noi, perciò questa sera tracciate di nuovo una linea nel mezzo del foglio bianco, e scrivete nella colonna di sinistra tutti quelli che ritenete essere i vostri difetti (siate onesti!). Poi, prendetevi del tempo per riflettere in profondità: provate a riconoscere quali virtù possono diventare. Non è detto che le individuiate subito: rivisitate spesso questa lista, poiché può trasformarsi in un utilissimo strumento di auto-valutazione (anche giornaliera!).


Lunedì 7 marzo – Il cantore

C’era una volta
un re di Persia, che non viveva che per la felicità del suo popolo. Aveva fatto irrigare i campi, bonificato le paludi, costruire case per i poveri, abbassato al mimino tutte le tasse, dato cibo e conforto a ognuno dei suoi sudditi. Un giorno, volle sapere se ad essi mancasse qualcos’altro, e inviò per il regno molti messaggeri, per raccogliere notizie.

Dopo un anno, i messaggeri tornarono con la stessa risposta: il popolo era felice, e desiderava soltanto che i cantori girovaghi che visitavano le corti si fermassero di tanto in tanto anche presso le loro umili case, per poter godere della bellezza dei loro canti.
Il Re, di cuore, volle soddisfare i suoi sudditi, e così mandò a chiamare tutti i cantori girovaghi, e comandò loro di fermarsi nelle case dei contadini, dei pastori, dei pescatori e dei marinai, così che ognuno potesse godere della musica.
– Regalerò ad ognuno di voi -, disse, – una borsa di monete d’oro, una giovenca e un asino. E a chi tra un anno si sarà distinto in questo compito, darò un premio ancora più grande!
Ridendo, li fece uscire, battendo le mani per la gioia.

Un gruppo di essi decise di visitare i contadini del regno: si presentavano la mattina presto alle loro case, e li accompagnavano suonando e cantando al lavoro, seguendoli fino a sera, suonando anche nel momento in cui essi si distendevano per dormire. Per un certo periodo i contadini si divertirono, poi iniziarono a sentirsi un poco annoiati, fino a vivere la costante compagnia dei cantori come una vera e propria persecuzione.
Un giorno, al colmo della disperazione per avere sempre nelle orecchie il suono della loro voce e delle stesse canzoni, li rincorsero con le falci e i forconi, e li scacciarono.

Un secondo gruppo di cantori volle dedicarsi ai pastori, ai quali decisero però di cantare canzoni allegre, aneddoti spiritosi e ballate comiche. All’inizio, anche i pastori furono contenti di quel piacevole diversivo, ma poi si resero conto di non poter più godere del calmo scorrere delle acque di montagna, del suono del vento tra le valli, e del silenzio dell’alta montagna, perché tutti questi suoni venivano coperti dalle voci chiassose dei cantori. Quando non ne poterono più, gli lanciarono i cani all’inseguimento, e li dispersero giù nelle valli.

Un terzo gruppo di cantori si diresse verso il mare, volendo occuparsi dei pescatori e dei marinai, e prese a seguirli in mare cantando lente e nostalgiche ballate che parlavano di eroi, amori cortesi e dolci dame. Si sa, la gente di mare è energica e, sebbene sappia essere riflessiva, ama l’allegria: dopo un breve periodo di interesse, arrivarono ad essere così annoiati da minacciare i cantori di scaraventarli in acqua con gli strumenti, se non se ne fossero andati. E così fecero.

Tra tutti i cantori, c’era un giovane gentile e di bell’aspetto, che si chiamava Olam: egli amava la propria arte più della vita, e non voleva essere grossolano come i suoi colleghi.
Da subito, se ne andò per il regno da solo, e si recò dai pastori, che lo invitarono a cantare, e lui cantò dolci poesie sulla luna che brilla nel cielo di montagna, inni alle valli e ai torrenti, e serenate delicate alle dolci ragazze che mungevano cantando. Li rese felici, e quando annunciò di dover partire, lo ricoprirono di doni e piansero lacrime sincere.
Di lì si recò dai contadini, ai quali, solo dietro loro richiesta, cantò le lodi del profumo della terra lavorata in primavera, dell’oro dei campi e del sole d’estate, dei frutti dell’autunno e della pace dell’inverno. Ed essi furono pieni di gioia, e piansero a loro volta quando partì.
Per ultimi, Olam volle visitare i marinai, ai quali cantò canzoni allegre e avventurose, che parlavano di paesi lontani e di lunghi viaggi sul mare azzurro e profondo, compagno di mille peripezie. Ed essi, entusiasti, lo ricoprivano di lodi.

Così, allo scadere dell’anno stabilito, i cantori fecero ritorno a palazzo tristi, affamati e malridotti, mentre solo Olam era felice, ben nutrito e vestito, e carico di doni. Il Re, allora, lo pregò di cantargli un canto dei pastori, ma lui rifiutò.
– Sire, quei canti appartengono alle montagne, e alla loro gente. Qui, canterò la gloria dei tuoi antenati e della tua casata, se me lo permetterai.
Il Re sorrise, ascoltando il suo canto che rievocava le gesta dei suoi antenati, e seppe di aver trovato il più saggio e capace cantore del regno. Lo volle accanto a sé, facendone il bardo reale. Gli permise, però, di aggirarsi libero tra la gente del regno, affinché la sua arte fosse patrimonio di tutti.
E così il regno prosperò per molti anni.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Leggende persiane e del Medio Oriente”]

Sesto suggerimento: in questa storia, i cantori non sono incompetenti, ma semplicemente sbagliano contesto e tempismo. Olam, invece, considera il giusto tempo e il giusto luogo per la giusta musica, e viene premiato per questo.
Molto spesso, dimentichiamo di riconoscere i nostri talenti perché non li applichiamo nei momenti giusti, o nei giusti contesti. Come una pianta, essi crescono solo nel giusto terreno, innaffiati nel giusto modo. Questa sera chiedetevi: “So alimentare i miei talenti nel giusto tempo, e nel giusto ambiente?“.



SECONDA SEZIONE: SFIDE, OSTACOLI E INSEGNAMENTI

Martedì 8 marzo – L’aquila e la balena

C’era una volta
una coppia di care amiche, che camminava su una spiaggia della Groenlandia. Le due fanciulle erano diversissime, come il sole e la luna: l’una, aveva i capelli d’oro e gli occhi azzurri come il cielo, e l’altra aveva gli occhi scuri, del colore del mare in burrasca, e i capelli d’un nero profondo come la notte. Le fanciulle cantavano felici sulla sabbia, intrecciando melodie dolci e delicate con le loro voci.

Dal fondo del mare, una balena le sentì cantare, e volle avvicinarsi alla spiaggia per vedere la fonte di quei suoni così affascinanti. Emergendo dall’acqua come una grande montagna grigia, enorme e spruzzante, vide la fanciulla dai capelli scuri; se ne innamorò, e decise di portarla con sé sul fondo del mare.
Anche un’aquila, dal suo nido tra le alte montagne, aveva udito il canto, e planando sulla spiaggia vide le due amiche, e si innamorò della fanciulla bionda, decidendo di portarla con sé oltre le nuvole.
I due animali giganteschi si lanciarono quasi contemporaneamente sulle due ragazze, separandole, e portandole una nelle profondità degli abissi e una nelle terre del cielo.

Passarono i giorni, e la ragazza bionda, prigioniera del nido della grande aquila, poteva solo guardare giù dall’immensa rupe nascosta tra le nuvole, per escogitare un modo di scappare. L’aquila le portava ogni giorno uccelli e prede da mangiare, e lei li accettava per mantenersi in forze, ma conservava i loro tendini, nascondendoli tra i rami. Quando ne ebbe un numero sufficiente, li intrecciò insieme con pazienza, finché un giorno poté calare la corda giù dal nido, e scendere passo dopo passo la grande montagna, giungendo in vista del villaggio sulla spiaggia.

Intanto, la giovane bruna stava sul fondo dell’oceano, sperando che qualcuno la venisse a salvare. La balena non era sempre con lei, e un giorno in cui essa si era allontanata, la ragazza cominciò a cantare un lungo e malinconico lamento. I fratelli di lei, che erano pescatori, udirono la sua voce venire dal mare, e la riconobbero: veloci, calarono una corda lunga e robusta, e la giovane vi si arrampicò veloce, tornando con loro verso la riva.


Le due fanciulle si ritrovarono quasi contemporaneamente sulla spiaggia da cui erano state rapite, così come contemporaneamente la balena e l’aquila scoprirono contemporaneamente la loro assenza dalle loro case. Quando però si precipitarono a riprenderle, giunte alla vista della spiaggia, meraviglia! La balena si trasformò in un osso lucido e bianco, che rotolò fino alla spiaggia; l’aquila, invece, divenne una lucida pietra dorata, che finì con un tonfo sulla sabbia. Le due ragazze raccolsero la rispettiva pietra, e la tennero con sé, come talismano: da quel giorno, al suono del loro canto, sia il mare che il cielo benedirono la vita del villaggio, rendendola pacifica e serena.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Leggende scandinave”]

Settimo suggerimento: Le due protagoniste della storia sono profondamente collegate tra loro, e vengono separate da una difficoltà temporanea, che le allontana tra loro in modo apparentemente definitivo. L’una viene portata nelle profondità del mare, dove si muovono correnti sconosciute e violente, come quando ci perdiamo nelle correnti del mondo delle emozioni. L’altra viene esclusa dal mondo, e portata nei luoghi più alti, isolata come quando ci isoliamo nella solitudine dei nostri pensieri, soprattutto se ossessivi.
Come le giovani donne, possiamo essere davvero interi e benedetti solo quando torniamo dalle altezze e dalle profondità negli spazi del nostro Cuore.
Vi proponiamo una canzone da ascoltare per questo motivo: “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi” di Lucio Battisti (la trovate qui). Provate a rispondere a questa domanda: “Dove sono più stabile, oltre le mie altezze e profondità?


