Essere come la Terra

di Nicoletta Giancola

Ancora una volta in macchina, ancora una volta una situazione vista tante altre volte oggi mi ha colpita, forse non l’avevo mai guardata, forse oggi ho sentito che dovevo soffermarmi più a lungo. Quanto a lungo? Un’istante. Ma concederci di stare nel momento senza affrettarci (illusoriamente) a raggiungere quello successivo ci apre alla grazia di essere disponibili ad accogliere meglio ciò che stiamo vivendo.

Un campo di terra, marrone, umida, con zolle come onde che facevano intravedere ciuffi d’erba, alcuni più esili alternati ad erbe più cicciotte di un verde intenso.
Presa ad osservare quante nuove piante ci fossero sono stata sorpresa da una riflessione: imparare ad essere come la terra. Per quante volte viene smossa, tagliando e sradicando ciò che è sorto da essa, non cessa di rifiorire, incessantemente.
Alla prima domanda: “riesco ad essere come la terra? Riesco a continuare ad essere fertile e creativa quando tutto viene tolto, quando non c’è più nulla?” Alla disfatta e all’impotenza segue un senso forte e saldo: “sono come la terra”. Ma c’è un limite: ricordarselo. Ricordarsi di essere vivi e di percepire l’energia vitale scorrere, non dobbiamo fare altro, semplicemente permettere che sia.
La terra non sceglie quali piante cresceranno o quante, ma è disponibile. Impariamo ad essere altrettanto disponibili e lasciamo che spontaneamente nascano le situazioni che, come le piante, sono le più adatte a noi. Magari noi ne vorremmo delle altre ma come su ogni terreno crescono le specie più adatte, così in noi, nella nostra vita, incontriamo esattamente ciò che più si adatta a noi e come non c’è nemmeno un filo d’erba nato sbagliato, così è per ciò che viviamo.

Impariamo ad osservare questo ogni giorno e impariamo a nutrirci della perfezione che osserviamo intorno a noi in modo da imparare a riconoscerla in noi stessi.
Citando un autore che condivido spesso: “il mondo è bello, siamo noi ad essere ciechi“.

Essere nel corpo, non del corpo

Di Luca Cascone

Ci sono molti modi per avere a che fare con il corpo umano, e molti di questi modi nel nostro mondo lo osservano come una sorta di alieno, o di macchina eccezionalmente complicata, da scoprire, smontare, oliare ed aggiustare.
Questo approccio, che è proprio della nostra società in modo quasi maniacale, arriva ad essere confuso con una buona conoscenza della macchina, o ancora di più con una sorta di riverenza verso di essa.
In realtà, non c’è niente di più lontano dalla verità.

In una realtà sociale e storica come quella in cui viviamo, dominata dal pensiero occidentale “traviato”, il corpo è il corrispettivo biologico dell’automobile o dell’ascensore: un mezzo con cui spostarsi. Certo, un mezzo da conoscere estesamente, a cui fare una manutenzione a volte quasi eccessiva nella sua meticolosità, ma niente di più, niente di più vicino a un’osservazione davvero partecipata, vicina, attenta, e in definitiva realmente umana.

Il corpo, oggi, è un oggetto a cui ci si riferisce di volta in volta secondo modelli e linguaggi di tipo estetico (bello e brutto), erotico (attraente o non attraente), medico-sanitario (sano o ammalato), performativo (sportivo o sedentario), eccetera. Raramente, però, usciamo dai linguaggi che usiamo per descrivere il corpo, o descriverne quelle parti che in quel momento sono funzionale all’incasellamento analitico che stiamo portando avanti, o che la società sta portando avanti su di noi.


Quando ci fermiamo ad osservare il corpo così com’è?

La massima che dà il titolo a questo articolo è presente in diverse tradizioni sapienziali, sotto la forma di un apparente distacco dalla corporeità per cercare la libertà della mente e dello spirito.
In realtà, se guardiamo in profondità questo concetto, ci accorgiamo che è proprio il contrario: attraverso il riconoscimento, da parte della coscienza, del non essere solo un corpo, ci è data la possibilità di osservarlo senza renderlo necessariamente uno strumento funzionale all’obiettivo del momento. Ci è data la possibilità di vivere il corpo in modo indipendente e autonomo da ciò che pensiamo su di esso o da ciò che vogliamo fare di esso, ma quasi nessuno approfitta di questa straordinaria abilità e possibilità.

Quando starnutiamo, ci fermiamo ad osservare il processo con cui il corpo cerca di eliminare gli agenti patogeni, meravigliandoci delle strategie millenarie che ha elaborato, o pensiamo subito di essere ammalati?
Quando camminiamo, ci fermiamo ad osservare la complessa e affascinante serie di coordinamenti necessari a realizzare ogni singolo passo, godendo della precisione di lavoro del nostro sistema nervoso e del nostro sistema muscoloscheletrico, o usiamo tutto questo solo per raggiungere la meta che abbiamo fissato in quel momento?
Quando ascoltiamo qualcuno che parla, sappiamo riservare una parte della nostra attenzione all’incredibile atto della comunicazione, e agli effetti e reazioni che il discorso del nostro interlocutore causa su di noi, o siamo interamente proiettati verso la risposta che già stiamo costruendo nella mente, per portarci avanti senza nemmeno aver finito?


Per la maggior parte del tempo, sfruttiamo il corpo senza mai osservarlo davvero.