Mercoledì 9 marzo – Il ragno e il tessitore

C’era una volta
un giovane di nome Nin-Lu, figlio del vecchio tessitore, che alla morte del padre ereditò il telaio.
Era giovane, e inesperto, ma si mise di gran lena al lavoro: non essendo versato nell’arte come suo padre, il telaio gli si ribellava come un cavallo imbizzarrito: la spola correva incerta tra i fili, inceppandosi spesso, e i fili si davano battaglia, invece che scorrere e intrecciarsi con ordine al suo passaggio.


Un giorno, mentre si affannava a mettere in ordine un indisciplinato reggimento di fili colorati, il povero Nin-Lu udì una vocina invisibile ridere di gusto. Si guardò intorno, meravigliato.
– Perdonami -, disse la vocina, – ma i tuoi stranissimi pasticci mi divertono un mondo.
Lo vide: era un ragno, appeso alla sua ragnatela sulla parete, che si librava sulla sua testa con il divertimento negli occhi neri.
– Ammetterai, ragazzo -, riprese l’aracnide, – che in fatto di abilità tessili sono molto più bravo di te!
Nin-lu si strinse nelle spalle.
– Non nego la tua bravura. Ma, se gli Dei mi aiutano, riuscirò anch’io a diventare bravo come te.
– Tu studi, ti tormenti, ti affanni, e oltre a farmi ridere, mi fai un po’ pietà. Io tesso con la minima fatica, e, devi ammetterlo, con pochissimi errori. Gli Dei mi hanno fatto così, io sono nato per questo.
– Gli Dei amano tutte le creature -, rispose Nin-Lu, – Ma gli esseri umani devono meritarsi ogni conquista con fatica e duro lavoro, poiché possono apprendere molte arti.

Il ragno rise, ma da quel giorno stette molto attento ai progressi di Nin-Lu, facendo capolino ogni tanto per commentare e – senza farsi notare – dare qualche buon consiglio di tessitore.
Così, a poco a poco, ricordando gli insegnamenti del padre, seguendo i consigli malcelati del ragno e affidandosi alla propria ispirazione, Nin-Lu divenne bravo, riuscendo a vendere il suo primo tessuto a un buon prezzo. Continuò a studiare, e divenne eccellente: iniziarono a pervenirgli richieste da città lontane, e la sua ricchezza aumentò con la sua abilità. Continuò, e divenne il miglior tessitore che sia mai vissuto: non tesseva più stoffe, ma sogni fatti di bellezza e poesia, d’oro e d’argento. Tesseva le ombre della sera e catturava i raggi del sole nelle sue stoffe, e cieli stellati e giardini in fiore.
Da tutto il mondo venivano nella sua bottega, e i mercanti pagavano cifre enormi per accaparrarsi un suo pezzo d’arte.


Il ragno, che aveva guardato tutta la sua evoluzione passando dalla risata di scherno al sorriso d’orgoglio, divenne vecchio e anziano. Smise di filare, e un giorno, cadde su un tappeto che stava ammirando un mercante, e sussurrò:
– Sì, tu sei il tessitore prediletto dagli Dei. Addio, mio buon amico.
E detto questo, spirò. Il mercante, spaventato, cercò di scacciarlo dal tappeto, ma Nin-Lu lo raccolse, e lo portò sull’erba del giardino, dove lo seppellì con tutti gli onori dedicati a un maestro.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Leggende dell’Estremo Oriente”]

Ottavo suggerimento: questo racconto, proveniente dalla Cina, ha il sapore del lento apprendimento necessario ad imparare accortamente un’arte, soprattutto se manuale.
La lunga ripetizione di gesti precisi e sapienti, la pazienza di renderli sempre più morbidi, la concentrazione necessaria a trasformare la fatica in flusso, sono i giusti ingredienti per costruire l’eccellenza.
Nin-Lu è l’esempio di come possiamo diventare quando accediamo alla costanza e alla pazienza. Anche per questa sera, vi proponiamo una canzone su cui riflettere: “Costruire” di Niccolò Fabi (la trovate qui). Ora prendete carta e penna, e scrivete: “Costruire è…“. Continuate a piacere, secondo ciò che vi ispira di più.


Giovedì 10 marzo – La casa sul lago

C’era una volta
su un lago della Scozia, Loch Hourn, un numeroso gruppo di pescatori che si recava sul lago in estate, per la grande abbondanza di aringhe. Venivano da tutto il Paese, perché c’era pesce per tutti, e la possibilità di guadagnare buone somme per le provviste dell’inverno.

Un padre e un figlio, venendo da lontano e possedendo una barca troppo piccola per dormirci sopra, avevano stipulato un accordo con una vedova del posto, nella cui casa alloggiavano per l’intera stagione. La vedova aveva una figlia, che di anno in anno si innamorò del giovane pescatore. Lui, però, era innamorato di una ragazza del suo villaggio lontano, e non dava segno di ricambiare le attenzioni della ragazza, per quanto rimanesse molto gentile e affezionato.


Alla fine di una stagione piuttosto pescosa, felici del risultato ottenuto con il duro lavoro, padre e figlio si misero in viaggio per tornare a casa, ma un vento impetuoso li ricacciò a riva. Decisero di riprovare il giorno dopo, e di nuovo si ripeté lo stesso episodio. Così per vari giorni di seguito, fino a che il vecchio marinaio si convinse che quel vento non era naturale.
“Qui c’è di mezzo l’opera della magia! E, che mi venga un colpo, quella cara donna vuole che mio figlio rimanga qui per sposare sua figlia!”
Ma anche l’uomo aveva voglia di riabbracciare la moglie, e in segreto cercò qualcuno che potesse aiutarlo con un controincantesimo: chiedendo di qua e di là, gli venne indicata un’anziana donna che abitava fuori dai confini del villaggio, esperta in erbe e sortilegi.
Quando le fece visita e le spiegò ciò che accadeva, la donna acconsentì ad aiutarlo, e gli consegnò un pezzo di corda da barca, con tre nodi ben stretti.
– Domani prendi il largo con quella corda a bordo. Non sciogliere i nodi, qualsiasi cosa succeda, e tornerai a casa con il vento a favore.


L’uomo tornò alla casa della vedova, prese suo figlio e i bagagli, e si mise di nuovo in viaggio, stringendo la corda tra le mani. Dopo qualche tempo, visto che il vento non accennava a salire, gli venne la curiosità di testare i poteri della corda, e ne sciolse un nodo. Non accadde nulla: la barca continuava a filare sull’acqua, diretta al capo opposto del grande lago. Ridacchiando tra sé come un bambino, l’uomo disfece anche il secondo nodo, curioso. Nemmeno questa volta successe nulla: l’uomo allora, sicuro che la corda fosse solo un pretesto per tranquillizzarlo, e che la donna avesse semplicemente previsto un giorno senza vento, sciolse l’ultimo nodo e gettò la corda in acqua.
Ecco che all’improvviso si alzò un vento impetuoso e indomabile, e risospinse la barca alla riva da cui erano partiti, con un gran sbattere di vele e di sartiame.

Pieno di vergogna, l’indomani l’uomo si recò dalla vecchia saggia, e le raccontò la storia.
La donna rise, e gli disse:
– E tu credevi che fosse un trucco, non è vero? Che ti avessi imbrogliato! E così hai voluto provarlo, come un bambino!
L’uomo annuì, arrossendo.
– Beh, poco male -, disse la donna, – te ne darò un’altra. Questa volta, però, bada di darmi retta: in quei nodi sono imprigionati i venti dell’incantesimo che ti teneva qui. Scioglili solo quando sarai arrivato sano e salvo sulla tua riva!


E così fece: il giorno seguente, padre e figlio si rimisero in viaggio, senza toccare nessuno dei tre nodi della nuova corda, e arrivarono veloci alle rive di casa. Quando ebbero messo in secca la barca, l’uomo fece come gli era stato detto.
Appena sciolse l’ultimo nodo e buttò la corda in acqua, un vento ancora più forte di quello del giorno precedente si alzò, ululando e sbattendo tra una parete e l’altra del lago e volò veloce fino alla casa della vedova, che seppe che il suo incantesimo non era andato a buon fine.

[Riadattato da “Fiabe celtiche – Gnomi, folletti, fate: storie del Piccolo Popolo” – Titolo originale “La casa della vedova sul Loch Hourn”]

Nono suggerimento: in questa storia, la difficoltà dei due pescatori (le attenzioni troppo stringenti della vedova e di sua figlia) viene scongiurata da un buon consiglio (quello dell’anziana strega), che però deve essere compreso prima di essere efficace. Il vecchio pescatore, la prima volta, non viene reso partecipe del processo di risoluzione, e cambia le condizioni a suo piacimento, seguendo una curiosità bambinesca. La seconda volta, quando gli viene spiegato il funzionamento della corda, si rende conto della necessità di rispettare le istruzioni alla lettera.
Vi è mai accaduto di ricevere un consiglio, ma di comprenderlo solo dopo molto tempo? Provate a continuare questo suggerimento: “Quella volta in cui avrei dovuto seguire il consiglio…“.


Venerdì 11 marzo – L’oro e il serpente

C’era una volta
il Buddha in persona, che camminava in grazia, godendo del calore del sole di un’estate piuttosto torrida. Mentre guardava con gioia tutto ciò che lo circondava, nonostante il clima secco e i campi riarsi, un uomo vestito di stracci, che si aggirava nel campo alla ricerca di qualche chicco di grano, lo vide avvicinarsi e lo riconobbe.
– O signore celeste -, gli disse con un profondo inchino, – ti prego di aiutarmi. Sono povero, e la mia famiglia è in miseria. Io e mia moglie litighiamo spesso, e i miei figli hanno fame.

Il Buddha gli sorrise.
– Seguimi: se saprai accogliere i miei doni come la terra accoglie il seme, troverai pace e serenità.
L’uomo, speranzoso, lo seguì, finché si fermò in un prato ricoperto di fiori, indicando un punto con la mano.
– Ecco, qui c’è tutto l’oro che ti serve.
L’uomo, felice, scavò, fino a mettere in luce una sorgente d’acqua zampillante, fresca e pulita.
– Ma qui non c’è oro! C’è solo dell’acqua… -, si lamentò il contadino.

Il Buddha continuava a sorridere, ma i suoi occhi diedero un bagliore.
– Seguimi -, ripeté, e si rimise in marcia.
L’uomo lo seguì, fino a che Egli si fermò davanti a un cespuglio di rovi, indicandolo.
– Ecco, qui c’è tutto l’oro che ti serve.
Il contadino, meno speranzoso di prima, si immerse nei rovi e, dopo molti graffi e dolori, ne uscì con tre spighe di grano, bionde e colme di chicchi.
– Sono solo spighe di grano… -, disse l’uomo, ormai evidentemente a disagio.

Il Buddha, per la terza volta, si limitò a sorridere.
Seguimi -, ripeté.
Di nuovo camminarono, e di nuovo si fermarono, questa volta in un campo, incolto ma dalla buona terra, in cui scorreva l’acqua della sorgente che avevano scoperto prima, ormai trasformata in fiumicello.
– Ecco, qui c’è tutto l’oro che ti serve -, risuonò di nuovo la frase.
L’uomo, ormai infelice e forse più misero di prima, guardò l’acqua, il grano e il campo senza capire.

Allora il sorriso del Buddha non scomparve, ma i suoi occhi si velarono un poco.
– Seguimi.
Lo portò in uno spiazzo sabbioso, e gli indicò per terra:
– Bada, qui c’è un serpente velenoso e pericoloso.
“Di certo vuole confondermi”, pensò il contadino. “Prima mi promette l’oro, e l’oro non c’è… Ora mi promette un serpente, e sicuramente il serpente non ci sarà!”.
Cominciò a scavare, fino a scoprire un grande cofano di lucido argento, brillante sotto il sole rovente. Si guardò intorno: il Buddha era sparito. Aprì il coperchio, e scoprì una grande riserva di oro e pietre preziose. Abbagliato, ne raccolse quanto poteva e corse a casa, dove mostrò alla moglie e ai figli quanto aveva scoperto. Nascosero l’oro e le gemme, e si precipitarono al luogo del ritrovamento, organizzando turni di guardia e viaggi avanti e indietro dalla capanna per raccogliere il tesoro, che sembrava inesauribile.

Presto, le guardie notarono il loro andirivieni, e avvertirono il Re, che decise di convocarli a palazzo.
– Tu volevi derubarmi -, disse all’uomo, seccamente. – Perciò, verrai giustiziato, e la tua famiglia messa in carcere! Non tollero ladri, nel mio regno!
L’uomo si inginocchiò, comprendendo solo allora ciò che aveva fatto, accecato dall’avidità e dal pregiudizio.
– O Signore celeste, perché ho rifiutato il tuo oro, e ho scelto il serpente? – esclamò.
Il Re, sorpreso, si fece raccontare l’intera storia, e si rese conto a sua volta della lezione che il Buddha aveva impartito a tutti loro. Avrebbe ucciso un uomo, accecato dalla stessa avidità?
Così, decise di graziarlo, rendendogli la libertà e donandogli la terra in cui era nata la sorgente benedetta, così che potesse coltivarla e rendere prospera la sua famiglia, e con essa il regno.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe dell’Estremo Oriente” – Titolo originale “Il serpente malefico”]

Decimo suggerimento: Per la seconda volta, ci troviamo di fronte a un consiglio non seguito, ma questa volta vediamo cosa succede a rifiutarlo costantemente, e non solo una sola volta. Spesso riceviamo indicazioni da amici, colleghi, o dalla vita stessa sotto forma di segni ed eventi, ma pur accorgendoci che qualcosa è lì per noi, ci fissiamo nell’aspettativa di ciò che vorremmo, come l’uomo che cerca a tutti i costi un tesoro, senza rendersi conto che il Buddha lo conduce all’occasione di rendersi indipendente e prospero. Spesso, questo errore nasce dal fatto che ci concentriamo su un desiderio, senza mettere in luce il bisogno che ad esso sottende.
Fate una lista dei vostri desideri – di qualunque genere essi siano – e cercate di individuare, per ognuno di essi, i bisogni che ad essi corrispondono. Potreste scoprire che apparentemente i due ambiti sono molto diversi.


Sabato 12 marzo – Il topolino e la montagna

C’era una volta
un topolino piccino piccino, che in compenso aveva di sé un’opinione grande grande. Era nato di notte, in una terra dove le notti sono lunghe mesi e mesi, su nel lontano Nord, in una capanna piccola e buia.

Un giorno, mentre dormiva, si svegliò, in preda alla sensazione che stesse succedendo qualcosa di strano. Si affacciò alla porta della capanna, e scorse all’orizzonte il colore del fuoco, che cresceva dal rosa, all’arancione, all’oro più luminoso. Senza sapere cosa fosse, vide che il fuoco si dirigeva sempre di più verso la capanna, e pensò ad un incendio. Allora, per non morire bruciato, si lanciò eroicamente fuori dalla capanna, e si scoprì illeso.
“Il fuoco non mi brucia!”, pensò, per un momento. “Sono invincibile, straordinario!”.

Ma, voltandosi, e vedendo la capanna inondata di luce e non di fiamme, capì che quello non era fuoco, ma la luce del sole. Era finalmente tornato il giorno, nelle terre del Nord.
Allora il topolino si vergognò, e si ripromise che avrebbe compiuto davvero un’impresa straordinaria.
Decise di scalare un monte altissimo, e scoprì invece che si trattava di una semplice collinetta di sabbia.
Poi nuotò a più non posso per attraversare un largo e profondo lago, ma si accorse che era solo una pozzanghera.
Abbatté un palo alto e sottile, che di certo sorreggeva l’intera volta celeste, solo per scoprire di aver rosicchiato un filo d’erba.
Infine, tra la disperazione e la testardaggine, decise di tentare un’impresa disperata: spostare una montagna.

Trovò una grande montagna in mezzo alla tundra, alta quanto molti alberi, e si mise al lavoro.
Granello dopo granello, sassolino dopo sassolino, pietra dopo pietra, il topolino scavò, graffiò, e rosicchiò, trasportando avanti e indietro, correndo indietro e avanti, per mesi e mesi. Infine, riuscì a far sorgere la montagna, tale e quale a prima, nel luogo prestabilito.
E, ammirando la sua opera, scoprì di non sentire più un briciolo dell’orgoglio di un tempo, ma di aver umilmente, con pazienza e fatica, compiuto la grande opera a cui era da sempre destinato.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe di Animali”]

Undicesimo suggerimento: quante volte, come il topolino, ci siamo trovati a fare i conti con le nostre aspettative (anche su noi stessi), messe a confronto con la realtà dell’impegno che ci veniva richiesto nelle sfide della vita? Il topolino impara da sé una cosa molto importante: c’è sempre un modo commisurato alle nostre forze di affrontare le sfide della vita, anche quelle apparentemente irrealizzabili. Questa sera, riflettete su questo suggerimento: “Quella volta in cui ho scoperto una forza segreta…


Domenica 13 marzo – L’albero di pere

C’era una volta
un contadino che vendeva le sue pere al mercato. Erano pere di ottima qualità, succose e nutrienti, e per la cura che aveva impiegato nella loro coltivazione il mercante richiedeva, giustamente, un prezzo alto. Passò di lì un vecchio monaco, vestito di una tunica logora, ma dall’aria dignitosa, e gli chiese una pera in elemosina. Ma il venditore si rifiutò a più riprese di cedergliela, e anche se il monaco chiedeva gentilmente, andò su tutte le furie.

– Perché tanta collera? -, chiese il monaco. – Tu hai qui molte centinaia di pere, che ti frutteranno un ottimo guadagno. Non ti rovineresti di certo offrendone una in elemosina.
Il contadino, per tutta risposta, iniziò ad insultarlo e a bestemmiare. Indignata, una guardia del mercato decise di intervenire: diede una moneta all’uomo, prese la pera che le spettava, e la donò al monaco. Questi accettò con un sorriso, poi si rivolse a tutti quelli che stavano osservando la scena:
– Io sono un monaco, e l’avarizia non alberga nel mio cuore. Io donerò le mie pere a tutti voi, senza pretendere un centesimo.
Tutti si stupirono, compreso il contadino. Se quell’uomo aveva delle pere, perché mai ne aveva chiesta una in elemosina?

Con un sorriso, egli tenne alta la pera ricevuta dalla guardia, e disse a tutti:
– Da questa pera, trarrò molte, centinaia di pere.
Detto questo, addentò il frutto, mangiandolo con gioia. Poi, fece un buco nel terreno, vi gettò i semi dentro, li ricoprì di terra, e si fece prestare un otre d’acqua per innaffiarli. All’istante, un germoglio fremente di vita spuntò dal suolo, crescendo a velocità vertiginosa: divenne ben presto un piccolo alberello, e crebbe in altezza mandando verso il cielo rami e foglie vigorosi. Ben presto, sotto gli occhi stupiti della gente, si inghirlandò di fiori bianchi e rosa, che, in men che non si dica, diventarono frutti ancora più belli e succosi della pera originaria.
Tutti sgranarono gli occhi e assistettero al miracolo a bocca spalancata. Quando la crescita miracolosa ebbe termine, il monaco sorrise e fece un ampio gesto con la mano:
– Ognuno ne prenda quante ne vuole. Ce ne sono per tutti.
La gente non si fece ripetere l’invito: tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, riempirono le ceste, gli abiti, le mani e le bocche dei meravigliosi frutti, inneggiando alla generosità del vecchio santo.
Quando sui rami non rimase più nemmeno la traccia di una pera, il monaco si fece dare un’ascia, e tagliò l’albero con un solo colpo ben assestato, si caricò sulle spalle il tronco, e si mise in cammino con l’aria divertita.

Il contadino, sconsolato, tornò al suo carro, e lo trovò vuoto. Montò su tutte le furie, e corse alla piazza del mercato, gridando:
– Quel malfattore mi ha rubato le pere! Non era un miracolo, era una truffa! Dov’è? Dov’è?
– È laggiù -, disse qualcuno, – ma cammina velocissimo, come se avesse il vento sotto i piedi! Non lo raggiungerai!
Stolido, il contadino si mise a correre.
– Gliele farò sputare a una a una, quelle pere!
Ma, per quanto ci provasse, non riusciva a raggiungere il vecchio, che camminava sempre davanti a lui ad una velocità innaturale. All’improvviso, udì una voce:
– Bada, il vecchio ha lasciato cadere l’albero, perciò va più veloce!
Il contadino non fece in tempo a rispondere: inciampò in un tronco e cadde ruzzolando. Quando si rialzò, il vecchio monaco era scomparso, e il tronco si era trasformato nella stanga di un carro. Senza parole, il contadino tornò al suo carro, scoprendo che gli mancava proprio una stanga.