Di solito, cominciamo a mettere l’attenzione su questa delicata e sovrumana capacità solo quando qualcosa non va: se ad esempio ci ammaliamo, anche in modo lieve, improvvisamente il corpo acquista una centralità quasi ossessiva, che spinge molti di noi a cercare l’esatta definizione della propria condizione o patologia, senza mai fermarsi ad osservare cosa sta succedendo.
Il corpo ha una capacità comunicativa incredibile, e nulla di ciò che fa è mai casuale, al contrario di ciò che vorrebbero credere alcuni: ogni azione mediata dal sistema nervoso e incarnata nei tessuti del corpo ha un significato e una finalità di tipo comunicativo, e in definitiva espressivo e relazionale.
Purtroppo, questi messaggi che il corpo invia non possono essere colti, se siamo troppo occupati a gestirlo con altri linguaggi e altri obiettivi: dobbiamo dare spazio alla sensorialità, se vogliamo accedere a questo livello di dialogo.

È una cosa che vedo praticamente ogni volta che qualcuno si rivolge a me: tutti parlano del proprio corpo, ma quasi nessuno lo vive.
Lavorando in un contesto terapeutico, mi trovo spessissimo a dialogare prima di tutto sul senso (e non sul significato!) che il dolore, la difficoltà o la patologia assumono per la persona, e di solito scopro che è un terreno che nessuno ha ancora battuto.
È come se, chiedendoci costantemente il perché delle cose, perdessimo lungo la strada il come, e il come stiamo mentre accadono.

Una lezione inestimabile delle Medicine Tradizionali e dei sistemi di cura che si muovono da esse è proprio quella di rimettere al centro l’esperienza della persona prima ancora del dare un nome alla malattia, o di trovare il modo di guarirla. Dare una storia agli eventi non è un esercizio intellettuale, ma una profonda necessità che l’umano sembra dimenticare.


Non si può guarire davvero se prima non ci si ferma ad osservare il processo di malattia, perché è in esso che possiamo trovare la soluzione ai nostri problemi.

Non esiste pillola magica o soluzione miracolosa ai problemi fuori dai problemi stessi, anche se cerchiamo in tutti i modi, ogni volta, di aggrapparci a questa possibilità. Come dice un celebre aforisma zen: la via per uscire (dai problemi) è dentro (“the way out is in”).
Fermiamoci ad osservare il nostro corpo, e lui risponderà con l’unico linguaggio che conosce: quello dei sensi, e della verità.
Anche se quella verità sarà scomoda per la nostra mente, il nostro corpo saprà sempre cosa è meglio per noi, perché per nostra fortuna è un veicolo, ma molto più intelligente di qualsiasi macchina che noi potremo mai sperare di immaginare e costruire.

Fidiamoci del corpo, e lui saprà sempre indicarci la via giusta.

Cantare il Sole, la Terra e il Mare

Di Luca Cascone

Salute a te, Sole delle stagioni
mentre cammini negli alti cieli,
con il tuo passo solido sulle ali delle altezze.
Tu sei la gioiosa madre delle stelle.
Ti immergi nel profondo oceano
senza danno e senza ferita
e sorgi dall’onda quieta
come una giovane regina in fiore.


[Carmina Gadelica]

Siamo giunti ai giorni più lunghi dell’anno, in cui la Luce è pervasiva e ampia, e ricopre la maggior parte delle ore del giorno. Le notti sono calde e brevi, e la natura sfoggia il suo volto più ricco e sfavillante.
Astronomicamente, consideriamo questo giorno l’inizio dell’estate, ma la verità è che da qui in poi cominceremo a raccogliere ciò che la primavera ha prodotto e nutrito, e per questo motivo questo giorno porta il nome di “Mezzestate” (Midsummer’s Day in inglese): ci troviamo al limite del viaggio del pendolo del Sole, che si fermerà nel suo punto più alto in cielo fino al 24 giugno, e poi inizierà inesorabile la sua discesa verso la stagione buia, che culminerà con il Solstizio d’Inverno.
Il Solstizio d’Estate è un momento per celebrare la ricchezza, la forza e la massima estensione del potere solare, ma anche per ricordare che al polo opposto ci aspettano il freddo, il riposo e la fiamma morbida e dolce di una candela appena accesa, quella del cuore dell’inverno.

Questo è un momento di celebrazione di ciò che abbiamo raggiunto, delle nostre vittorie e delle speranze che sono state realizzate, ma anche per fare un bilancio di ciò che vogliamo ottenere e, in definitiva, di chi siamo: sotto una luce calda e sgargiante, possiamo disperdere le poche ombre che ancora ci attorniano e lasciare che il nostro volto si sveli in tutte le sue caratteristiche.

Per fare questo, ci troveremo nella cornice naturale del Parco San Bartolo, al tramonto, per celebrare con un cerchio di canti e percussioni l’unione gioiosa con gli elementi della Natura e con la nostra più intima realizzazione, quella di esseri umani che si ritrovano e si rispecchiano nella forza e nell’intimità del Cerchio.
Percorreremo i passi e le parole di chi, prima di noi, tante volte ha celebrato questo momento e ha donato a questo giorno un pensiero, un canto, un’intenzione di ringraziamento e di prosperità per sé e per tutto il cosmo.

Celebrando il Sole, celebriamo la nostra capacità di realizzare il nostro pieno potenziale, e ci prepariamo a proseguire il cammino in Gioia e Bellezza, verso la nuova fase che ci aspetta.

Vi aspettiamo!