Da quel giorno, imparata la lezione, tenne sempre una quota della sua frutta da dare in elemosina a chiunque gliela chiedesse con la gentilezza del vecchio monaco.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe dell’Estremo Oriente” – Titolo originale “La pera”]

Dodicesimo suggerimento: il vecchio monaco dimostra con i fatti – e con molta ironia – che è più salutare scegliere di essere generosi, invece che esservi costretti. In tutte le situazioni della vita, abbiamo sempre una possibilità di scelta che ci avvicina ad un comportamento virtuoso, ma a volte rifiutiamo per mille ragioni di compiere quella scelta. La regina di queste ragioni è la paura di perdere ciò che abbiamo (denaro, beni, reputazione, …), che ci impedisce di vedere i benefici di un comportamento generoso disinteressato.
Siamo tutti, a turno, il mercante: per paura di perdere qualcosa, non doniamo tutto ciò che potremmo al mondo, e difendiamo il nostro piccolo recinto di sicurezze.
Questa sera continuate questa frase: “Per seguire la paura, ho perso…“. Quando avrete finito, aggiungete: “Grazie alla paura, ho guadagnato…“.


TERZA SEZIONE: VIAGGI DELL’ANIMA

Lunedì 14 marzo – Il Re venuto dal Mare

C’era una volta
un tempo in cui il regno di Danimarca rimase senza un capo, e nessuno più rispettava le leggi: i forti vivevano di rapine, e i poveri erano maltrattati e tenuti come schiavi.

Un giorno, gli abitanti della riva videro avanzare sul mare un vascello meraviglioso, con le vele scarlatte e i bordi decorati di fiori e scintillanti d’oro e pietre preziose. Esso procedette verso la riva, in silenzio, e quando si arenò sulla spiaggia nessun marinaio ne discese.
I pescatori, accorsi ad ammirarlo, per un certo periodo non vollero avvicinarsi.
Il giorno seguente, vennero i contadini, che si accamparono sulla spiaggia, ma non vollero avvicinarsi.
Il terzo giorno, infine, giunsero i guerrieri, che spade in pugno scavalcarono il parapetto e salirono sul vascello meraviglioso, per trovarvi un bambino placidamente addormentato, con una corona appoggiata sopra la testa e tutto intorno un ricchissimo tesoro.

I guerrieri, stupefatti, compresero che il bambino era un dono degli Dei, affinché il Paese avesse di nuovo un capo benevolo e saggio. Deposero il bambino su uno scudo, e con attenzione e deferenza lo portarono sulla spiaggia con tutti gli onori. Tutto il popolo lo accompagnò nel luogo in cui venivano tenute le incoronazioni, e lo proclamarono Re di Danimarca dandogli il nome di Skjold, che significa, appunto, Scudo.

Il bambino crebbe in forza e bellezza, e divenne un Re rinomato per saggezza e benevolenza, ma anche per fermezza e giustizia. Passarono gli anni, e il Regno tornò ad essere un luogo di pace e giustizia.
Il tempo, si sa, passa veloce e lento secondo segrete correnti, ma Skjold divenne comunque un vecchio bianco e curvo. Allora, convocò i suoi guerrieri, e comandò loro:
– Cari amici, quando i miei occhi si chiuderanno, portate il mio corpo sul vascello dal quale sono stato tratto, e affidatelo alle onde. Io ho compiuto la mia missione, e posso tornare da dove sono venuto.
E fece promettere ognuna delle guardie.

Così, venne il giorno in cui i suoi occhi si chiusero, e tutto il Regno si radunò sulla spiaggia. Gli posarono di nuovo la corona d’oro sul capo, e lo adagiarono su uno scudo, trasportandolo verso la nave. Allora, ogni suddito venne a dare il suo saluto, lasciando sul vascello chi una moneta, chi un fiore, chi un messaggio, chi una pietra preziosa, ammonticchiando un nuovo e più splendido tesoro.
Poi, affidarono il vascello alle onde, e qualcuno dice che Skjold e il tesoro di riconoscenza del suo popolo viaggino ancora per mare, in pace e ricchezza.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe medioevali”]

Tredicesimo suggerimento: la storia del Re Skjold ci porta nell’ambito del compito intimo dell’anima che si cala nella materia e si fa carne. In ognuno di noi, questo è stato l’inizio e sarà la fine: l’anima porta con sé i doni e i tesori che dovrà spendere nella vita, e si potrà dire che avrà compiuto la sua missione quando il suo tesoro sarà completamente speso, e ne avrà ottenuto uno nuovo, fatto dei doni che la Vita le avrà restituito.
Oggi prendetevi molto tempo per riflettere, e portate dentro di voi questo suggerimento: “Il mio tesoro dell’anima è… “. Se volete, rifletteteci per iscritto, ma lasciate che la risposta si condensi in un’unica parola. Qual è la vostra?


Martedì 15 marzo – L’anello del ricordo

C’era una volta
il giovane Re Dusianta, che si perdette nella foresta durante una battuta di caccia al cervo. Il Re conosceva bene il territorio del suo Regno, e non si era mai perso: a giudicare dal fatto che non riconosceva in alcun modo la foresta, di certo il cervo lo aveva condotto in un mondo straordinario.


Camminò per tutto il giorno, finché, a sera, trovò una modesta capanna di frasche, di certo il rifugio di un eremita, e volle bussare per chiedere riparo e ospitalità. Alla porta, apparve una giovane donna dall’aspetto meraviglioso, con grandi occhi color nocciola.
Lui si presentò e lei lo invitò ad entrare, con una voce così melodiosa da cancellare la stanchezza del Re. Gli offrì una cena frugale ma deliziosa dopo il lungo cammino, e a quel punto lui le chiese il suo nome, e cosa ci facesse da sola in quella capanna.
– Mi chiamo Sakuntala, e sono orfana. Vivo qui con il mago Kanva, che mi ha allevata: ora è in viaggio, e mi ha affidato la sua capanna. Sei il benvenuto, per tutto il tempo in cui vorrai restare.
Il giovane Dusianta non riusciva a smettere di guardala, di ascoltare la sua voce, e di certo non immaginava un motivo tanto importante da spingerlo ad andarsene. Lei, dal canto suo, era affascinata dal bel giovane dai modi nobili e gentili, ed era contenta della sua compagnia.

Come succede spesso, non ci fu molto da dire, o da chiedere: i due giovani si promisero amore eterno quella notte stessa, e furono felici.
La mattina dopo, Dusianta si preparò a tornare temporaneamente solo nel suo regno per organizzare l’arrivo della Regina e le nozze pubbliche, ma, temendo di non riuscire a ritrovare la capanna nella foresta misteriosa, prese un anello e lo infilò al dito di Sakuntala.
– Finché avrai questo anello io saprò sempre ritrovarti, e non dimenticherò mai l’amore che ci lega. Tienilo sempre con te, amore mio, e tra un mese tornerò a prenderti.
Detto questo, partì.

Sakuntala, ebbra di felicità e di gioia, attese il ritorno del vecchio Kanva, che fu estasiato alla notizia del fidanzamento della sua amata figlia, e volle attendere con lei il ritorno del suo bel Re, per impartire loro la sua più profonda benedizione.
Alla vigilia del giorno stabilito, Sakuntala addobbò la capanna con fiori e monili, e preparò un sontuoso pranzo per il giorno successivo. Poi, andò al fiume: mentre si lasciava accarezzare dalle acque fresche e gorgoglianti, però, l’anello le scivolò dal dito, e si perse nella corrente. Ora, Dusianta non avrebbe potuto ritrovarla!
Disperata, la ragazza tornò a casa, e confidò i suoi timori al vecchio mago, che fece il possibile per confortarla. Il giorno successivo, si recò al margine della foresta per attendere il suo sposo, ma con il passare delle ore seppe con crescente sicurezza che lui non poteva raggiungerla.
Allora la gioia si mutò in disperazione, e Sakuntala cominciò ad appassire come una rosa prima soffice e bellissima: temendo che non riuscisse a sopportare la disperazione, il mago alla fine decise di portarla via dalla foresta, in una terra sospesa nel tempo, oltre le nebbie, finché il suo sposo non fosse riuscito a raggiungerla. E la giovane, poco a poco, rifiorì.

Intanto, nel suo regno, Dusianta aveva dapprima scordato la via per raggiungere la capanna nella foresta, e gradualmente anche la sua bella promessa sposa, fino a credere che i pochi ricordi che aveva del loro amore fossero frutto di un sogno.
Un giorno, venne al suo palazzo un pescatore, che gli offrì un enorme pesce appena pescato, così grosso e lucente da meritare la tavola del Re. Questi lo ringraziò, e organizzò subito il banchetto in suo onore. All’arrivo della portata principale, volle aprire di persona l’enorme pesce, e immaginate la sua sorpresa quando vi trovò dentro… un anello!
Appena lo ebbe tra le dita, ricordò tutto, e nella disperazione si lanciò fuori dal palazzo, correndo come un forsennato fino ai margini della foresta. Corse per tutta la notte, finché giunse, all’alba, alla capanna ormai vuota e spoglia. Lì passò molto tempo, girovagando e chiamando la sua amata con tutta la voce che avesse, ma nessuno rispondeva. Infine, giunto alle sponde di un lago, vide arrivare sull’acqua uno splendido ed enorme cigno, bianco e argenteo, che lo invitò a salire sulla sua groppa.
Il Re, senza farselo ripetere, obbedì, e il cigno prese immediatamente il volo, conducendolo oltre colline e montagne, valli e fiumi, fino alla terra oltre le nebbie in cui il vecchio mago aveva condotto la fanciulla.

Quando furono giunti sulla riva, il Re smontò dalla groppa del cigno, e vide camminare verso di loro una figura familiare: era Sakuntala, vestita di bianco, e bella come non lo era stata nella foresta. Il dolore l’aveva resa più grande, più forte, e ancora più splendida.
Il Re si prostrò ai suoi piedi, chiedendole perdono per averla dimenticata, per non averla ritrovata.
Lei, sorridendo, gli disse:
– Ti ho atteso fino a che non ho avuto più lacrime né speranza, e poi ancora ti ho atteso. Con la perdita dell’anello, sapevo che non saresti tornato. Allora il buon mago, vedendomi così disperata, mi ha portata qui, dove sono guarita dal dolore e sono giunta ad amare me stessa come non potevo prima, perché piangevo per la tua assenza. Anch’io avevo dimenticato di amarti. Anch’io non sapevo ritrovarti. Solo quando ho realizzato questa verità, tu hai ritrovato l’anello, e ora possiamo ricongiungerci.

Fu così che, con la benedizione del vecchio mago, i due giovani montarono sul cigno e tornarono nella terra dei vivi, dove si sposarono nel grande palazzo ed ebbero una vita prospera e felice, onorati e amati da tutti.

Infine, dopo molti anni, quando venne il giorno della loro morte, il cigno bianco e argenteo tornò in volo a prenderli, e li condusse nella terra sospesa nel tempo, oltre le nebbie, dove vissero felici e in pace.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe e Leggende indiane”- Titolo originale “L’anello della rimembranza” ]

Quattordicesimo suggerimento: la foresta, i due innamorati, l’anello, il mago, la perdita e il ritrovamento, il cigno, il viaggio oltre il mondo, la terra sospesa oltre le nebbie… ci sono così tanti temi in questa storia da non sapere quasi su quale posare lo sguardo per primo!
Allora, affidiamoci al nucleo della storia, la capacità di ricordare, e lasciamoci trasportare dalle note di “Somewhere over the rainbow” nell’esecuzione di Keith Jarrett (qui), e lasciamo che un ricordo di bellezza si faccia strada nella nostra consapevolezza. Se desiderate, potete scrivere seguendo questo suggerimento: “Un ricordo di Bellezza“.
Lasciatevi trasportare dalle ali del cigno oltre le nebbie, e buon viaggio!


Mercoledì 16 marzo – Il Piacere e la Saggezza

C’era una volta
in un lontano Paese, la Saggezza, che viveva isolata e in pace nella sua dimora, senza che nulla disturbasse le sue giornate. Un giorno, però, nel Paese arrivò il Piacere, e scatenò talmente tante feste, danze, chiasso e musica da arrivare anche alla casa della Saggezza, che molto presto dovette partire per disperazione.

Ma il Piacere, forse perché per sua natura è incapace di stare a lungo in uno stesso posto, o forse perché sentiva la mancanza di qualcosa che interrompesse di tanto in tanto quelle ore goderecce, decise di partire a sua volta e di seguire la Saggezza. La raggiunse di corsa, mentre lei cercava di passare inosservata, e si scusò per l’invasione della sua casa. Poi, le propose di viaggiare insieme, e lei accettò.


Quella stessa sera, arrivarono ad un castello, dove chiesero ospitalità. Il signore del castello, però, era un festaiolo impenitente, e non volle nemmeno rivolgere la parola alla Saggezza, spedendola a dormire dal medico del villaggio. Invece, invitò di buon grado il Piacere a passare la notte con lui e i suoi ospiti.
Il giorno dopo, di buon’ora, i due viaggiatori ripresero il cammino, sbadigliando per il sonno. Si sorpresero a vicenda, ma ben presto ne fu chiaro il motivo: il Piacere, ovviamente, aveva passato una notte di insonni bagordi, ma alla Saggezza non era andata meglio. Il medico l’aveva tenuta sveglia tutta la notte, riempiendola di consigli non richiesti sulla salute e sulla vita morigerata.


Augurandosi di trovare di meglio quella sera, i due camminarono fino al tramonto, quando arrivarono alla casa di un filosofo. Questi, al contrario del signore del castello, volle accogliere la Saggezza, ma cacciò il Piacere, che dovette trovare alloggio sotto un albero, su un letto d’erba e sotto un baldacchino di stelle, ma senza cibo né divertimento.
La mattina seguente, guardandosi reciprocamente in faccia, i due viaggiatori scoprirono di essere ancora più stanchi del giorno precedente: il Piacere questa volta aveva dormito scomodo e infreddolito, ma la Saggezza era di nuovo stata intrattenuta dal padrone di casa in astratti e complicati ragionamenti.


Guardandosi, risero di gusto: avevano compreso per esperienza diretta che nessun uomo può vivere di sola superficiale gozzoviglia, né di sola profonda riflessione, senza venire a noia a tutti, e pure a se stesso. Così si sentivano i due, scoprendo di non poter vivere senza l’altro, seppur così diverso e apparentemente contrario.
Allora si rimisero in viaggio, con un nuovo obiettivo: trovare una terra dove avrebbero vissuto insieme, senza lasciarsi mai più.
Così, quando la trovarono, vi si stabilirono, e quel Regno fu fiorente e beato, poiché gli uomini poterono trarre grande beneficio dall’aiuto di entrambi i compagni.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe di Animali”]

Quindicesimo suggerimento: questa storia ci parla della necessità di trovare un equilibrio tra le necessità più terrene, legate al Piacere (ovvero al Potere e alla Sessualità), e quelle più celesti, legate alla Saggezza (ovvero al Pensiero, e all Spirito). Nessuno di noi può vivere davvero una vita piena se non trovando la via mediana tra queste due necessità.
Questa sera, chiedetevi quanto siete sbilanciati verso una delle due esigenze, e fate un elenco di persone, situazioni, relazioni che rappresentano per voi questi due poli. Poi chiedetevi: “Come posso realizzare l’equilibrio tra Piacere e Saggezza?“.


Giovedì 17 marzo – La cerva

C’era una volta
nel tempo dei tempi, un popolo ricco, saggio e potente, governato dal migliore re che si potesse immaginare, il prode Nembrod. Egli aveva due figli, Hemor e Magyar, che sognavano come tutti i principi – e tutti i giovani – di guadagnare onori e gloria in meravigliose avventure.

Un giorno, Magyar si recò a caccia con cinquanta uomini del suo seguito, e si immerse nella foresta con baldanza. Mentre cavalcava in un sentiero tra gli alberi, vide apparire, come d’incanto, una bellissima cerva dal manto candido, con lunghe zampe e corna ricoperte di velluto argenteo. Un animale ultraterreno, di sicuro! Il principe puntò il suo arco e tentò di colpirla, ma non vi riuscì, e la cerva scappò nel folto della foresta.
La inseguirono, ma ogni volta che pensavano di raggiungerla, lei scompariva con una rapidità impressionante, solo per ritornare a farsi vedere dopo qualche tempo. Se li trascinò, così, lungo valli e colline, attraversando fiumi e radure, molto lontano da casa.
Ma Magyar non si diede per vinto, finché dovette cedere alla stanchezza, e si fermò a riposare con i suoi uomini.

Subito, la cerva si fece rivedere, saltellando impaziente finché non si impigliò con le corna in un alberello. Gli uomini si agitarono, gridando:
– Presto, è là!
– Dove?!
– Laggiù, sotto quel cespuglio!
– Presto, presto!
Ma quando furono a portata di tiro, con un agile gesto la cerva si liberò e fuggì di nuovo tra gli alberi. Frustrato e ormai punto nell’orgoglio, Magyar si gettò di nuovo all’inseguimento, e di nuovo attraversò una prateria, poi di nuovo un bosco, poi una palude, sempre seguendo il manto bianco e le corna argentee.


Sfinito, raggiunse una grande prateria, dove sorgevano casette bianche, pallide sotto il cielo della sera. Ad ogni casetta si affacciava una ninfa, con capelli neri e occhi sfavillanti. Tutte sorridevano ai nuovi venuti, curiose.
Ed ecco tra le case, videro di nuovo la cerva, saltellante di gioia nel pieno della vista, e Magyar scoprì di non volerla più catturare, né uccidere. A dire il vero, non ebbe nemmeno il tempo di fare alcunché: in un bagliore, si trasformò in una fanciulla bellissima, dai capelli tanto biondi da sembrare bianchi, gli occhi del colore del cielo e un largo sorriso. Portava un vestito di raso azzurro, e una cintura di viole in vita. Con le movenze leggere della cerva che era stata, si avvicinò e parlò al giovane principe.
– Sei riuscito a raggiungermi. In molti ci hanno provato, ma nessuno ci è riuscito. Io e le mie compagne vi aspettavamo da lungo tempo, e ora potrete stare qui, e insieme con noi fondare un nuovo regno.


Fu così che Magyar divenne il loro Re, e la ninfa candida la loro Regina, e ognuna delle ninfe dai capelli scuri scelse un compagno tra gli uomini del Principe, ed essi accettarono di buon grado, perché ognuno di loro avrebbe scelto ugualmente. E da quel primo nucleo, nacque ben presto la prima discendenza di un grande Regno, che ancora oggi porta con sé la forza degli uomini e la leggiadria delle fate.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe e Leggende balcaniche”]

Sedicesimo suggerimento: questa è la storia leggendaria delle origini di un popolo, quello ungherese, che rintraccia le proprie radici in un evento di comunicazione e fusione tra il mondo umano e quello del Popolo delle Fate. Molte leggende, in giro per il mondo, raccontano di come i popoli attuali siano figli o discendenti di creature non umane, stabilendo così un legame tra l’uomo e la Natura nel suo carattere ancestrale.
Tutti abbiamo degli Antenati, e non tutti sono umani: animali, piante, pietre, stelle, pianeti, conteniamo atomi che provengono da tutto l’Universo, e di tutti loro siamo la continuazione. L’Anima, in definitiva, è Relazione. Gli antichi popoli lo sapevano, e rintracciavano nelle loro storie questa relazione cosmica.
Oggi, con l’ausilio della vostra immaginazione, rintracciate uno o più antenati, umani e non umani, e chiedetevi: “Come continuo la vostra essenza con la mia vita?“.
Ricordate: ogni passo che facciamo, ogni respiro che prendiamo, ogni parola che diciamo contiene la memoria di ognuno dei nostri antenati, e i semi di chi ci continuerà in futuro.


Venerdì 18 marzo – Il castello di cristallo

C’era una volta
un principe di nome Jasodana, che partì – come succede spesso ai principi – intenzionato a trovare una sposa nel vasto mondo. Ma per quanto cercasse, non riusciva a trovare la persona giusta.
Una sera, trovandosi nel cuore di una grande foresta, chiese ospitalità ad un vecchio eremita che se ne stava seduto sulla soglia della sua capanna.
Il vecchio sorrise, e gli fece segno di entrare. Appena varcata la soglia, il principe si ritrovò d’incanto in uno splendido giardino, ricco di fiori colorati e di soavi profumi, in cui l’acqua sgorgava da fontane d’argento, rifugio di uccelli dalle splendide melodie. Nel centro, sorgeva un palazzo di cristallo, sulla cui porta lo attendeva una fanciulla risplendente, dalla chioma colore della notte, e gli occhi profondi e caldi.
Lo invitò ad entrare, e gli offrì squisiti cibi e bevande a una tavola imbandita d’ogni bene, facendolo sedere al posto d’onore.
Alla fine del pasto, lei e le sue ancelle cantarono e danzarono per lui e gli altri ospiti, e la notte passò in piacere, bellezza e comodità.


Alle prime luci del sole, aprendo gli occhi, Jasodana si trovò disteso su una stuoia, sotto il tetto di paglia del vecchio eremita, e si mise a sedere, frastornato. Il vecchio rideva senza ritegno.
– Di certo tu sei un mago! -, esclamò il principe. – Ma un mago benedetto, perché mi hai dato ristoro e bellezza dopo lunghe fatiche. Ma dimmi -, chiese con curiosità e apprensione, – la fanciulla che ho visto… è reale?
L’eremita annuì, più serio di prima.
– Dimmi dov’è! – lo pregò il giovane. – Non posso più vivere senza di lei, e di certo è la donna che ho tanto cercato, senza mai trovarla!
– E non la troverai -, rispose l’altro, – se non attraversando grandi pericoli e prove straordinarie. È prigioniera di un castello custodito da molti guardiani, e se fallirai, come è probabile, dovrai rinunciare per sempre all’idea di vederla, perfino in sogno.
Il principe non ci rifletté nemmeno un momento: chiese al vecchio di lasciarlo provare. Doveva salvarla dalla sua prigionia! Con il suo solito sorriso, ma con una luce negli occhi, il vecchio acconsentì.

Pronunciò alcune parole, e all’improvviso Jasodana si ritrovò ai piedi di un’alta e scoscesa montagna. Il sentiero che dovette seguire era straordinariamente impervio e difficile, e più volte rischiò di precipitare in profondissimi crepacci.
Quando credeva di essere abbastanza vicino alla cima, ecco un grande drago a sette teste pararglisi davanti, con sette code fiammeggianti pronte a incenerirlo! Senza perdersi d’animo, con un urlo di guerresca determinazione, il principe gli si scagliò contro, e dopo una breve, ma terribile battaglia riuscì a precipitarlo giù da un dirupo.
La prima prova era superata.


Subito, un sibilo acuto risuonò nell’aria, e Jasodana vide strisciare tra le rocce un serpente gigantesco, che cercò immediatamente di stringerlo nelle sue spire e schiacciarlo. Ancora una volta, la spada del principe scintillò nel sole, e mozzò in un sol colpo la testa mostruosa del serpente, mentre il corpo cadeva dibattendosi tra le rocce.
Anche la seconda prova era superata.

Il principe, deciso a raggiungere la meta, proseguì il suo difficile cammino e arrivò in riva ad un grande lago dalle acque turbolente e abitate da ogni genere di abominio. Lontano, oltre l’altra sponda, si intravedevano nella bruma le torri di cristallo del castello della fanciulla dagli occhi scuri. Preso un profondo respiro, Jasodana si buttò in acqua e cominciò a nuotare, sentendo ogni volta vicino il morso, o la coda di un viscido mostro marino. Fortunatamente, riuscì a non farsi mangiare, ma le onde erano enormi e violente, e più di una volta fu sul punto di smettere di nuotare e abbandonarsi all’abbraccio mortale delle acque. Ogni volta, però, la vista oltre le onde del castello gli diede nuova forza, finché riuscì, stremato, a raggiungere la sponda opposta e a strisciare sulla riva sabbiosa.

La terza prova era superata.

Ed ecco! Sulla torre del castello vedeva ora, nitida e luminosa, la figura della giovane donna, che agitava una sciarpa in segno di incoraggiamento. Allora, si rialzò e, dimenticando per un attimo la stanchezza, si diresse verso il castello. A poca distanza dalla porta, però, si trovò davanti un immenso muro di fiamme roboanti. Scoraggiato, il principe pensò di non avere scampo, questa volta, ma poi all’improvviso sentì, oltre la muraglia rossa e dorata, la voce della fanciulla del suo sogno, che lo incoraggiava con i suoi canti soavi.
Allora, chiudendo gli occhi, Jasodana si gettò tra le fiamme con un grido, e sentì un calore lancinante afferrarlo da ogni parte, bruciarlo fin nel profondo, e infine mordergli le ossa senza alcuna pietà. Svenne.


Quando si risvegliò, era nel castello, completamente illeso, con la bella fanciulla al fianco. Lei lo ringraziò con dolcezza:
– Sei riuscito dove nessuno era riuscito, valoroso principe. Mi chiamo Ratdani, e sono la principessa di un regno lontano. Fui imprigionata qui dal vecchio mago della foresta, poiché un tempo ero superba e sprezzante di ogni cosa. Egli mi condannò a rimanere qui, finché non avessi imparato ad essere grata. Tu hai dimostrato la tua nobiltà, rischiando la tua vita e bruciando tra le fiamme ogni tua paura per salvarmi, e a mia volta io sono libera, perché ho conosciuto la gratitudine per il vero valore.
Allora i due giovani, all’improvviso, si ritrovarono nella capanna della foresta, dove il vecchio mago benedisse la loro unione con anni di prosperità e felicità immense, e vissero a lungo come Re e Regina di un remoto regno, raccontando a tutti del palazzo di cristallo, e delle insidie che nasconde.

Diciassettesimo suggerimento: questa storia ci parla della necessità di affrontare i mostri che a volte ci creiamo per proteggere i nostri lati oscuri. La principessa è rinchiusa nel castello non perché vittima, ma perché responsabile di un comportamento negativo. Il principe, che se ne innamora, non la libera, ma le dà l’occasione per andare oltre i mostri che lei stessa ha evocato, combattendo allo stesso tempo le proprie paure, le proprie incertezze e le proprie turbolenze, fino a sacrificarsi nel fuoco per raggiungerla. Ed è proprio attraverso il fuoco che brucia tutto ciò che non è l’obiettivo finale, ovvero l’amore che prova per la principessa.
Nessuno dei due salva l’altro, ma entrambi eliminano uno ad uno i propri limiti, per essere infine liberi e completi.
Ci avviciniamo alla fine del viaggio, e come il principe chiediamoci: “Per cosa affronterei il fuoco?“.
Se riuscite a dare una risposta onesta, tenetevela stretta: conoscete la vostra più intima missione.

[Riadattato da “Enciclopedia della Fiaba” – sez. “Fiabe e Leggende indiane” – titolo originale “Jasodana e il mago”]


Sabato 19 marzo – Lo Spirito Buono

C’era una volta
un saggio che passeggiava lungo un fiume: fiorivano pervinche rosse, sambuchi bianchi e azzurri, e azalee selvatiche dalle sfumature violacee. I ciliegi erano in fiore, e spandevano il loro candido profumo tutto intorno.
Guardando le nebbie che sfumavano sul letto del fiume, e il cielo luminoso dell’alba all’orizzonte, il saggio si fermò, ristorato e consolato.
“Io vengo dal paese dell’inverno”, pensò, “e ho ancora nelle orecchie l’urlo del vento. Ma qui il sole è buono, e l’acqua scorre limpida, non c’è il ghiaccio prepotente!”.

Estasiato, ritornò verso il paese dell’inverno, da cui veniva.
– Gente! -, urlava, camminando nelle strade tristi e fredde, davanti alle case chiuse e buie, – gente! Ho incontrato lo Spirito Buono! Laggiù, tra i ciliegi in fiore, c’è uno Spirito che rallegra il cuore e rende felici le persone dal cuore puro! Chi ha il cuore puro, chi ha il cuore puro mi segua!
Era certo di averlo visto, lo Spirito Buono, e forse l’aveva visto davvero.
– Chi ha il cuore puro mi segua! -, ripeteva, instancabile.
Le donne aprivano le porte delle case, dubbiose, e gli uomini non credevano alle sue parole. Restavano in casa, duri e imbronciati. Ma i bambini erano incuriositi dai suoi annunci, e uno di loro, coperto di stracci, si avvicinò al vecchio. Poi un altro, e un altro ancora. E così le madri, e alcuni dei padri.

Il saggio si fece seguire, e così si fermò in molti villaggi, annunciando lo Spirito Buono, e più la gente lo avvicinava, più ferveva la speranza di giungere nella terra fiorita dove lui era stato. Sempre di più, camminavano senza sentire la fatica, senza patire il gelo della notte.
Infine, giunsero in riva al fiume, dove i ciliegi spandevano ancora il loro profumo, e i fiori risplendevano alla luce del sole. Videro le pervinche rosse, i sambuchi bianchi e azzurri, e le azalee violacee, e le acque morbide e lucenti.
Ma lo Spirito Buono non si vedeva.
Il più piccolo dei bambini chiese al saggio:
– Dunque, lo Spirito Buono è fuggito?
– Gli Spiriti Buoni non fuggono -, osservò il saggio.
Poi, guardò verso il cielo, che sembrava di seta, con boccioli d’ovatta rosa, le nuvole, colmi di luce e di acqua.
– Vedo lo Spirito Buono! -, disse un bambino.
– Anch’io! -, gridò una delle madri.
Uno ad uno, bambini, donne e uomini, videro lo Spirito Buono, e ne sentirono la protezione.
Allora, mangiarono i frutti selvatici e bevvero l’acqua delicata del fiume, sporgendosi dalle rive colorate di rosso, di bianco e azzurro, di viola. E, sazi e contenti, gettarono a terra gli scialli, i vestiti logori dell’inverno, e danzarono e cantarono sotto i ciliegi in fiore, in onore dello Spirito Buono.
“Non l’ho inventato, lo Spirito Buono”, pensò il saggio con un sorriso. “Dove i bambini possono sorridere, dove gli adulti vedono calore e bellezza, lì c’è lo Spirito Buono”.
E anche lui, che era di cuore puro, levò la mano salutando lo Spirito Buono nel cielo di seta.

Diciottesimo suggerimento: non possiamo mai sapere se ciò in cui crediamo è vero, se non quando ci crediamo davvero, e diamo a noi stessi la prova della sua esistenza e verità. Dall’esistenza di Dio, all’innamoramento, a ciò che crediamo essere importante nelle nostre vite, è questo il paradosso dell’esistenza: siamo creatori della nostra stessa realtà, e quelle che chiamiamo “illusioni” a volte sono solo credenze che non vengono indagate, purificate e modellate per diventare verità interiori.
Il saggio, fino alla fine, conserva dei dubbi sull’esistenza dello Spirito Buono, ma nondimeno contribuisce alla sua esistenza, finché anche lui comprende che è reale e profondamente vera.
Il suggerimento di riflessione e scrittura per questa sera è: “Ho incontrato lo Spirito Buono…”.


QUARTA SEZIONE: LA NASCITA DEL POETA

La diciannovesima storia è una leggenda gallese, chiamata “la nascita di Taliesin“, in cui si racconta la magica origine della figura magico-poetica più famosa del corpus mitico britannico, più tardi assimilata a quella di Merlino: il Bardo Taliesin, nato Gwion Bach (“Giovane Sciocco”) e trasformato per magia nel più grande poeta e sapiente della storia.
Di seguito, trovate il testo della leggenda, riadattato da varie fonti, senza il supporto video e i suggerimenti di riflessione, riservati ai partecipanti alla serata del 20 marzo. Potete però utilizzare questa storia come una prova di libera riflessione, secondo la vostra ispirazione. Essa ci parla del rinnovamento e della rinascita, del Potere che ci porta la Primavera che oggi comincia il suo corso astronomicamente, ma che d qualche giorno si affaccia nel mondo nei fiori, nel sole e nella luce che aumenta.
Ogni commento che vorrete inviarci sarà molto gradito, e grazie per aver seguito questo percorso!

La ricetta della Pozione dell’Ispirazione

C’era una volta
nel cuore del Galles, in riva ad un lago di nome Bala, un piccolo regno retto da un Signore, chiamato Tegid, e da una Signora, di nome Cerridwen, dea e maga, il cui nome significa letteralmente “Donna Curva”, poiché rappresenta la Saggezza. Ella viene da alcuni accostata a Modron, e detta la “Grande Madre”, signora dell’Ispirazione e della Rinascita. Insieme a Tegid, aveva due figli, una femmina di radiosa bellezza, fanciulla dei colori della Primavera, e un figlio, chiamato Morvran (“Grande Corvo” o “Corvo del Mare”), valoroso e audace, ma orribile a vedersi.
Lo chiamavano Afagddu, “Profonda Oscurità”, e a stento gli si avvicinavano per la sua pelle scura e il suo aspetto mostruoso, tanto che la madre, disperata per il suo futuro, si struggeva per trovare una soluzione alla sua condizione.

A lungo si immerse in riflessione, e infine le si rivelò una via: pensò ai Fferyllt, i druidi alchimisti che vivevano nella grande Città di Cristallo, Dinas Affaraon, incastonata come un diamante tra le nevi dei monti di Snowdonia. Essi, si diceva, possedevano la capacità di trasformare la natura attraverso erbe e incantesimi, e possedevano la ricetta della pozione dell’Awen, l’Ispirazione poetica dei Saggi.
Si mise in viaggio, e camminò sulle nevi perenni attraverso i passi montani e i sentieri scoscesi, fino a raggiungere la valle oltre le nebbie e le cime in cui intravide le torri di cristallo della Città. Arrivò alla porta senza bisogno di bussare: il Guardiano delle Porte era in piedi tra i due battenti aperti, aspettandola con un sorriso.
La condusse al centro della città, dove le torri svettavano tra le più alte, e risiedeva il Consiglio degli Anziani, vestiti di bianco e con bastoni del potere stretti tra le mani. La osservarono, ascoltarono le sue richieste, e lessero nel suo cuore con i loro occhi scintillanti. Videro il suo sconforto, e la sua ostinazione nel voler cambiare il destino del figlio, ma anche l’amore verso di lui e la volontà di dargli un futuro di bellezza.
Decisero, infine, di concederle la ricetta della pozione, con un avvertimento:
– Signora del Lago, dovrai preparare e rimestare la pozione per un anno e un giorno, prima che tuo figlio possa assaggiarla, e solo le prime tre gocce del liquido sortiranno l’effetto voluto. Il resto sarà veleno, e non sarà utile ad altro che alla morte. Bada, però, che gli effetti della pozione potrebbero non essere quelli che tu ti aspetti.

Cerridwen accettò il loro monito, e studiò a lungo per giorni e notti, insieme ai migliori alchimisti della città, imparando i nomi segreti e i canti con cui accompagnare la raccolta delle erbe, e i momenti in cui effettuarla, sotto quale luna e quali stelle, di giorno o di notte, con quali strumenti e con quali incanti.
Quando ebbe finito, ringraziò con deferenza i Fferyllt e riprese il viaggio verso la sua dimora in riva al Lago Bala, preparandosi per la grande opera di magia che la aspettava.

Il Calderone dell’Ispirazione

Cerridwen pose in riva al Lago un grande calderone, in cui bollire la pozione per un anno e un giorno, e – non potendo controllarne di persona il fuoco – pose a sua guardia due uomini. Il primo, Morda, era vecchio e cieco, ma grande esperto delle fiamme e delle preparazioni magiche: egli rimaneva accanto al paiolo, controllando con le mani l’altezza delle fiamme, il loro calore e la loro forza, così che non fossero né troppo morbide, e non cuocessero correttamente, né troppo tenaci, così che bruciassero il contenuto del calderone. Il secondo guardiano, al contrario, era un giovane prestante e instancabile, ma sciocco: Gwion Bach. Guidato dal vecchio, rimestava il calderone, raccoglieva la legna e alimentava il fuoco, e aggiungeva l’acqua del Lago quando necessario nella pozione.
Così passarono un anno e un giorno: Cerridwen viaggiando di laghi in monti, di valli in colline, cercando e cogliendo le giuste erbe, e gettandole nel paiolo con i giusti canti e i giusti movimenti; e i due guardiani curando le fiamme e le acque, il giovane ascoltando i racconti del vecchio e i suoi esempi di saggezza e capacità.

Infine, giunse il giorno fatidico, e Cerridwen fremeva nel suo palazzo, appena prima dell’alba, pronta a portare Morvran al Lago. Laggiù, vicino alla riva dove le acque ondeggiavano tranquille, il vecchio Morda si era addormentato, e il piccolo Gwion fissava le fiamme senza accorgersi che sfavillavano sempre di più, alimentate da troppa legna: la pozione iniziò a bollire e a sfrigolare, e tre gocce incadescenti, scure e brillanti, del liquido stregato saltarono come pesci fuori dal calderone, per depositarsi sulla mano del ragazzo, che istintivamente si leccò per alleviare la scottatura e… meraviglia! I suoi occhi si illuminarono, e all’istante la Saggezza Divina fluì nella sua coscienza come un fiume di luce.
Il calderone si spezzò, lasciando colare il resto del liquido, scuro e ribollente, verso il Lago, avvelenandone le acque, tanto che sulla riva, lontano, i cavalli di Gwiddno Garanhir, signore del Ceredigion, ne vennero uccisi al solo contatto.

Diventato onnisciente, Gwion seppe immediatamente che la stessa Cerridwen aveva avvertito l’accaduto, e che già si dirigeva, in grande apprensione, verso la riva del Lago. La vide arrivare, con i capelli al vento, già furiosa e terribile, e seppe che di sicuro lo avrebbe ucciso!
Veloce, senza pensare, usò la sua nuova magia per trasformarsi in una lepre, veloce e scattante, e fuggì tra il folto. Ma, ecco, Cerridwen si mutò in levriero, e lo inseguì veloce. Lui, sentendo il suo fiato appena dietro di sé, vide la morte giungere con denti e zanne, e si gettò nel fiume, mutandosi in salmone e nuotando veloce per sfuggirle. Senza perdere tempo, lei si tuffò come lucida lontra e con potenti e liquidi muscoli inseguì il pesce d’argento. Quando lo stava per catturare, lui saltò fuori dall’acqua come scricciolo dorato, e volò lontano con traiettorie disordinate. Lei fece lo stesso, e mutata in falcone filò come una freccia, tenendolo sempre nel suo occhio dorato. In affanno, ormai sentendosi disperato, Gwion vide sotto di sé un granaio e vi si tuffò da un buco del tetto, e, trasformatosi in chicco di grano, si confuse tra gli altri, convinto di essersi salvato. Sciocco! La dea atterrò e si mutò in gallina, dal piumaggio nero come la notte, e dal becco affilatissimo: vorace, divorò tutta la scorta del granaio.
Convinta di aver portato a termine la propria vendetta, tornò al suo palazzo, ma dopo una luna scoprì che, nel buio segreto del suo ventre, un chicco di grano aveva attecchito: era incinta.

Il Bambino dalla fronte splendente

Nove lune passarono, e in Cerridwen crebbe il frutto del piccolo chicco di grano, insieme alla consapevolezza che tutto ciò che aveva tentato era stato frustrato, ma che avrebbe avuto un figlio saggio oltre ogni dire, come aveva desiderato. Le risuonavano nella mente le parole degli Anziani: “Bada, però, che gli effetti della pozione potrebbero non essere quelli che tu ti aspetti“.

Nove lune passarono, ed ella diede luce al più bel bambino che avesse mai visto, dagli occhi colmi della saggezza ultraterrena dei mondi. Negli occhi di lei non c’era più l’ardore della vendetta, ma sempre di più si rendeva conto di non avere le forze per tenere con sé il piccolo, che tanto aveva tolto al suo tenero ma sfortunato primogenito. Lo affidò al fiume, chiuso in una cesta di vimini, cantando per accompagnarlo con tutto il suo amore e le sue benedizioni. La cesta scivolò tra le acque cullando il bambino per nove lune ancora, e le note di Cerridwen diventarono le note del fiume, che insegnò al piccolo i canti segreti delle foreste e degli animali, le lingue che parlano gli spiriti della Natura ai pochi che ne intendono le parole, e i sospiri del vento che soffia sulle acque dal principio dei tempi.
Nove lune passarono, e la cesta infine si impigliò in una rete per salmoni, vuota da molto tempo, di proprietà di Elffin, figlio di Gwiddno Garanhir, caduto da lungo tempo in disgrazia perché ritenuto sfortunato, e privo, da quel giorno in cui il calderone si era spezzato in riva al Lago, della sua unica ricchezza, i cavalli del padre morti avvelenati.
Quando aprì la cesta recuperata dalla trappola, il principe trovò il bambino, con i profondi occhi aperti e brillanti, circondato dalla luce della Saggezza ultraterrena incubata in tutto il suo lungo viaggio, ed esclamò:
– Taliesin! -, che in gallese significa “Fronte Radiosa” o “Sguardo radioso”, e questo fu il nome del bambino, che crebbe circondato dal suo più profondo amore e fece rinascere la fortuna della sua casa con la Poesia e la Magia che gli appartenevano.
Fu così che nacque il Poeta più grande che la storia delle Isole ricordi, protettore dei Regni e più tardi bardo alla corte di Artù, figlio della Sapienza e della Magia, le cui parole vibravano di magia e di potere, e sono raccontate in altre storie.

Ciò che possiamo essere al nostro meglio

di Luca Cascone

Il 17 febbraio è una data da ricordare per molti motivi: nel 1652 muore Gregorio Allegri, ed esattamente un anno dopo nasce Arcangelo Corelli, nel 1867 viene per la prima volta attraversato il canale di Suez, nel 1929 nasce Alejandro Jodorowsky, nel 1980 viene proiettato per la prima volta C’era una volta in America, nel 1990 viene istituita in Italia la festa del gatto, nel 1998 muore Marie-Louise Von-Franz, e tante altre amenità.
Per inciso, nel 1600 in Campo dei Fiori a Roma succede che un tale, di nome Giordano Bruno, nato Filippo, originario di Nola, filosofo, sapiente e frate domenicano, venga imbavagliato con una briglia di ferro affinché non possa parlare, e arso vivo sul rogo per il peccato di eresia.

È un racconto comune, quello di un mondo in cui i dissensi e le divergenze vengono risolti con la violenza. I libri di storia sono pieni di questi esempi, e le occasioni di dialogo sono ridottissime, come piccole candele in un mare di buio. Bruno divenne fisicamente, a dispetto dei suoi accusatori, una torcia accesa in nome della libertà di pensiero e della coerenza con il proprio sentire profondo: trovandosi davanti a chi non voleva ascoltarlo – più volte asserì che il suo pensiero non era in contrasto con la dottrina, ma era tanto radicale da minarne profondamente le basi, e la convinzione di coloro che lo processarono – preferì la morte atroce delle fiamme, più che smentire ciò che credeva e insegnava su Dio, sulla Natura e sulle qualità dell’anima.

Molte volte ci troviamo di fronte a piccole, ma identiche sfide: a volte siamo noi a rifiutare il dialogo, e a volte lo cerchiamo disperatamente, ma dall’altra parte abbiamo qualcuno che, semplicemente, nella maggior parte dei casi ha troppa paura per ascoltare. E dalla paura, si sa, non possono che nascere rabbia, frustrazione, violenza e negazione.
Da qualche giorno mi rimbalzano tra la mente e il cuore le parole di Jim Forest, scrittore e teologo cristiano, grande sostenitore dei movimenti pacifisti e amico di Thich Nhat Hanh, monaco buddhista vietnamita che accompagnò nei suoi discorsi ed eventi in America tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Della loro collaborazione si può leggere nel libro “Eyes of Compassion: Learning from Thich Nhat Hanh”, di cui riporto la traduzione di un passo.


Una sera, in una grande chiesa Protestante di St. Louis, dove Thich Nhat Hanh stava tenendo un discorso, un uomo si alzò nel momento riservato alle domande, e parlò con tagliente sarcasmo della “supposta compassione del Signor Hanh”. Chiese: “Se Le importa così tanto della sua gente, Signor Hanh, perché è qui? Se Le importa così tanto delle persone che vengono ferite, perché non passa il Suo tempo con loro?”
Quando l’uomo ebbe finito, guardai verso Thay, stupito. Che cosa poteva dire, e cosa avrebbe potuto dire chiunque? Lo spirito della guerra aveva improvvisamente invaso la chiesa. Si respirava a malapena.

Ci fu un lungo silenzio. Poi Thay cominciò a parlare, con calma, quiete, e con un senso di personale attenzione per l’uomo che lo aveva appena bombardato. Sembrò che le parole di Thay fossero acqua che piove sul fuoco. “Se vuole che un albero cresca”, disse, “non ha senso annaffiare le foglie. Dovrà annaffiare le radici. Molte delle radici della guerra nel mio Paese sono qui, nel Suo Paese. Per aiutare le persone che vengono bombardate, per tentare di proteggerle dalla sofferenza, è necessario venire qui”.
L’atmosfera nella stanza si era trasformata. Nella furia dell’uomo avevamo sperimentato la nostra stessa furia. Avevamo visto il mondo attraverso un campo minato. Nella risposta di Thay avevamo sperimentato un’opzione alternativa: la possibilità – portata a Cristiani da un Buddhista, e ad Americani da un “Nemico” – di oltrepassare l’odio con l’amore, di rompere l’apparente inesauribile catena di reazioni violente.

Ma dopo questa risposta, Thay sussurrò qualcosa al presentatore e uscì d’improvviso dalla stanza. Sentendo che qualcosa non andava, lo seguii fuori. Era una notte chiara e fresca. Thay stava in piedi nel vialetto di servizio, a fianco del parcheggio della chiesa. Stava lottando per respirare, come qualcuno che fosse stato sott’acqua e fosse appena riuscito a nuotare in superficie prima di affogare. Non lo avevo mai visto così. Impiegai molti minuti prima di osare chiedergli come stesse, o cosa gli fosse successo.
Mi spiegò che i commenti dell’uomo lo avevano terribilmente scosso, e che era stato tentato di rispondere con rabbia. Invece, si era imposto di respirare profondamente e molto lentamente, per trovare un modo di rispondere all’uomo con calma e comprensione. Ma il respiro era stato troppo lento e troppo profondo.

“Ma perché non arrabbiarsi?”, gli chiesi. “Anche i pacifisti hanno il diritto di arrabbiarsi”.

“Sì, se fosse stato solo per me”, disse Thay. “Ma sono qui per rappresentare i contadini del Vietnam. Ho il dovere di mostrare a coloro che sono venuti qui stasera ciò che possiamo essere al nostro meglio”.


Il messaggio è chiaro: la retorica della guerra non porta a nulla, se non ad altra guerra, violenza, e sofferenza. Succede più spesso di quanto pensiamo: ogni giorno la sento nella voce di chi mi parla del dolore, della sofferenza, o della malattia.
Il dolore va contenuto, eliminato, o spento. Forse ci si convive, ma quasi mai lo si accetta o comprende.
Della sofferenza si parla con rifiuto, negazione, allontanamento. È raro trovare qualcuno che la abbracci, o che cerchi di prendersene cura.
La malattia va sconfitta, contro di essa si vincono battaglie e guerre, è un nemico da abbattere. È ancora spesso utopico che la malattia ci racconti qualcosa di noi, o che sia una via per guarire.

In questi ultimi anni abbiamo tutti fatto esperienza, a volte inconsapevole, di questo linguaggio, e delle conseguenze degli stati mentali, emotivi e fisici che esso comporta. Si cerca sempre un nemico, qualcosa o qualcuno da sconfiggere, per evitare di prendersi cura dell’unica cosa che ci separa davvero dal mondo e dai nostri simili, e in definitiva da noi stessi: la sofferenza di non comprendere, di sentirsi diversi, a volte perfino di sentirsi in pericolo. Siamo perennemente immersi in uno stato di sopravvivenza che ci spinge a trovare colpevoli, ad attaccare, a difendere confini che sono solo immaginari, muri che ci battiamo con le unghie e con i denti per non abbassare.

Eppure abbiamo la chiave sempre a portata di mano: riconoscere le reazioni dentro di noi, sapercene distaccare e sceglierle in base al contesto, e saper scegliere sempre l’amore in azione nei nostri gesti, parole, e pensieri. Jim Forest e Thich Nhat Hanh, dopo aver dedicato la vita a questo messaggio, hanno lasciato il proprio corpo fisico a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, nel gennaio 2022, ma ci continuano a dare, forte e chiaro, un messaggio di grande speranza: è attraverso il riconoscimento dentro di noi della dinamica della guerra, e attraverso la sua pacificazione che possiamo davvero cambiare le cose. Nessuna guerra si vince all’esterno, se non nella pace che viene da dentro. Dal cuore di quella pace, che è amorevole cura e attenzione, comprensione, dialogo e ascolto reciproco, vero contatto, possiamo oltrepassare tutte le differenze che apparentemente ci dividono, senza negare le nostre posizioni, ma trovando ciò che ci accomuna e aiutandoci l’un l’altro a superare la sofferenza.

Altrimenti, sarà sempre e solo guerra, e non conosceremo mai ciò che possiamo essere al nostro meglio.